Ma ciò che fa più maraviglia si è ritrovare la leggenda nel libro di Pierfrancesco Giambullari, intitolato Origini della lingua fiorentina, altrimenti il Gello, e stampato la prima volta in Firenze l'anno 1547. Messer Pierfrancesco, autore della Storia generale d'Europa, e uno dei fondatori dell'Accademia Florentina, par quasi voglia darsi l'aria d'avere scoperto egli per il primo questo gran fatto della venuta di Noè in Italia e mostra di riuscire a tale scoperta per via d'induzioni, come potrebbe fare uno storico moderno, che, col sussidio della filologia e della mitologia comparata, risalendo di grado in grado, riesca a stabilire alcun fatto della storia primordiale. Ecco, in succinto, il suo ragionamento, scopo ultimo del quale si è di mostrare che la lingua toscana deriva dall'aramea per mezzo dell'etrusca. Anzi tutto si vogliono fissare due punti non soggetti a controversia: l'Italia fu, negli antichissimi tempi, denominata Enotria, e Giano fu il primo re d'Italia secondo le memorie più autentiche. Ora Enotria vuol dire paese del vino, e Jano è nome arameo ed ebraico, formato di Jain, che significa vino, e di no, che significa famoso. Dunque Jano è l'inventore del vino e una stessa cosa con Noè, il quale è pure tutt'uno con Ogige e con Cielo, ossia Urano. «Ma che Jano sia veramente Noè lo manifesta ancora il suo sepolcro, trovato (dicono) a Roma nel monte Janicolo non è molti anni. Perchè in quello, oltre la testa con due visi, ed oltre la nave, si vedeva intagliata una vite con molti grappoli di uva per conservare quanto più si poteva la memoria di tanto dono». Le due facce simboliche di Giano assai bene si convengono a Noè, il quale appartenne a due diverse età, l'una prima, l'altra dopo il diluvio[168]. Noè venne in Italia 108 anni dopo il diluvio, prima assai della confusione babelica, la quale segui poi l'anno 340. Saturno più tardi si associò a lui, e allora ebbe principio l'età dell'oro[169].

Finalmente Giovanni d'Outremeuse, attingendo a non so che sorgenti, narra la seguente ingarbugliatissima istoria[170]: «A temps de chis Nemprot vient promier Japhet habiteir en Europe; si amynat awec ly dois de ses fils, qui furent nommeis Jabam et Rachem. Et vinrent aweo eaux Janus, li fils Jabam, et Janus, li fils Rachem, et pluseurs altres de la nation Japhet, et vinrent en droit lieu où la citeit de Romme fut depuis et est fondée. — Et edifiat là chascon tabernacles, sicom vilhettes petites; et furent toutes nommeis apres leurs nommes des II Janus, excepteit une qui fut nommée Recheane, apres Rachem. Mains ilhs n'oirent nient là habiteit une an, que grant multitude de serpens et altres biestes vynemeux les racacherent oultre mere, dont ilh astoient venus». Ma poi Rachem tornò «par le commandement de Dieu qui li envoiat certain signe, par lequeile ilh fist vuidier de son pays tous les serpens, et s'en alerent en Orient. Se prisent puis ches serpens habitation en la thour de Babel, c'on nommoit adont la thour de confusion. — Chis Rachem fist mult de habitation en Europ, en la partie c'on nomme Ytalie, où Romme siet»[171].

Poichè siamo a discorrere delle prime favolose origini di Roma, fermiamoci un momento sopra una curiosa leggenda rabbinica, la quale esprime assai bene l'odio che, dopo la distruzione di Gerusalemme, gli Ebrei nutrirono per Roma, e che così sovente si trova significato nei Talmudisti. Nello Scir hascîrun rabba si dice che nel giorno medesimo in cui Salomone sposò la figlia di Neco, l'angelo Michele, ministro dell'ira del Signore, piantò una grossa canna nel mare, intorno alla quale si raccolse a poco a poco la terra su cui più tardi fu edificata Roma. Nel giorno in cui Geroboamo eresse i due vitelli d'oro furono in quella terra costrutte due capanne, le quali tosto rovinarono. Ricostrutte, rovinarono novamente. Allora un vecchio per nome Abba Kolon, disse a coloro che le costruivano: «Queste capanne non si reggeranno finchè voi non mescoliate la terra con acqua dell'Eufrate». Il vecchio parte e procaccia l'acqua, la quale, mescolata col limo, fa sì che le capanne si reggano. Nel trattato Avóda fára del Talmud Gerosolimitano si dice che le due capanne furono costruite da Romolo e Remo. Nel Medras Tillim si dice che Romolo e Remo costrussero due grandi capanne; ma nel trattato Sciabbath non si parla che di una capanna sola. Nel Kol bóchim è l'angelo Gabriele quegli che pianta la canna[172].

Per finirla con le leggende che si riferiscono a tempi anteromulei, riporterò ancora un passo curioso della Cronica di Alfonso il Savio. Nel c. XCIX, della parte 1ª, si legge quanto segue: «Otros cuentau en las estorias antiquas de España que quando el rey Rocas anduvo por el mundo buscando los saberes, assi como es ya contado en el comienço de esta estoria de España, que vino por aquel logar do despues fue poblada Roma, è escrivio en dos marmoles quatro letras, las dos en el uno è las dos en el otro que dezien Roma, è estas fallo hi despues Romulo quando la poblo, è progol mucho porque acordavan con el su nombre, è pusol nombre Roma»[173]. Così più tardi, secondo che nella stessa cronaca si legge (c. VI), Giulio Cesare edificò Siviglia per certa indicazione che trovò fatta da Ercole sopra una lapide.

Non mi fermo sui successori di Enea, intorno ai quali tanto già avevano favoleggiato gli antichi. Il medio evo non li dimentica; ma ne stravolge i nomi nelle più inaspettate, e spesso nelle più comiche guise. Dei tempi di Enea e delle guerre da lui combattute, si credette d'aver trovato, verso l'anno 800 secondo Elinando, nell'XI secolo secondo Guglielmo di Malmesbury, un curioso testimonio; il corpo cioè di Pallante, con quest'epitafio:

Filius Evandri Pallas, quam lancea Turni

Militis occidit more suo, iacet hic.

Il corpo, mirabilmente conservato, era gigantesco; la ferita in mezzo al petto misurava quattro piedi e mezzo[174]. Ma veniamo oramai a Romolo e a Remo e alle leggende che li riguardano.

Al pari degli altri più famosi eroi Romolo e Remo sono ricordati e celebrati nel medio evo. Guiraut de Calanson, nel conosciutissimo enseïnhamen dove enumera le storie che il giullare non deve ignorare, fa pure ricordo

De Romulus