Crede il Guidi che queste immaginazioni risalgano per la massima parte a scrittori greci, dai quali, per mezzo dei Siri, gli Arabi attinsero quanto sanno intorno a Roma. Di ciò non mi persuado interamente. Le fantasie testè riferite hanno spiccatissimo il carattere arabico, e ben si accompagnano con altre infinite di simil natura che si trovano sparse in quegli scrittori. Descrizioni di città meravigliose e di telesmi singolari s'incontrano ad ogni passo nei geografi e negli storici[293].

Alle immaginazioni arabiche possono fare conveniente riscontro le rabbiniche. Nel trattato Pesachim del Talmud si dice: «Nella grande città di Roma sono trecentosessantacinque vie, ed in ciascuna via trecentosessantacinque palazzi, ed in ciascun palazzo trecentosessantacinque gradini, e per ciascun gradino tanto quanto basterebbe a nutrire tutto il mondo». Nel trattato Meghilla si legge: «L'Italia della Grecia (?) è la grande città di Roma, la quale ha trecento miglia di lunghezza e di larghezza (ogni miglio formato di quattromila passi) e conta trecentosessantacinque vie, quanti sono i giorni del sole, delle quali la più piccola è quella dove si tiene il mercato degli uccelli, lunga sedici miglia e larga altrettanto[294]. Il re desina ciascun giorno in una di esse, e ciascuno di coloro che vi abitano, se non vi è nato, riceve dalla casa del re una razione di cibo, e se vi è nato, anche se non vi abiti, la riceve dal re. Vi sono anche tremila terme, e cinquecento finestre (?), le quali mandano il fumo al disopra dei muri. Da una parte della città è il mare, da un'altra sono monti e colline, da un'altra un muro di ferro, da un'altra una campagna sterile e sassosa con profondi fossati[295]

Così coloro stessi che più odiano Roma sono costretti a celebrarne ed esagerarne la grandezza e lo splendore.

CAPITOLO V. I tesori di Roma.

Nella Chanson de Roland la regina Bramimonda, moglie di re Marsilio, nel dare a Ganellone, in premio del suo tradimento, due braccialetti da regalare alla sposa, dice valere essi più che tutti i tesori di Roma:

Bien i ad or, matices et jacunces,

E valent mielz que tot l'aveir de Rume[296].

La fama della ricchezza di Roma era pari alla fama della sua potenza.

Nè poteva essere altrimenti, giacchè non solo le rovine delle antiche fabbriche facevano testimonio di impareggiabile opulenza, ma le storie ancora, ricordando come i Romani avessero esteso il loro dominio sopra tanta parte di mondo, e assoggettati a tributo tanti e così diversi popoli, e i poeti similmente, nei cui versi la città dei sette colli sfolgora d'oro, avvaloravano la opinione che Roma dovesse riboccar di tesori. Ovidio, che il medio evo amò ed ebbe assai familiare, la confermava dicendo:

Simplicitas rudis ante fuit, nunc aurea Roma,