Nudi che 'ndivinar come tu leggi[279].
In una specie di profezia latina anonima i Cavalli marmorei sono ricordati insieme col Cavallo di Costantino:
Mundus adorabit, erit Urbe vix presule digna,
Constantine cades et equi de marmore facti
Et lapis erectus et multa palacia Rome[280].
Del così detto Cavallo di Costantino, altra singolarità di Roma, avrò a parlare in luogo più acconcio. A Roma i cavalli di metallo, di marmo, e persino di avorio, abbondavano, erano un lusso della città. A voler credere all'Anonimo Magliabecchiano, verso il mezzo del secolo VII si trovavano ancora entro le mura, sparsi qua e là, settantaquattro cavalli di avorio, portati poi via da quel medesimo Costante che rubò al Pantheon le tegole di bronzo[281]. I quattro cavalli che adornano ora la facciata di San Marco in Venezia si vuole che in origine sieno stati in Roma, dove appartenevano a un arco di Plisco o Prisco[282]. Di una statua equestre che per artifizio di calamite stava sospesa in aria parla Ranulfo Higden[283]. Parecchie altre meraviglie di minor conto si vedevano in Roma come l'Albeston[284], le Colonne di Salomone[285] ecc.
Ma se tutti, in genere, i monumenti di Roma attestavano l'opulenza e lo splendore della città, uno ve n'era che faceva più particolare testimonio della gloria e delle virtù degl'illustri suoi figli, e questo era, a detta di Giovanni Cavallino, la Colonna Antonina. Parlando della regione Colonna, dice l'autore della Polistoria:[286] «Que regio ideo dicitur Columna a rectitudine et firmitate quibus ab olim incole huius regionis ad instar cuiuslibet stabilis edificii columnarum recti et firmi dicebantur. Prius ego confirmavi columnas eius. Quarum virtutes clarissimas imperator Antonius animadvertens inter tales viros regionis huiusmodi elegit habitationem; in qua occasione predicta ingentia construxit palatia, et erexit in titulum laudis et honoris sui glorieque perhennis ac regionis ipsius in sempiternum unam ingentem columnam marmoream concavam a pede usque ad verticem, per quam patet ascensus per eam per quasdam scalas lapideas stantes in medio ipsius, cuius altitudo esse dignoscitur centum .xl. pedum. Et in circumferentiis columne huiusmodi iussit sculpiri ymagines simulacra et statuas, a sto dictas, representantes clarissimos viros consules Romanorum ob magnificas virtutes et gesta eorum, scilicet Brutorum, Publicolarum, Emiliorum, Fabritiorum, Curiorum, Scipionum, Scaurorum, Marcellorum, Muciorum, Coclitum, Turquatorum, Mariorum, Catulorum ac ceterorum generosorum virorum genere atque factis, et postremo illustrium Cesarum splendore fulgentium».
Per chiudere degnamente questa rassegna riferirò alcune immaginazioni degli Arabi intorno a Roma, immaginazioni che vincono di molto in istravaganza tutto quanto s'è veduto sin qui. Nei geografi e negli storici di quella nazione è assai spesso fatto ricordo di Roma e dei Romani, indicati alcuna volta col nome strano di Benu 'Iasfar, o piuttosto Banu 'l Asfar[287]. Il mare mediterraneo è da essi chiamato il mare di Roma[288].
Edrîsî, il quale scriveva il suo trattato geografico nel 1153, alla corte del re Ruggero di Sicilia, parlando delle mura di Roma, dice che il muro interno aveva dodici cubiti di spessore e settanta di altezza, l'esterno, otto di spessore e quarantadue di altezza. Il Tevere era lastricato di rame[289]. La grandezza e la magnificenza di Roma, dice questo scrittore, sono tali che non si possono descrivere a parole. Jâkût (1179-1228) riferisce nel suo dizionario geografico intitolato L'alfabeto dei paesi, una descrizione di Roma lasciata da Ibn al Faqîh, il quale fioriva nella prima metà del X secolo, e piena delle più pazze immaginazioni. Jâkût dice di riferirle perchè molti famosi dotti ne parlarono, ma Dio solo conoscere la verità. Il mercato degli uccelli è lungo una parasanga. Vi sono in città seicentomila bagni (altrove dice seicentosessantamila). I mercati sono meravigliosi: un braccio di mare, condotto entro un canale di bronzo, dà via alle navi, che possano giungere sino ad essi e scaricarvi comodamente le loro mercanzie. La città ne possiede dodicimila, senza contare ventimila più piccoli. La chiesa di S. Pietro e Paolo è lunga mille braccia, larga cinquecento, alta dugento. La chiesa di Santo Stefano è tutta di una pietra sola[290], e le stanno intorno trentamila stiliti sulle loro colonne. La chiesa delle Nazioni, altrimenti detta di Sion, ha milledugento porte di ottone, quaranta d'oro, e molte altre ancora di avorio, d'ebano e di altre materie. Vi sono mille filari di colonne di quattrocentoquaranta colonne ciascuno. La servono seicentodiciotto vescovi, e cinquantamila fra preti e diaconi. Si parla della Salvatio Romae e si pone nella residenza del papa. Si narra la storia dello stornello di bronzo as-Sûdânî, a cui certo giorno dell'anno gli stornelli di tutto il paese circostante recavano ciascuno nel becco un'oliva, e così tante se ne raccoglievano che bastavano a provvedere d'olio tutta la città[291]. Per dare un'idea della estensione di questa si dice che le sue campagne, sebbene si distendano all'ingiro per più mesi di cammino, sono insufficienti a vettovagliarla. Per dare un'idea del tramestio rumoroso della popolazione nella gran metropoli si riportano le parole di G'ubair ben Mut'im che disse: Se non fossero le voci e il chiasso che levano gli abitanti di Roma, si potrebbe udire il romore che fa il sole quando nasce e quando tramonta. Infilatene tante Jâkût ripete: Dio solo conosce la verità.
Ibn Khaldun, che ha un mirabile sentimento della verità storica, e spesso si duole della credulità dei suoi connazionali, parlando del quinto clima si contenta di dire: «Roma la Grande ha, come a tutto il mondo è noto, immensi edifizii, monumenti meravigliosi e chiese antiche». Tuttavia alla favola del Tevere lastricato di bronzo aggiusta fede ancor egli[292].