Perchè la Mole Adriana, che sin dai tempi di Procopio serviva ad uso di fortezza, prendesse nel medio evo il nome di Castellum Crescentii, è noto dalle storie; perchè poi, già molto prima, avesse preso quello di Castel Sant'Angelo è noto dalla leggenda. L'anno 500, essendo papa Gregorio I, infieriva in Roma una micidialissima pestilenza. Durante una processione ordinata a placare l'ira del cielo, il pontefice vide posarsi sulla Mole di Adriano un angelo, il quale, in segno della grazia ottenuta, riponeva la spada nel fodero.
I Mirabilia ricordano molti altri templi, a ragione o a torto così denominati, dei quali tuttavia non s'indica più che il nome[266]. Del Mausoleo di Augusto, di cui pure si narravano meraviglie, dirò più opportunamente altrove.
Un'altra della maggiori singolarità di Roma era il circo di Tarquinio Prisco, ossia il Circo Massimo, di cui si legge nei Mirabilia: «Circus Prisci Tarquinii fuit mirae pulchritudinis, qui ita erat gradatus quod nemo Romanus offendebat alterum in visu ludi. In summitate erant arcus, per circuitum vitro et fulvo auro laqueati. Superius erant domus palatii in circuitu, ubi sedebant feminae ad videndum ludum XIIII. Kal. Madii, quando fiebat ludus. In medio erant duo aguliae; minor habebat octoginta septem pedes S.[267], maior C. XX. duos. In summitate triumphalis arcus qui est in capite stabat quidam equus aereus et deauratus, qui videbatur facere impetum, ac si vellet currere equum; in alio arcu qui est in fine stabat alius equus aereus et deauratus similiter. In altitudine palatii erant sedes imperatoris et reginae, unde videbant ludum». Giovanni Mansel ripete questa descrizione quasi parola per parola nella sua Fleur des histoires[268]. Giovanni Cavallino soggiunge:[269] «Dicitur autem ludus Circeus a circuitu ensium et armatorum hominum stantium per circuitum spectaculi. .... Ibique rursum erant duo equi erei ingentes deaurati, qui magica dispositione dispositi provocabant ad cursum equos ludentium in eodem». Del circo di Tarquinio parla anche Martino Polono.
I Mirabilia noverano quindici palazzi nel paragrafo De palatiis, la Graphia ne novera dodici, l'Anonimo ventidue; ma Beniamino Tudelense, che viaggiò dal 1160 al 1173, dice nell'Itinerario che Roma, i cui edifizii erano diversi da quelli di tutto il rimanente mondo, possedeva ottanta palazzi reali, e ricorda in modo particolare quello del re Galbino, dove erano tante sale quanti sono i giorni dell'anno, e si stendevano lo spazio di tre miglia. In una guerra civile vi perirono una volta più di centomila Romani, di cui si vedevano ancora le ossa. Il re fece scolpire e rappresentare nel marmo tutta la pugna. Questa descrizione pare accenni alle catacombe di San Callisto. Beniamino ricorda inoltre un palazzo di Giulio Cesare vicino a San Pietro, e il palazzo di Vespasiano, simile a un tempio, di grandissima e salda struttura. Ranulfo Higden ricorda come degni di maggiore ammirazione il palazzo di Diocleziano e il palazzo dei Sessanta Imperatori. «Palatium Diocletiani columnas habet ad jactum lapilli tam altas, et tam magnas quod a centum viris per totum annum operantibus vix una eorum secari possit. Item fuit ibi quoddam palatium sexaginta imperatorum, cujus hodie partem residuam tota Roma destruere non posset». Questo preteso palazzo di Diocleziano altro certamente non era che le famose Terme; ma non so che cosa potesse essere il palazzo dei Sessanta Imperatori, e solo trovo in una curiosa versione della storia di Florio e Biancofiore che al tempo dell'imperatore Rabon erano in Roma sessanta re e sessanta regine[270]. Dei palazzi di Roma dice Armannino Giudice nel conto XXX della Fiorita che dall'uno all'altro andare si poteva su per certi ponti i quali quivi erano divisati. Che cosa dovessero essere i palazzi imperiali si può del resto immaginare facilmente, se dice Olimpiodoro in un luogo delle sue Storie che ogni gran casa in Roma aveva quanto può avere una mediocre città, e soggiunge il verso:
Εῖς δόμος ἄστυ πέλει· πόλις ἄστεα μυρία κεύθει[271].
Gli avanzi delle terme facevano testimonianza di una fra le maggiori sontuosità dell'antica Roma. Forse il non potersi più intendere dagli uomini di una età imbarbarita come si provvedesse al loro uso e alle molte necessità che andavano congiunte con quello, fu causa che s'inventasse una non molto ingegnosa favola, secondo la quale Apollonio Tianeo, l'emulo di Virgilio nelle arti magiche, avrebbe, mercè un mescuglio di zolfo e di sale, acceso con una candela consacrata, provveduto in perpetuo al riscaldamento di certe terme da lui costruite[272]. Seguitando la enumerazione delle meraviglie di Roma, dice Armannino Giudice nel conto XXX della Fiorita: «Eravi ancora uno deficio che si chiamava terme Diocliciani, e un altro il quale si chiamava terme Antignani. Questi erano palagi voltati, e su di sopra erano facti prati con arbuscegli e con molte erbe. Quivi si posavano gl'imperadori, ciò erano gli dictatori a tempo di state per refrigerio della grande calura; però terme furono chiamate quelle grandi palacza, che per lectera viene a dire stufe. Chosì è stufa quella ove il caldo si fugge come quella ove si caccia il freddo». I Mirabilia noverano dieci terme. Fazio degli Uberti si contenta di ricordare i termi di Dioclezian bello.
Gli acquedotti, altra gloria di Roma, sono ricordati da Ranulfo Higden[273], ma i Mirabilia appena ne fanno menzione per incidente. Nel V secolo Polemio Silvio ne registra quattordici[274]. Il già citato Zaccaria (VI sec.) degli acquedotti non fa motto, ma registra milletrecentocinquantadue fontane. In un codice Bobbiense dell'VIII o IX secolo gli acquedotti indicati per nome, sono in numero di nove[275], e in numero di dicianove in un codice Vossiano[276]. Nell'Anonimo Einsiedlense se ne trovano ricordati parecchi sotto il nome di Formae che è il nome dato loro comunemente nel medio evo, e dieci ne registra l'Anonimo Magliabecchiano sotto il nome di Aquae, usato anch'esso frequentemente.
Quanto ai ponti i Mirabilia ne registrano nove e Giovanni d'Outremense novecento. Le agulie ricordate dai Mirabilia sono, quella di S. Pietro, e le due che ornavano il Circo di Tarquinio Prisco; l'Anonimo Magliabecchiano ne ricorda due alte millecentododici piedi, e altre ottanta che si trovavano nel Circo di Tarquinio[277].
Una delle singolarità più curiose di Roma erano i due gruppi colossali di Monte Cavallo, che una tradizione certo assai antica, faceva opera di Prassitele e di Fidia. Essi rappresentano, com'è noto, i Dioscuri; ma nel medio evo, perdutasi la memoria di ciò, e volendosi pure spiegare in qualche modo quelle figure, s'inventa una strana favola, fondata appunto sul nome di Prassitele e di Fidia che con esse era rimasto congiunto. I Mirabilia la narrano nel seguente modo: «Temporibus Tiberii Imperatoris venerunt Romam duo philosophi juvenes Praxitelus et Fidia. Quos imperator cognoscens esse tantae sapientiae caros in suo palatio habuit. Qui dixerunt ei se esse tantae sapientiae, ut quicquid imperator eis absentibus in die vel in nocte in camera sua consigliaverit, ei usque ad unum verbum dicerent. Quibus imperator ait: ««Si facitis quod dixistis, dabo vobis quicquid vultis.»» Qui respondentes dixerunt: ««Nullam pecuniam, sed nostrorum memoriam postulamus»». Veniente altero die per ordinem retulerunt imperatori quicquid in illam praeteritam noctem consiliatus est. Unde fecit eis promissam praelibatam memoriam eorum sicut postulaverunt: equos videlicet nudos qui calcant terram, id est potentes principes huius saeculi qui dominantur homines huius mundi. Veniet rex potentissimus qui ascendet super equos, id est super potentiam principum huius seculi. In hoc seminudi qui stant iuxta equos et altis brachiis et replicatis digitis nunciant ea quae futura erant, et sicut ipsi sunt nudi, ita omnis mundialis scientia nuda et aperta est mentibus eorum. Femina circumdata serpentibus sedens, concam habens ante se significat ecclesiam et praedicatores qui praedicaverunt eam; ut quicumque ad eam ire voluerit non poterit, nisi prius lavetur in conca illa»[278]. Fazio degli Uberti accenna a questa favola quando fa dire a Roma:
Vedi i cavai del marmo e vedi i due