Vedi come un castel ch'è quasi tondo:
Coperto fu di rame ad alti seggi[247]
Dentro a guardar chi combattea nel fondo.
Per Fazio degli Uberti dunque il Colosseo è un anfiteatro e non un tempio; ma i più lo credono un tempio, e si compiacciono nella descrizione e nella esagerazione delle meraviglie che conteneva. Giovanni d'Outremeuse ne fa autore Virgilio[248]. Del simulacro di cielo e dei varii artifizii che vi si vedevano parla anche, di passata, la Fiorita di Armannino; ma le maggiori stranezze che mai siensi dette sul Colosseo trovarsi nel Libro Imperiale, di cui non sarà fuor di luogo trascrivere l'intero passo[249]. «Culiseo era uno tempio di somma grandeza et alteza, la quale alteza era cento cinquanta braccia, nella sommità del quale erano cholonne di venti braccia alte[250]. Le mura sue furono sette, cinque braccia di lungi l'una dall'altra, et braccia cinque erano grosse. Lo tempio fu fatto in tondo sichome anchora appare. D'intorno aveva grandissima piaza. Le sue entrate furono molte, però che tanto era dall'una porta all'altra quanto la porta era largha, le quali mai per alchuno tempo si serarono, et tutte queste entrate facevano capo nel mezo, dove era una cholonna di metallo tanta alta che passava sopra al tenpio, dove si fermava tutto el tetto, del quale le trave erano di metallo, et l'altro edifizio era di rame, et chapelle cho lastre di pionbo[251]. Nella ghuia disopra stava la immagine del sommo Giove. Questa era di grande statura et tutta di metallo ed di fuori dorata, et in mano una palla d'oro, et era sprendidissima. Questa era veduta da qualunque persona veniva a Roma. Da ogni gente che dapprima la vedeano si frettava le genua. Nel detto tenpio fralle dette mura erano molte chapelle chon infinite statue, et quale erano d'oro, et qual di cristallo, le quale presentavano quello iddio nel quale l'uomo aveva più divozione. Quivi stava lo dio Giove, lo dio Saturno, e la dea Cebele suo madre, lo dio Marte, lo dio Appollo, lo dio Venere, lo dio Merchurio, la dea Diana, lo dio Erchole, lo dyo Yanno et Vulchano, Yunone et Nettuno, la dea Ceres, lo dio Baccho, Eulo, Minerva, Vesta, et molti altri iddey li quali allora s'adoravano in queste chapelle, et tutte in luocho di musaycho lavorato[252]. Venivano le genti di tutto el mondo a fare nel detto tenpio sagrificio, et chome eran giunti al Chuliseo non era lecito ad alchuno voltarsi in alchuna parte, perchè aveva tante porte, che la prima in che si schontrava in quella entrava, et andava addirittura infino alla cholonna di mezo, dove s'inginochiava e faceva disciprina per ispazio di un'ora; alla quale colonna stavano senpre appicchate infinite disciprine d'argento, e fatta l'oferta a Giove, andavano a quella chapella dove stava el suo iddyo, e lì stavano a digiunare tre dì, et portavano secho la vivanda, et chompiuti li tre dì andavano sopra il giro disopra, dove erano gli altari del sagrificio, e lì uccidevano la bestia, et disotto mettevano el fuocho; apresso vi gittavano su incenso, perle e pietre preziose macinate, ciaschuno secondo sua possanza, et chosì per ispazio di tre ore facevano fummo a dio; et questa era loro venuta. Era tanto l'oro e le pietre preziose che erano nello detto luocho donate che saria impossibile a rachontallo, et per niente persona l'arie tochate, che si credevano prestamente morire»[253]. Qui il Colosseo pare confuso col Pantheon. Del resto la confusione fra Colosseo, Pantheon e Campidoglio è molto frequente, come vedremo più oltre. Flaminio Primo da Colle, esagerando la capacità del Colosseo, dice che vi potevano prender posto centonovantamila persone[254], mentre, veramente, non ne conteneva che centosettemila.
Ciò che si narra del cielo artifiziato del Colosseo e delle sue meraviglie fu tolto, senza dubbio, da una storia molto diffusa nel medio evo, nella quale si racconta che il re Cosroe di Persia, l'usurpatore della Croce, volendo essere adorato per dio, fece costruire una torre d'argento, in cui erano figure del sole, della luna e delle stelle, e certi sottili ed occulti meati pe' quali faceva piovere acqua, ed altri artifizii che simulavano lampi e tuoni[255]. Un cielo di rame, adorno di fiori e di delfini che versavano acqua danno i Mirabilia anche al così detto Cantaro nel Paradiso di San Pietro[256]. È curioso che Enenkel fa venire Cosroe a Roma a edificarvi la torre.
L'anno 1332 si fece con gran pompa nel Colosseo un giuoco di tori, in presenza delle più belle dame di Roma e d'infinito numero di baroni. Vi rimasero morti diciotto cavalieri e feriti nove; furono uccisi undici tori[257]. E questo fu il solo spettacolo che ricordasse gli antichi usi del Colosseo, dove, più tardi, la Compagnia del Gonfalone ebbe in costume di rappresentare a Pasqua la Passione di Cristo.
Il Pantheon, che va debitore della sua conservazione al culto cristiano a cui fu consacrato, ebbe ancor esso la sua leggenda. Nei Mirabilia così se ne narra l'origine: «Temporibus consulum et senatorum Agrippa praefectus subiugavit Romano senatui Suevios et Saxones et alios occidentales populos cum quatuor legionibus. In cuius reversione tintinnabulum statuae Persidae quae erat in Capitolio sonuit, in templo Jovis et Monetae. Uniuscuiusque regni totius orbis erat statua in Capitolio cum tintinnabulo ad collum; statim ut sonabat tintinnabulum cognoscebant illud regnum esse rebelle[258]. Cuius tintinnabulum audiens sacerdos qui erat in specula in ebdomada sua, nuntiavit senatoribus, senatores autem hanc legationem praefecto Agrippae imposuerunt. Qui renuens non posse pati tantum negotium, tandem convictus petiit consilium trium dierum, in quo termine quadam nocte ex nimio cogitatu obdormivit. Apparuit ei quaedam femina quae ait ei: ««Agrippa, quid agis? in magno cogitatu es»». Qui respondit ei: ««Sum, domina»». Quae dixit: ««Conforta te, et promitte mihi te templum facturum, quale tibi ostendo, et dico tibi si eris victurus»». Qui ait: ««Faciam, domina»». Quae in illa visione ostendit ei templum in hunc modum. Qui dixit: ««Domina, quae est tu?»» Quae ait: ««Ego sum Cibeles mater deorum: fer libamina Neptuno, qui est magnus deus ut te adiuvet: hoc templum fac dedicari ad honorem meum et Neptuni, quia tecum erimus et vinces»». Agrippa vero surgens laetus hoc recitavit in senatu, et cum magno apparatu navium, cum quinque legionibus ivit, et vicit omnes Persas, et posuit eos annualiter sub tributo Romani senatus. Rediens Romam fecit hoc templum et dedicari fecit ad honorem Cibeles matris deorum et Neptuni dei marini et omnium demoniorum, et posuit huic templo nomen Pantheon. Ad honorem cuius Cibeles fecit statuam deauratam, quam posuit in fastigio templi super foramen, et cooperuit eam mirifico tegmine aereo deaurato. Venit itaque Bonifacius papa tempore Phocae imperatoris christiani. Videns illud templum ita mirabile dedicatum ad honorem Cibeles matris deorum, ante quod multotiens a demonibus Christiani percutiebantur, rogavit papa imperatorem ut condonaret ei hoc templum, ut, sicut in Kalendis Novembris dedicatum fuit ad honorem Cibeles matris deorum, sic illud dedicaret in Kalendis Novembris ad honorem beatae Mariae semper virginis quae est mater omnium sanctorum. Quod Caesar ei concessit».
Secondo la Kaiserchronik, il Pantheon era più particolarmente consacrato a Saturno, ma vi si onoravano ancora tutti gli altri demonii[259]; secondo Enenkel, esso era consacrato a Venere, e serviva alle dissolutezze del suo culto[260].
Della sontuosità del Pantheon non si narrano gran meraviglie. Ranulfo Higden, sulla fede del solito Gregorio, dice che il tempio ha 260 piedi di larghezza. Alcuni credevano che la famosa pigna, la quale, secondo la testimonianza di San Paolino da Nola, stava un tempo sopra quattro colonne nell'atrio della Basilica Vaticana, e che fu poi trasportata, per dar luogo alla nuova fabbrica, nel giardino del Belvedere, avesse servito a turare il foro della cupola del Pantheon, d'onde risplendeva da lunge come una montagna d'oro[261]. È noto che l'imperatore Costante II (641-68) fece togliere, per portarle a Costantinopoli, le lastre di bronzo dorato che coprivano il tempio[262].
Del Mausoleo di Adriano, che Procopio descrive ancora integro e adorno di statue[263], così dicono i Mirabilia: «Est et castellum quod fuit templum Adriani, sicut legimus in sermone festivitatis sancti Petri, ubi dicit: Memoria Adriani imperatoris mirae magnitudinis templum constructum, quod totum lapidibus coopertum et diversis historiis est perornatum, in circuitu vero cancellis aereis circumseptum cum pavonibus aureis et tauro, ex quibus fuere duo qui sunt in cantaro paradisi. In quatuor partes templi fuere IIII caballi aerei deaurati; in unaquaque fronte portae aereae; in medio giro sepulchrum Adriani porfireticum, quod nunc est Lateranis ante folloniam sepulchrum papae Innocentii; coopertorium est in paradiso sancti Petri super sepulchrum praefecti, inferius autem portae aereae, sicut nunc apparent». Thietmar von Merseburg chiama il Mausoleo di Adriano Domus Thiederici[264], e dopo di lui altri scrittori lo chiamano con lo stesso nome, senza che se ne possa chiaramente scorgere la ragione[265]. Domus Theodorici fu chiamato anche l'anfiteatro di Verona, e vedremo in seguito che a Teodorico fu attribuito pure il così detto Caballus Constantini. Nel Libro Imperiale la Mole Adriana, prima si dice costruita da Caligola, poi da Caligola solamente restaurata.