E vidil pien delle mie legioni,

Posto per segno in me di monarchia

In quella parte ove 'l bellico poni[220].

Nel Libro Imperiale il Palazzo maggiore è così descritto[221]: «Palazo maggiore et chuliseo erano nel mezo di Roma, et era palazo maggiore ritondo, di giro oltre d'uno miglio[222], nel quale erano cinquanta altissime torri, chon cinquanta bellissimi palazi, e di belleza l'uno simile a l'altro, et l'alteza delle mura erano sesanta braccia et grosse dieci; le quali torre altretanto disopra passavano, ornate di bellissimi porfidi et marmi di diversi cholori, et nel mezo di drento era uno lacho, nel quale era ogni generazione di pesci, d'intorno al quale circhundava una strada di marmo biancho e seliciata di porfidi di diversi cholori, gl'intagli [de] li quali facevano memoria delle storie troyane e dello avvenimento d'Enea in Italia. Lo palazo aveva una entrata[223] di altissime e belle porti di metallo, et chosì erano porte et finestre degli altri palazi li quali erano drento di musayco tutti lavorati facendo memoria de' fatti antichi del chominciamento del mondo. Le tetta erano coperte di pionbo in fortissima volta, sanza alcuno edifizio di lengname, di chamere, sale, logge et chamminate[224] forniti, che la natura none aveva in ciò niente manchato; citerne et fonti et pozi di dolcissime aque. L'aque del chondotto si chonducevano dal fiume di fogle[225] sopra quasi i palagi, chadeva l'aqua in detto lacho, la quale veniva trenta miglia lontano. Nella sommità d'intorno s'andava a chavallo et a pie', come altri voleva. Hordinato era d'intorno da uno de' lati che infino a sommo [si] saliva quasi a piano. Nel detto palazo stavano tutti li rettori li quali avevano a dare sententia, et anchora vi si teneva ragione a vedove et a pupilli et orfani. Furono certi imperatori ch'ordinarono loro stanze in certi luochi di Roma si chome fu dove era santo Yanni, che ivi si è Costantino, et a termo, dove s'adorava lo dio Erchole, dove si è Diociziano (sic)[226], e dov'è ora santo Piero, che v'abitò Nerone, e dove santa Maria Trasperina (sic)[227], che ivi si è Adriano, el quale edifichò chastel Santo Angnuolo; ma la maggiore parte degli imperadori stavano in palazo maggiore.»

Passiamo ora al Colosseo, giacchè del Campidoglio avrò a dire più opportunamente in altro capitolo.

Il nome di Colosseo si trova primamente usato nelle Collettanee attribuite a Beda[228], e nella Vita di Stefano IV scritta da Anastasio Bibliotecario, il quale morì prima dell'886[229]. I Latini ebbero l'aggettivo colosseus[230], dal quale certamente deriva il nome dell'anfiteatro Flavio. Per ragione della mole smisurata il popolo, probabilmente sin da tempo assai antico, cominciò a chiamare quell'anfiteatro amphitheatrum colosseum, e poi per brevità, trasformando l'aggettivo in sostantivo, Colosseum, senz'altro[231]. Checchessia di ciò, i sopradetti scrittori tolsero certamente dall'uso popolare quel nome. Beda, che non fu a Roma, lo udì forse la prima volta da un pellegrino anglosassone. Ma il medio evo, non meno sollecito che fantastico ricercatore di etimologie, ricorse a più complicate spiegazioni. Armannino Giudice, narrato come nel Coliseo (divenuto qui, come anche altrove un tempio, anzi capo di tutti li templi che per lo mondo erano) fossero rinchiusi molti spiriti maligni, che facevano gran segni e gran miracoli, soggiunge che i sacerdoti solevano domandare agli stupiti spettatori: Colis eum? cioè il maggiore di quegli iddii; ed essi rispondevano: Colo, d'onde il nome di Coliseo[232]. Il Ramponi dice nella già citata Storia di Bologna: «Templum namque in urbe Roma factum erat, quod totius orbis existebat caput, modo constructum pariter et fabricatum, magne latitudinis, et immense altitudinis, quod dicebatur collideus quia dii ibi colebantur[233]

Il Colosseo fu nel medio evo, com'è tutt'ora, la rovina più cospicua della città, e la più acconcia a inspirare un alto concetto della ricchezza e della potenza de' suoi costruttori. A quali peripezie andasse soggetto durante le invasioni non si sa; ma si può credere che più di una volta servisse di propugnacolo agli assaliti, o agli assalitori, e che non lo risparmiassero le fiamme barbariche. Nel medio evo diventa una cava di materiali da costruzione, d'onde si estrae travertino, ferro, piombo, marmo da farne calce. In tempi di guerra civile si trasforma in fortezza, contesa tra i Frangipani e gli Anibaldi; i terremoti soccorrono all'opera distruggitrice degli uomini. In pieno quattrocento Niccolò V, che pure s'acquistò fama lodevole di umanista, e ch'empiè Roma di fabbriche, lo spoglia ancora di marmi, per provvedere alle nuove costruzioni onde si accrescevano in Borgo i palazzi apostolici, e Paolo II non si perita d'imitare così biasimevole esempio a beneficio del suo privato palazzo in San Marco[234]. Esposta da tanti secoli a tante e così formidabili cause di distruzione, l'antica ruina, rimanendo in piedi, pareva quasi dovesse essere indestruttibile, e ciò la faceva più meravigliosa agli occhi del popolo, convinto del resto, per virtù di una antica profezia, che la gran mole dovesse durare quanto Roma e quanto il mondo[235]. Certo, se se ne toglie il Campidoglio, non v'era in tutta la città altro monumento che potesse così vivamente eccitare la fantasia e provocare la leggenda.

Molti cronisti ricordano il colosso di Nerone a cui Vespasiano fece mutare il capo, un altro ponendovene che rappresentava il sole, con sette raggi intorno, i quali misuravano ciascuno ventidue piedi e mezzo[236]. Nel medio evo si sapeva che il colosso rappresentava il Sole, e si sapeva pure dell'altro colosso, sacro al Sole, per cui era andata famosa nell'antichità l'isola di Rodi; può darsi ancora che in qualche cronaca si fosse serbato ricordo del colosso di Apollo che Lucullo trasportò da Apollonia a Roma. Fatto sta che il colosso Neroniano fu da taluno confuso con quello di Rodi. Ranulfo Higden così ne parla[237]: «Aliud signum est imago Colossei quam statuam Solis aut ipsius Romae dicunt, de qua mirandum est quomodo tanta moles fundi potuit aut erigi, cum longitudo ejus sit centum viginti sex pedum. Fuit itaque haec statua aliquando in insula Rhodi quindecim pedibus altior eminentioribus locis Romae. Haec statua sphaeram in specie mundi manu dextra et gladium sub specie virtutis manu sinistra gerebat, in signum quod minoris virtutis est quaerere quam quaesita tueri. Haec quidem statua aerea, sed imperiali auro deaurata, per tenebras radiabat continuo et equali motu cum sole circumferebatur, semper solari corpori faciem gerens oppositam, quam cuncti Romam advenientes in signum subjectionis adorabant. Hanc Beatus Gregorius, cum viribus non posset, igne supposito dextruxit; ex qua solummodo caput cum manu dextra sphaeram tenente incendium superfuit, quae nunc ante palatium domini papae super duas columnas marmoreas visuntur. Miro quoque modo ars fusilis adhuc in aere rigido molles mentitur capillos, et os loquenti simillimum praefert.» Nell'Eulogium si dice egualmente che il Colosso era stato prima nell'isola di Rodi: «fuit haec statua aliquando in insula Herodii[238].» L'autore del Chronicon Paschale sembra cadere nello stesso errore quando dice che Commodo tolse il capo al Colosso di Rodi per porvi la propria immagine. Naturalmente poi da parecchi si esagera l'altezza del simulacro: nella cronaca latina della Casanatense già citata di sopra si dice (f. 7. v.) che ai tempi di Nerone «Coliseus sive colosus Rome erigitur habens altitudinis pedes septemc.» Qui vediamo dato alla statua il nome del Colosseo. Nel Chronicon Imaginis Mundi di Jacopo da Acqui il Colosseo è la statua di un dio, alta più di cinquecento piedi. Ma una strana favola, e degna d'essere qui riferita, è questa che Vincenzo Bellovacense racconta in un luogo dello Speculum Naturale[239]. «Colossus homo monstruosus fuit, quem occisum Tyberis fluvius cooperire non poterit, ipsumque mare per multo spatio rubro sanguine infecit, ut Adelinus[240] dicit: cuius etiam templum et statua Romae facta est, quae ab eius nomine Colossus dicitur.»

Fra il Colosso ed il Colosseo doveva neccessariamente prodursi nella leggenda una certa attrazione, provocata, se non altro, dalla somiglianza dei nomi. Il Colosso del Sole finisce per entrare nel Colosseo che gli sta dinnanzi, e il Colosseo diventa a dirittura il Tempio del Sole. Allora cominciano a venir fuori tutte le magnificenze e gli splendori di cui naturalmente s'immagina che il Tempio del Sole dovesse essere adorno. E qui troviamo anzi tutto la descrizione dei Mirabilia, ripetuta poscia da molti[241]. «Coloseum fuit templum Solis mire magnitudinis et pulcritudinis diversis camerulis adaptatum, quod totum erat cohopertum ereo celo et deaurato, ubi tonitrua, fulgura et coruscationes fiebant, et per subtiles fistulas pluvie mittebantur. Erant preterea ibi signa supercelestia et planete Sol et Luna, quae quadrigiis propriis ducebantur. In medio vero phebus, hoc est deus solis manebat, qui pedes tenens in terra cum capite celum tangebat, qui pallam tenebat in manu, innuens quod Roma totum mundum regebat. Post vero temporis spatium beatus Silvester iussit ipsum templum destrui et alia palatia, ut oratores, qui Romam venirent, non per hedificia profana irent, set per ecclesias cum devotione transirent; caput vero et manus predicti ydoli ante palatium suum in Laterano in memoria poni fecit quod modo palla Samsonis falso vocatur a vulgo. Ante vero Coliseum fuit templum, in quo fiebant cerimonie predicto simulacro[242].» Il Colosseo è già diventato il tempio del Sole, ma le cerimonie religiose si fanno ancor fuori, in un altro tempio. Ciò che qui e altrove si dice degli avanzi del Colosso è confermato dalle piante medievali, dove spesso, a canto al Laterano se ne vedono figurati il capo e le mani[243]. Quanto alla distruzione del tempio essa è attribuita a Silvestro anche in una traduzione tedesca dei Gesta Romanorum, citata dal Massmann[244], e in una versione, pure tedesca, dei Mirabilia[245]. Ranulfo Higden, come abbiamo veduto testè, l'attribuisce a Gregorio Magno; Giovanni d'Outremeuse a Bonifacio III.

Il medio evo non sa più immaginare un anfiteatro scoperto, e però provvede di un tetto il Colosseo. A questo tetto accenna Fazio degli Uberti, senza tuttavia far parola dell'altre meraviglie[246]: