I varii racconti esposti sin qui hanno comune la statua che copertamente indica il tesoro; la statua adunque è come dire il primo nocciolo della leggenda, la forma più semplice della quale è la seguente: una statua indica mediante certe parole, ma in modo ambiguo, l'esistenza di un tesoro nascosto; nessuno riesce ad interpretarle secondo il loro vero senso, finchè viene uno più avveduto degli altri che le intende a dovere, scopre il tesoro, e se ne fa signore. La leggenda in questa forma non apparteneva a Roma, ma fu tratta, come avvenne di altre parecchie, entro l'orbita delle leggende romane, dove si ampliò, si abbellì e si legò coi nomi illustri di Gerberto e di Virgilio. In essa l'eroe dell'avventura è un Saraceno. Vincenzo Bellovacense, che pure riporta il racconto di Guglielmo di Malmesbury, la narra in un altro luogo dello Speculum historiale, e dice il caso essere avvenuto in Puglia ai tempi di Roberto Guiscardo[320], e lo stesso dicono la Cronaca degli imperatori romani[321], composta nel 1301, Pandolfo Collenuccio nel Compendio delle historie del regno di Napoli[322], il Magnum Chronicon Belgicum[323], il Platina[324], il Bonfinio[325], ecc. In certe recensioni dei Gesta Romanorum il fatto si pone ai tempi di un imperatore Enrico[326]. Il già citato Chronicon de VI etate[327] lo pone in Apulea in civitate Neapoli, e dice che il Saraceno era un gran filosofo. Il Petrarca nel trattato delle Cose Memorabili, lo dice avvenuto in Sicilia[328].

Non è impossibile, e nemmeno improbabile, che questa storia sia di origine arabica; e chi pensi quante favole ci vennero dall'Oriente nel medio evo, e vegga questa, nei riferimenti più antichi, scendere sino in Puglia e in Sicilia, che un tempo furono terra di Arabi, non crederà troppo avventata la congettura di quella origine, avvalorata com'è dal carattere e dal colorito della intera finzione. Pandolfo Collenuccio, che, come abbiamo veduto, pone il fatto ai tempi di Roberto Guiscardo, dice di trarne il racconto da fideli auttori, ma io non trovo che se ne faccia ricordo da nessuno degli scrittori più antichi che, come Galfredo Malaterra, Amato di Montecassino[329], Guglielmo di Puglia, narrano le storie normanne e le gesta di Roberto.

Ho detto testè che questa storia della statua e del tesoro finisce per legarsi al nome di Virgilio. Infatti racconta Enenkel nel suo Wellbuch[330] che Virgilio fabbricò a Napoli una statua di bronzo, la quale con l'una mano indicava un monte, con l'altra si accennava il ventre: una scritta lasciava intendere che la statua mostrava un tesoro. Molti andarono a scavare nel monte e non trovarono nulla. Un giorno un ubbriaco, volendo punire la statua della falsa indicazione, con un colpo la infranse, e trovò ch'era tutta piena d'oro. Non so se Enenkel abbia immaginata egli stesso questa variante, la quale sembra fatta apposta per moralizzarci sopra, o se l'abbia tratta d'altronde, che forse è più probabile; ma non voglio tralasciar di accennare ad un riscontro, per quanto fortuito e remoto. Narrasi pertanto che ai tempi di Leone Magno (457-474) Ardaburio prefetto delle milizie, trovò in Tracia una statua di Erodiano curva ed obesa, e che infrantala, ne trasse centotrentatrè libbre d'oro. L'imperatore, risaputa la cosa lo fece morire[331].

Finalmente nella Historia di cose memorabili della Città di Bologna, scritta per uno della famiglia dei Ramponi, si trova la seguente narrazione che io riporto per intero, e perchè serve ad illustrare vie maggiormente la leggenda testè esposta, e perchè è un documento importante del concetto in che si ebbero nel medio evo la ricchezza e la magnificenza dei Romani[332] . «Elapsis tribus milibus fere annis ab hedificatione civitatis Ravenne, a Roma condita .VIC. 93. Julius Cesar cum subiugasset omnes occiduas provincias cum .7. legionibus militum venit Ravennam, nobilissimam civitatum, et ibi diu repausavit, mandans inde legatos Romam quod propter victorias feliciter gestas sibi Romani secundum decernerent consulatum, cui contradictum est et decretum quod nullus nuntius urbis rediens de sua legatione quantumcumque felici possit Romam accedere, nisi prius depositis armis prope Ariminum. Hec audiens Julius Cesar egre tulit, et adspirans ad imperium omnino proposuit ire Romam cum multitudine armata. Unde, stans Ravenna tanquam potestatem habens, fecit fieri quedam insignia, magnificare se volens. Hic mandavit fieri supra portam auream quamdam portam de auro, et subtus eam domunculam que habebat hostia de auro de Arabia. Item, in medio muro, supra portam, fecit sculpiri se sedentem in trono de auro in statua de ere, idest quod ibi erat de ere Julii Cesaris, cuius venter plenus erat numis aureis, et habebat caput de lapide precioso, et in manu tenebat gemmam preciosam et inextimabilis valoris que refulgebat ut stella matutina, et ante se habebat mille libras de auro purissimo ad pondus Regis, et ex tunc illa porta vocata est aurea, que prius dicebatur asiana. Procedente tempore, Tiberius tercius imperator post Julium, mandavit ducem Anthipoti regis, qui asumpto Jape, sapientissimo in arte rectoria, fecit inscribi super portam auream quasdam literae, quae nullus intelligere poterat, et erant scriptae super caput statue Julii Cesaris. Erat autem scriptura talis: Prima die madii habebo caput aureum, cum tamen statua haberet caput de lapide precioso. Cumque diu eius interpretatio latuisset, et multi conati fuissent intelligere epigrama, tandem inventus est unus, [qui], nescio cuius arte, prima die madii, oriente sole, respexit ubi in terra caput statue faciebat umbram, et ibi faciens fodi invenit aurum in magna copia.»

Ma poichè Roma toccò il sommo della prosperità e della gloria sotto il magnifico reggimento di Augusto così per quella consuetudine propria del medio evo di tutto riferire al principe quanto v'è di più spiccato nella vita di un popolo, si cominciò a considerare il primo imperatore di Roma come un rappresentante, anzi come un depositario della universale ricchezza romana. Augusto, che si gloriava d'aver trovato Roma laterizia e di lasciarla marmorea, fece stupire gli uomini del suo tempo per la munificenza e la liberalità onde dava prova continua, e il medio evo, che leggeva nei maggiori poeti le lodi di lui, non poteva dimenticarlo. Si sapeva aver egli portato tanta copia d'oro in Roma da sminuirne in modo notabile il prezzo, e il concetto che si aveva delle ricchezze da lui raccolte se ne accresceva. Il tributo di tutta la terra affluiva nel suo tesoro; egli arricchiva delle spoglie dei principi e dei popoli vinti. Dice Massudi nella sua storia intitolata I Prati d'oro[333], che Augusto s'impadronì dei tesori dei re di Alessandria e di Macedonia, e li portò a Roma. Si credeva inoltre che nell'universale censimento che si fece al tempo della nascita di Cristo, Augusto avesse obbligato ciascuno degli innumerevoli sudditi suoi a pagargli una moneta[334]. A poco a poco la ricchezza dell'imperatore si fa proverbiale. Ranulfo Higden, vantando in un luogo delle sue storie l'opulenza della Gran Bretagna, cita alcuni versi di cui gli ultimi quattro suonano così[335]:

Insula praedives quae toto non eget orbe,

Et cujus totus indiget orbis ope;

Insula praedives cujus miretur et optet

Delicias Salomon, Octavianus opes[336].

Ed ecco nascere spontaneamente una leggenda secondo la quale i tesori inestimabili ammassati da Ottaviano giacciono sepolti entro certe cavità della terra, affidati alla custodia di spiriti maligni, o di singolari ingegni, artifiziosamente e per arte magica composti. Anche qui ci troviamo dinnanzi per primo Guglielmo di Malmesbury, il quale nel l. II della sua storia De gestis regum Anglorum[337] inserisce il seguente racconto udito da lui, quand'era ancora fanciullo, dalla bocca di un frate d'Aquitania, eroe della strana avventura. «Ego, aiebat, septennis, despecta exilitate patris mei, municipis Barcinonensis admodum tenuis, transcendens nives Alpinas, in Italiam veni. Ibi ut id aetatis pusio summa inopia victum quaeritans, ingenium potius quam ventrem colui. Adultus multa illius terrae miracula oculis hausi et memoriae mandavi. Inter quae vidi montem perforatum, ultra quem accolae ab antiquo aestimabant thesauros Octaviani reconditos. Ferebantur etiam multi causa scrutandi ingressi per anfractus et semetra viarum intercepti perisse. Sed quia nullus fere timor avidas mentes ab incepto revocat, ego cum sodalibus meis, viris circiter duodecim, seu praedandi seu videndi studio, illud iter meditabar aggredi. Itaque Daedali secuti ingenium, qui Theseum de labirinto filo eduxit praevio, nos quoque glomus ingens portantes paxillum in introitu fiximus. Ibi principio fili ligato, accensis laternis ne praeter devia etiam caecitate impediremur, devoluto glomere et per unumquodque miliarium paxillo apposito sub caverna montis quomodocumque iter nostrum direximus. Caeca erant omnia et magni orroris plena. Vespertiliones de concavis egredientes, oculos et ora infestabant. Semita arcta et a laeva praecipitio et subterlabente fluvio timenda. Vidimus tramitem vestitum nudis ossibus; flevimus cadavera tabo adhuc fluentia hominum, quos eadem quae nos spes raptasset, post montis introitum non valentium invenire exitum. Sed tandem aliquando post multos timores ad egressum ulteriorem pervenientes, vidimus stagnum placidum aquis crispantibus, ubi dulcibus illisa lapsibus alludebat unda littoribus. Pons aereus utramque ripam continuabat. Ultra pontem visebantur mirae magnitudinis equi aurei cum assessoribus aeque aureis, et cetera quae de Gerberto dicta sunt. In quibus die medio Phoebi iubar infusum duplicato fulgore oculos intuentium hebetabat. Nos qui haec eminus videntes propriori aspectu delectaremur, asportaturi, si sors sineret, aliquam splendidi metalli crustam, hortamine alterno animati, stagnum transire paramus. Sed nequicquam. Dum enim quidam ceteris praeruptior citeriori margini pontis pedem imponeret, continuo, quod mirum auditu sit, illo depresso, ulterior elevatus est, producens rusticum aereum cum aereo malleo; quo ille undas verberans, ita obnubilavit aera ut diem coelumque subtexeret. Detracto pede, pax fuit. Temptatum idem a pluribus, idemque expertum. Itaque desperatu transitu, aliquantulum ibi constitimus, et quamdiu potuimus, solo saltem visu libavimus aurum. Mox per vestigia fili regressi, pateram argenteam reperimus. Qua in frusta desecta et minutatim partita, pruritum aviditatis nostrae tantumodo irritantens, non etiam fami fecimus satis. Postero die collato consilio, magistrum quendam illius temporis adivimus, qui dicebatur nomen Domini ineffabile scire. Interrogatus scientiam non inficiatur, adiciens quod tanta esset eius nomini virtus, ut nulla ei magia, nulla mathesis obsistere posset. Ita multo pretio redemptus, ieiunus et confessus, nos eodem modo paratos duxit ad fontem. De quo hausta aqua in fiala argentea, tacens digitis literas figurabat, donec oculis intelleximus quod ore affari nequiremus. Tunc fiducialiter ad montem accessimus; sed exitum ulteriorem a demonibus credo obstipatum offendimus, invidentibus scilicet nomini Domini quod eorum commenta refelleret. Venit mane ad me nigromanticus Iudeus, quem audita gestorum fama exciverat; percuntatusque rem ubi socordiam nostram accepit, multo cachinno bilem succutiens: ««Quin tu inquit, videas, licebit, quantum potentia meae artis valeat»». Et incunctanter montem introiens, non multo post egressus, multa quae ultra fluvium notaveram ad iudicium transitus sui afferens: pulverem sane locupletissimum, quo quicquid contingeretur in aurum flavescebat; non quod ita pro vero esset sed quia ita videretur quoad aqua dilueretur. Nihil enim quod per nigromantiam fit potest in aqua aspectum intuentium fallere.»