Dice Guglielmo di Malmesbury che questi tesori di Ottaviano erano quegli stessi scoperti da Gerberto in Roma; ma nel supposto racconto del monaco di Barcellona nulla fa sospettare che il monte forato sia in Roma, ed oltre a ciò, fra le due descrizioni corre troppa diversità perchè si possano tutt'e due riferire ai medesimi obietti. Del resto il racconto che precede, si trova riportato, più o meno succintamente, da Vincenzo Bellovacense[338], da Pietro Berchorio[339], dall'autore del Magnum Chronicon Belgicum[340] e da altri parecchi. È da notare che storie a questa somiglianti di persone che penetrarono in qualche segreta cavità e vi trovarono tesori e altre meraviglie, sono molto frequenti nelle cronache del medio evo. In pressochè tutte i tesori severamente custoditi da misteriose potenze, non debbon esser toccati, e chi s'attenta di portarvi la mano è punito della temerità sua[341]. Di solito il custode è un drago, o un cane diabolico. Non m'indugio a ricercare il mito primitivo che certamente si nasconde sotto a questa popolare credenza; ma faccio osservare che nel medio evo si aveva una ragione specialissima per credere che i tesori sepolti non potessero essere involati. Credevasi che essi fossero serbati all'Anticristo, il quale se ne gioverebbe per procacciarsi aderenti e per premiare i suoi apostoli[342]. Però i diavoli n'erano fatti naturali e legittimi custodi. Quanto al villano di bronzo che nel racconto del monaco di Barcellona impedisce l'accesso agl'intrusi, esso ha molti riscontri nella letteratura romanzesca del medio evo.

Dei tesori di Ottaviano si parla ancora in alcune versioni del Libro dei Sette Savii, là dove si narra la storia del tesoriere infedele, che, colto in un tranello tesogli dal suo signore, per non essere riconosciuto, e per salvare dall'infamia sè e la famiglia propria, si fa mozzare il capo dal figliuolo (Gaza)[343]. Ottaviano è rappresentato in questo racconto quale un grande amatore e raccoglitore di ricchezze.

Octoviiens fu ia a romme;

En cest siecle not plus sage homme.

Ne miels amast argent ne or,

Em pluisors lius fu son tresor[344].

«In questa città ebbe un 'nperatore chiamato Ottaviano che amò più l'oro e l'argiento che altre cose, e amollo tanto che n'empiè tutta la Torre della Luna[345]

A poco a poco il liberale e magnifico Augusto si trasforma in un principe cupido e avaro. In alcune versioni dei Gesta Romanorum e del Libro dei Sette Savii si narra ch'egli per avidità di tesoro, lasciò distruggere la Salvatio da certi fraudolenti emissarii dei nemici di Roma, come si dirà più distesamente nel capitolo che segue. Nella versione tedesca dei Sette Savii stampata in Augsburgo nel 1488, si dice che in pena di ciò egli fu sotterrato vivo con la bocca piena d'oro. Così toccava in certo modo ad Augusto la sorte di Marco Crasso[346].

Giacomo da Voragine racconta nella Legenda aurea[347] una storiella assai appropriata al concetto che nel medio evo si ebbe della ricchezza dei Romani. Quando a Roma si prese a costruire il Pantheon, di forma rotonda per significare l'eternità degli dei, si vide che stante l'ampiezza del giro non sarebbe stato possibile di alzare, con gli ajuti ordinari, la testudine, ossia la cupola. Allora si pensò di riempiere di terra, mescolata con denari, tutto il vano dell'edifizio mano mano che le mura crescevano sopra suolo. A questo modo si potè compiere agevolmente l'opera, e compiuta che fu, si diede licenza a chiunque volesse trar fuori di quella terra di appropriarsi le monete che vi avrebbe trovato. Accorse gran moltitudine di gente, e in poco d'ora fu votato il tempio.

Per concludere ricorderò ancora una favola rabbinica, la quale spiega molto bene, a suo modo, l'opulenza romana. Nel trattato Pesachim del Talmud[348] si narra come l'argento e l'oro di tutto il mondo, raccolti da Giuseppe in Egitto, passando da uno ad un altro popolo, da uno ad un altro principe, furono portati finalmente in Roma. Gli Ebrei, che primi li tolsero agli Egizii, ne ridiventeranno padroni quando venga il Messia.