Nè certo il concetto che il medio evo si formò della ricchezza di Roma può dirsi esagerato, se si pensa che, come or ora vedremo, il solo Campidoglio era stimato valere la terza parte di tutto il mondo.
CAPITOLO VI. La potenza di Roma.
La memoria della potenza formidabile e dello sconfinato impero di Roma eccita in particolar modo le fantasie nel medio evo. Se pochi ricordano che nel nome stesso di Roma si conteneva, secondo una delle etimologie spacciate già dagli antichi, come un vaticinio della potenza futura, (ῥώμη); se pochi conoscono l'altro nome di Valenza, onde pure s'era fregiata un tempo la città dominatrice del mondo, molti immaginano che la potenza romana sia stata così grande sin dal principio come fu solamente di poi. Costoro non sanno figurarsi una Roma umile e debole[349].
In sul chiudersi dell'evo antico, quando già della passata fortuna non altro rimane che un doloroso ricordo, Simmaco chiama ancora Roma arx terrarum. Durante tutto il medio evo, nei tempi più sciagurati, in fondo alla maggior miseria, Roma serba un'aria di signoria che impone rispetto.
Se non che quella potenza, che non ebbe l'eguale nel mondo, appare agli spiriti inesplicabile e miracolosa. Mal note le condizioni della vita antica, ignorati affatto gli espedienti e i procedimenti della politica e dell'amministrazione di Roma, di cui noi stessi, dopo i lunghi studii fatti, intendiamo a mala pena il complicato e vigoroso meccanismo, non era possibile allora trovare la spiegazione puramente naturale dell'incontrastato ed incontrastabile dilargarsi della dominazione romana sopra la terra. Non s'intendevano quelle spedizioni audaci e gloriose, eseguite con l'animo stesso, e con la stessa prontezza con cui erano decretate; non s'intendevano quei trionfi mirabili per cui vaste, inesplorate regioni diventavano dall'oggi al domani province di Roma, e diventavano soggetti di Roma popoli barbari e bellicosi, insofferenti di giogo. Per intendere ciò bisognava necessariamente ricorrere alle spiegazioni soprannaturali, che per giunta erano le più omogenee allo spirito dei tempi e le più comunemente accette. Si disse che Roma, chiamata a preparare il mondo alla venuta del Redentore, era, per decreto della stessa Provvidenza, destinata a soggiogare tutti i popoli; si disse che, soggiacendo essa al segno del Leone, doveva, per virtù d'influssi celesti, ottenere necessariamente l'universale dominio[350], e si disse ancora che con arti magiche essa provvide alla sicurezza e alla gloria propria. Ed ecco qui presentarcisi la leggenda famosa della Salvatio Romae, della quale ora intendo discorrere alquanto diffusamente.
Il vigore con cui da Roma si tenevano sotto il giogo tanti e così diversi popoli, la prontezza con che si reprimevano le ribellioni, facevano stupire. Nella Kaiserchronik si dice che ai Romani nessuno poteva resistere, nè in terra, nè in mare[351], e Benzone nel suo scritto Ad Heinricum IV imperatorem inserisce questi versi[352]:
Sicubi forte surgebat nociva sedicio
Ut in coelis est exorta in rerum initio:
Protinus suffocabatur Romano iudicio;
Tunc humanitas vacabat omni gravi vicio.