Dum domus Aeneae Capitolii immobile saxum

Accolet imperiumque pater romanus habebit.

Del resto i Romani credevano di avere tra le loro mura molti firmamenta imperii, dei quali non mi trattengo a discorrere[392]; ma non tralascerò di ricordare come sotto gl'imperatori fosse venuto in costume di consacrare in dati luoghi statue metalliche, le quali si credeva avessero virtù di trattenere i barbari ai confini; e nel testo dell'VIII secolo pubblicato dal Docen, e in quello dell'XI pubblicato dal Preller, e nel racconto di Elinando, e altrove, si parla di una consecratio statuarum. La narrazione di Olimpiodoro, testè citata, si riferisce appunto a tale costume. Le tre statue di cui egli parla erano fatte a immagine dei barbari contro ai quali le avevano poste, ed è noto che le statuette di cera, o d'altra sostanza, usate in certe malìe, così nell'antichità, come nel medio evo, dovevano essere fatte a immagine delle persone in cui danno se ne voleva sperimentata la virtù. Si ricordi ora che Augusto fece costruire in Campo Marzio un portico, detto porticus ad nationes, nel quale erano raccolti simulacri rappresentativi di tutti i popoli soggetti all'impero di Roma[393]. Questo portico non aveva certamente avuto nel pensiero di chi lo costrusse altro scopo che la glorificazione di Roma dominatrice delle nazioni; ma facilmente nella fantasia popolare potè poi nascere la credenza che le statue quivi raccolte fossero un artificio magico inteso ad assicurare la soggezione delle province.

Avremmo qui un primo germe, ma non il solo, della leggenda nostra, nella quale rimane forse un documento curioso della reazione pagana contro il cristianesimo trionfante. Tutti sanno come i più ostinati seguaci dell'antica credenza ricordassero volentieri, nel tempo che la fortuna di Roma cominciava a declinare, la potenza e la gloria passata, e come del tristo mutamento dessero colpa ai cristiani, disprezzatori delle antiche divinità, e introduttori di un nuovo culto. In fatti la fortuna di Roma sembrava morire coi numi sotto la cui tutela era prima sorta e cresciuta.

Gli apologeti ebbero a combattere con tutte le forze loro e con tutti gli argomenti della fede e della ragione questa superstizione vivace ed aggressiva, a cui cresceva vigore la carità di patria, e che si traeva innanzi con una certa sembianza speciosa di verità da poter facilmente sedurre gli spiriti non ben fermati ancora nella nuova dottrina. A Roma si ricordava che quando vigilavano in Campidoglio i simulacri degli dei le province non si ribellavano impunemente, e i barbari non erano tanto arditi di varcare i confini. A questo modo il Campidoglio diventava sede di un arcana e soprannaturale potenza, divina pei pagani, diabolica pei cristiani. A poco a poco, perdendosi la memoria esatta delle cose, e confondendosi le dubbie reminiscenze, la leggenda si forma. I simulacri delle nazioni migrano dal portico di Augusto al Campidoglio, si confondono con le divinità ivi esistenti, si trasformano in altrettante divinità proprie delle nazioni soggette. Poi, crescendo la barbarie e l'ignoranza, la rappresentazione di questa misteriosa potestà si fa sempre più grossolana, e ne vien fuori l'artifizio tra il magico ed il meccanico, con le sue statue girevoli, e co' campanelli denunziatori. Ecco in qual modo si formò a mio credere la leggenda della Salvatio, la cui origine sarebbe da porre dopo il trionfo definitivo del cristianesimo, e dopo i primi rovesci che menomarono e avviarono alla dissoluzione la potenza romana. Il medio evo, che trova la leggenda già fatta, lascia da prima sussistere la Salvatio nel Campidoglio, poi la tramuta, obbedendo agl'impulsi della propria fantasia, nel Colosseo, nel Pantheon, altrove. Rinnovellato il sogno della monarchia universale, le statue, rappresentino esse le nazioni soggette, o le divinità di quelle nazioni, saranno settantadue, quanti i nepoti di Noè, quante le lingue uscite dalla torre di Babele, quante le diverse generazioni che, dopo il diluvio, si sparsero a ripopolare la terra[394].

La narrazione già citata dell'Anonimo Salernitano pare che confermi in singolar modo la opinione ch'io seguo. Eccola nelle proprie parole del testo: «Nam septuaginta statuae, quae olim Romani in Capitolio consecrarunt in honorem omnium gentium, quae scripta nomina in pectora gentium, cuius imaginem tenebant, gestabant, et tintinnabulum uniuscuiusque statuae erat, et sacerdotes die ac nocte semper vicibus vigilantes eas custodiebant, et quae gens in rebellionem consurgere conabatur contra Romanum imperium, statua illius gentis commovebatur, et tintinnabulum in collo illius resonabat. Ita scriptum nomen continuo sacerdotes principibus deportarent, et ipsi absque mora exercitum ad reprimendam eandem gentem dirigerent. Sed dum fuissent praedictae statuae aereae Constantinopolim deportatae, ille iam fatus imperator Alexander huiusmodi verba depromsit: Illo denique tempore Romanorum imperatores erant gloriosi, quando istae statuae venerabantur. Unde statim sericis vestibus venire iussit et singulas circumdedit Nocte igitur subsecuta cum se sopori dedisset, vir clarissimus ei apparuit, et comminanter super eum venit, eumque in pectore forti yctu percussit et nomen suum protinus propalavit, adiciens: Ego sum, inquit, Romanorum princeps Petrus! Et statim cum magno taedio evigilavit, sanguinemque suum vomere coepit, et sic exitiale morte defunctus est». L'Alessandro di cui qui si parla regnò dal 911 al 912. La prima parte del racconto coincide quasi interamente con la narrazione più antica del codice di Wessobrunn e con l'altra del codice Vaticano.

Ma la Salvatio non è sempre composta di statue come nelle varie narrazioni riferite e ricordate sin qui; secondo altri racconti, assai più recenti, essa consiste in uno specchio magico in cui si scoprono i nemici di Roma. Autore di esso, come di tant'altre meraviglie, è Virgilio. Di questa seconda leggenda si trova anche fatto ricordo assai spesso. Nei Seven Sages pubblicati dal Wright[395] l'autore di esso non è Virgilio, ma Merlino:

Sire, hit was a mane,

Merlyn he hatte, and was a clerke,

And bygan a wondir werke;