Nella descrizione delle statue che compongono la Salvatio s'incontrano molte diversità fra gli scrittori. La statua che occupa il luogo di mezzo è, di solito quella di Roma, ma qualche volta ancora quella di Romolo, di Cibele o dell'imperatore[378]. Le statue che stanno all'ingiro rappresentano le province soggette, o altrettante divinità adorate in quelle, o anche i principi obbedienti a Roma[379]. I campanelli denunziatori appesi al collo delle statue si agitano da sè, oppure sono scossi dalle statue stesse che li tengono in mano, le quali, in alcune descrizioni, fanno anche manifesta la ribellione con voltare il dorso alla statua di mezzo[380], o con drizzare l'armi verso di lei[381], o con altro atto. In luogo di campanelli si hanno anche scudi, che, percossi, risuonano. Qualche volta la statua di mezzo indica col dito quella il cui campanello ha dato segno di ribellione[382], o agita un campanello anch'essa[383]. In cima all'edificio si pone per giunta un cavaliere di bronzo che volge l'asta verso la provincia ribelle[384]. Le statue sono in numero di settantadue, quanti i popoli della terra usciti dalla progenitura di Noè, il che esprime l'universale dominio di Roma. Così la leggenda, passando di bocca in bocca, e di libro in libro, si variava, si accresceva, si complicava[385].
Ma quale ne può essere stata la origine? Che sia nata nell'Occidente di Europa, anzi nella stessa Roma, mi pare, se non affatto sicuro, molto probabile, sebbene i ricordi più antichi che ce ne sieno venuti si trovino a un tempo stesso, nell'VIII secolo, in un Greco di Gerusalemme e in un testo latino. Inoltre, costituita già, come noi la vediamo, nel secolo VIII, essa deve necessariamente essere alquanto, e forse molto più antica. Non sarà estraneo all'argomento spendere qualche parola intorno a quel tanto che sulla origine sua si può congetturare.
Il Massmann inclina a credere[386] che suo primo principio sia stato qualcuno di quegli orologi figurati e adorni di statue mobili, che, per testimonianza di parecchi scrittori, si ammiravano in Roma. Orologi così fatti possedevano il tempio di Quirino, il tempio di Diana sul monte Aventino, il Campidoglio, dov'erano tante altre meraviglie. Il Bock fa sua questa ipotesi, senza citarne la fonte[387]; ma a me non sembra essa molto plausibile. L'uso degli orologi doveva essere troppo universalmente cognito in Roma, e troppo grande era il numero loro, perchè da uno di essi, dimenticati gli altri, potesse nascere una leggenda quale quella della Salvatio. Il Comparetti propende a credere[388] che questa sia bizantina di origine, e ne mostra il principio nella famosa favola delle oche capitoline, alla quale Dante credeva ancora. Ma nemmen questa opinione finisce di persuadermi. A Costantinopoli, dove non poche favole s'immaginarono in sostegno delle pretensioni imperiali, nessuno poteva propriamente avere interesse d'inventarla, e gli scrittori bizantini, se se ne toglie Cosma, non pare che l'abbiano conosciuta. Ma Cosma stesso potrebbe averla udita raccontare da qualche pellegrino[389].
Le favole dei Mirabilia pajono essere tutte di origine occidentale, e non c'è ragione per credere che quella della Salvatio faccia eccezione alla regola. Ora Cosma accenna evidentemente ad altre favole, quando parlato della Salvatio, soggiunge: πολλὰ δὲ καὶ ἄλλα θαύματα ἄξια κατὰ ̔Ρώμην ἐστίν, e con quest'altre favole, non nate, e, per la più parte non conosciute a Costantinopoli, quella della Salvatio doveva far corpo. La testimonianza di Cosma mostra l'antichità, ma non la origine della leggenda.
Io credo la leggenda della Salvatio nata in Roma, nel quarto o nel quinto secolo, da un complesso di cause che esporrò brevemente.
Ricordiamo anzi tutto che, secondo la tradizione più antica, sede della Salvatio è il Campidoglio; nel Campidoglio dunque debbono essere le ragioni della sua origine. Ora il Campidoglio era l'arx, era il cuore di Roma. Ivi i templi più augusti, ivi i simulacri degli dei e degli eroi, ivi le tavole delle leggi. Il tempio di Giove Custode sorgeva nella parte più nobile del colle, e di una delle statue del dio massimo si credeva avesse virtù di scoprire le celate insidie che minacciavano l'onore e la sicurezza di Roma. Secondo si narra, questo simulacro precipitò per la congiura di Catilina, e fu rifatto maggiore. Di esso diceva Cicerone nel l. II De Consulatu[390]:
Tum fore ut occultos populus sanctusque Senatus
Cernere conatus posset, si solis ad ortum
Conversa inde Patrum sedes populique videret.
Nel Campidoglio ancora erano i simulacri della Bona Fortuna e del Bonus Eventus, opera, dicevasi, di Prassitele, e ivi consacrava Cicerone una statua di Minerva Custoditrice. Che Roma dovesse durare quanto il Campidoglio era comune credenza, e Virgilio dice nel IX dell'Eneide[391]: