lai o solien las altras leis jutjar,

lai veng lo reis sa felnia menar.

Fazio degli Uberti fa dire a Roma, in un luogo già citato del Dittamondo[356]:

Vedi l'antico e ricco Campidoglio;

Quello era il capo mio, e dir potrei

Di tutto il mondo l'altezza e l'orgoglio.

Si ricordava che nel Campidoglio era stato il tempio e il simulacro di Giove conservatore o custode[357], e imperatori e poeti non potevano bramare più solenne onoranza che di ricevere in Campidoglio, quelli la corona imperiale, questi la corona poetica.

I Mirabilia e la Graphia pongono la Salvatio in Campidoglio, e dicono com'era composta. C'erano tante statue quanti erano i regni di tutto il mondo, e ciascuna aveva un campanello appeso al collo. Quando un regno insorgeva contro la signoria di Roma, il campanello di quella tale statua che stava a rappresentarlo in Campidoglio ne dava annunzio sonando. Allora i sacerdoti che avevano quelle statue in custodia ne avvertivano il senato, e il senato incontanente mandava le sue legioni a reprimere la ribellione. Così fu fatta la spedizione di Agrippa e quella di Decio contro i Persiani. Io espongo anzi tutto la leggenda conformemente alla versione che se ne ha nei Mirabilia e nella Graphia, perchè i Mirabilia e la Graphia rappresentano in certo modo la maturità delle leggende medievali intorno a Roma; ma fanno menzione della Salvatio assai prima un testo latino dell'XI secolo conservato nella Vaticana[358], l'Anonimo Salernitano nella sua Cronaca composta verso il 978[359], sul cui racconto dovrò tornare fra breve, San Cosma di Gerusalemme (Agiopolita) nel secolo VIII[360], l'autore del citato opuscolo De septem miraculis mundi[361]. Tutti costoro pongono la Salvatio nel Campidoglio. Se l'opuscolo De septem miraculis mundi fosse veramente di Beda, la descrizione che vi si contiene sarebbe fra tutte la più antica, e risalirebbe al secolo VII; ma ad ogni modo trovandosi essa come ho accennato più sopra (v. p. 112, n. 10), anche in un codice dell'ottavo secolo, e di questo medesimo secolo essendo quella di San Cosma, noi abbiamo piena certezza che la leggenda in discorso era già sorta e costituita nel settecento. Ma nulla vieta di credere che fosse anche più antica, e che l'origine sua risalga ai tempi della già inoltrata decadenza di Roma quando più meravigliosa pareva l'antica fortuna, e si stentava a intenderne le ragioni.

Il Campidoglio era certo per la Salvatio il ricetto più acconcio e più degno, e quivi noi lo vediam porre dagli scrittori più antichi che ne fecero memoria, e quivi ancora da molti altri che vennero poi, come Giacomo da Acqui, Armannino Giudice, l'Autore dei Faictz merveilleux de Virgile, ecc. ecc. Ma in seguito, per quella mobilità propria e nativa delle immaginazioni popolari, per cui facilmente si tramutano da persona a persona e da luogo a luogo, noi vediamo la Salvatio, in forza di certe suggestioni fantastiche più o meno facili a essere riconosciute, trasferita in altri fra i più cospicui edifizii di Roma, e cioè nel Pantheon[362], nel Colosseo[363], nel Tempio della Concordia[364]. Il Libro Imperiale la mette in istretta relazione col tempio di Giano nel passo seguente[366]: «Una porta artificiata era in Roma sotto el monte Giannicolo, dove anticamente abitò lo re Jano primo re d'Italia da cui è nominato el monte Giannicolo. La detta porta era di metallo, ornata maravigliosamente, et con grande artificio, però che quando Roma avea pace stava la detta porta sempre serata, et quando si ribellava alcuna provincia la porta per se stessa s'apriva. Allora gli Romani corevano al Panteon, ciò è a Santa Maria Ritonda dove erano in luogo alto statue[367], le quali rappresentavano le province del mondo, et quando alcuna si ribellava quella tale statua voltava le spalle, et però gli Romani, quando vedevano aperto el delubro di Jano ricorrevano al Panteon, et riguardata[368] la statua, formavano le melizie, et prestamente andavano in quella parte».

Secondo Yâkût, della cui descrizione di Roma si è già parlato, la Salvatio trovavasi in San Giovanni in Laterano, che, essendo sede del pontefice, era diventato il vero caput urbis. Ma molto spesso ancora essa non è in nessuno dei luoghi sinora indicati: la sua sede è un tempio magnifico, o un sontuoso palazzo, o una torre meravigliosa, senz'altra più particolare designazione. Così in Elinando e in Vincenzo Bellovacense che lo copia[369], in Giacomo da Voragine[370], in Ranulfo Higden[371], nel De naturis rerum di Alessandro Neckam[372], nei Gesta Romanorum[373], in Jacopo della Lana[374], nella Weltchronik di Rudolph von Ems continuata da Heinrich von München[375], nella Dyocletianus Leben di Hans von Bühel[376], nel Weltbuch di Enenkel[377], ecc. In tal caso la Salvatio è molto spesso descritta come opera di Virgilio, il quale è al tempo stesso il costruttore del tempio, del palazzo, o della torre che la contiene, mentre ciò accade più di rado quando la Salvatio sia posta nel Campidoglio, nel Pantheon, o nel Colosseo.