Ma è questa una eccezione; del rimanente lo specchio magico è sempre descritto come opera di Virgilio[396]. Di specchi magici che hanno virtù di fare scoprire le insidie o le minacce dei nemici è grande numero nella letteratura leggendaria in genere, e questo di Roma non è se non copia di altro più antico[397].
Coll'ajuto della Salvatio i Romani soggiogarono il mondo[398], e quanto il mondo, fu vasto il loro impero. Giovanni Cavallino, parlando, nella sua Polistoria[399], della porta Collina, nota: «Vel Collina porta potest dici a colle finitimo dicte porte per quam itur ad eum qui hodie dicitur Mons Marus, ubi imperator Romanorum, post coronationem suam, statim ascendit, et volvendo se undique dicit: Omnia que videmus nostra sunt et nostris mandatis obediunt universa mundi».
La Salvatio fu distrutta per fatto dei nemici di Roma, i quali non potevano sperare, nè di vincere, nè di conservarsi liberi tanto che quella sussisteva. Coloro che la fanno distruggere sono i Cartaginesi[400], oppure tre re che dai Romani avevano sofferto molte prepotenze[401], o il re di Puglia[402], o il re di Sicilia[403], o i principi di Germania[404], o un re di Ungheria[405]. Guiraut de Calanson ricorda un Menelas che:
Fel mirail de Roma fremir.
La distruzione si compie mediante un'astuzia a cui ho già accennato nel capitolo precedente. Alcuni emissarii dei principi nemici danno ad intendere all'imperatore di Roma, il quale spesso è Ottaviano, oppure ai senatori e ai consoli, che sotto la torre della Salvatio sono nascosti grandi tesori. Ottenuta licenza di cercarli, cavano nelle fondamenta della torre, e operano in modo che questa precipita quando essi sono già lontani da Roma. Questa storia della distruzione non accompagna in principio la leggenda più antica, dove la Salvatio è formata di statue; essa vien fuori la prima volta insieme con la leggenda più moderna dello specchio, ma poi, naturalmente, si appicca anche all'altra[406]. Ch'essa sia di origine orientale può darsi, e qualche indizio il farebbe credere[407]. Secondo un'altra leggenda l'edifizio e le statue della Salvatio precipitano quando nasce Cristo, conforme da Virgilio, loro artefice, era stato profetizzato[408]. Ma qui la leggenda della Salvatio interferisce con un'altra di cui dovrò far parola a suo luogo[409].
Ma la leggenda non provvede soltanto alla sicurezza esterna di Roma, provvede ancora alla sicurezza interna. Essa dice che Virgilio fabbricò per l'imperatore Tito una statua che scopriva tutti i delitti commessi secretamente in Roma[410].
Sin qui delle leggende che mostrano Roma munita di soprannaturali difese e inespugnabile; passiamo ora a dir qualche cosa di alcune leggende di carattere al tutto opposto, le quali mostrano Roma esposta a pericoli, o vinta da nemici di cui la storia non serba ricordo.
Cominciamo da Alessandro Magno. Era impossibile che la leggenda, tendendo ad allargare sempre più la cerchia delle portentose avventure e delle conquiste del gran Macedone, non andasse, o prima, o poi, ad urtare contro Roma. Già Arriano[411] dice che secondo Aristo ed Asclepiade, i quali scrissero dei fatti di Alessandro Magno, i Romani, al par dei Bruzii, dei Lucani, dei Tusci, mandarono legati al Macedone, e che questi augurò bene della futura loro potenza. Egli nè nega, nè afferma, ma avverte solo che nessuno storico latino fece mai ricordo di ciò, e Tito Livio crede anzi che Alessandro Magno non sia stato noto ai Romani nemmeno di nome[412]. La legazione era asserita anche da Clitarco, secondo la testimonianza di Plinio[413], e Clitarco seguitarono Diodoro Siculo[414], Quinto Curzio[415], Memnone[416]. Lo Pseudo-Callistene dice[417] che Alessandro Magno ricevette l'ossequio dei Romani, e conquistò i regni di Occidente, e ancora[418] che i Romani gli mandarono per Emidio console una corona d'oro adorna di perle, quattrocento talenti, e duemila soldati, scusandosi di non poter mandare di più, impegnati, com'erano, nella guerra contro i Cartaginesi. Ciò avveniva nell'Italia stessa, dove Alessandro si suppone passato sino dai primordii del suo regno. Giulio Valerio, traduttore dello Pseudo-Callistene, e l'Arcipresbitero Leone, autore della Historia de preliis, divulgano questo racconto, orientale di origine, nell'occidente di Europa, dove da indi in poi si ritrova assai spesso ripetuto, con varianti di maggiore o minore rilievo, nelle numerose storie di Alessandro Magno, che, in prosa e in verso, si hanno in tutte le letterature del medio evo[419]. Il Gorionide, esagerando al solito, dice che i Romani accolsero Alessandro come signore, e che egli vi dominò sino alla sua morte[420]. Armannino nella Fiorita dice similmente che Alessandro ebbe la signoria di Roma, e che dagli indovini era stata profetizzata la sua venuta, alla quale non era possibile opporsi, tale essendo la volontà di Dio. Ekkehard ricorda che in sul principio delle sue conquiste Alessandro andò a Roma, e tace di tutto il resto[421]. Jacob van Maerlant racconta[422] che i Romani mandarono ad Alessandro la corona romana,
En gaven hem die roemsce croene.
In qualche codice dei Mirabilia le terme di Alessandro Severo pare si mutino in un palazzo di Alessandro Magno. Nei Mirabilia del già citato codice Marciano si legge il seguente curioso passo: «In thermis olimpiadis, ubi assatus fuit sanctus Laurentius, et vocatur ibi Panisperna; ideo dicitur Panisperna quia Olimpias, uxor Philippi regis macedonii ibi colebatur pro dea, et offerebatur ei panis, pola et perna, vel caro porcina». Anche tra gli Arabi pare siavi stata una leggenda, comunicata ad essi probabilmente dai Greci per le trafile solite, la quale attribuiva ad Alessandro la conquista di Roma[423].