Ma se la grande ammirazione che per Alessandro si aveva nel medio evo bastava a fare accettare una leggenda manifestamente greca di origine e non troppo lusinghiera per gli occidentali in genere, e per quanti si credevano discendere dagli antichi Romani in particolare, non mancano tuttavia scrittori che negano di accoglierla, e che, più o meno direttamente, le contraddicono. Ottone di Frisinga dice[424], che Alessandro morì quando appunto si preparava a soggiogare Roma e tutto l'Occidente; altrove parla del Macedone come di un incomodo pedagogo, che dava soggezione a Roma, la quale solo dopo la morte di lui prese a crescere liberamente e a coprirsi di gloria. Gotofredo da Viterbo ricorda nella parte XI del Pantheon, che Alessandro ricevette in Babilonia i legati di tutti i re dell'Occidente che a lui si sottomettevano. Ai Romani ricalcitranti scrisse: Si venero venero; e quelli con nobile audacia risposero: Si veneris inveneris. Dante esclama nel l. II del De Monarchia: «O altitudo sapientiae et scientiae Dei, quis hic te non obstupescere poterit? Nam conantem Alexandrum praepedire in cursu coathletam romanum, tu, ne sua temeritas prodiret ulterius, de certamine rapuisti». Finalmente Federico Frezzi ha questi versi nel Quadriregio[425]:

Il quarto che ha la luce chiara e pura

Su nella testa, è Alessandro altero,

Che fece a tutto il mondo già paura.

Egli ebbe l'Oriente tutto intero.

Forse, se non che morte il levò tosto,

Di vincer Roma gli riuscia il pensiero.

A far nascere la leggenda testè riferita contribuì per molta parte, come fu giustamente osservato dal Mai[426], l'essersi scambiato con Alessandro Magno Alessandro re dei Molossi e fratello di Olimpia. In molte cronache si narra prima la venuta in Italia di questo, poi la venuta di quello; ma in altre, come per esempio nella Historia miscella[427], si narra solamente la prima e della seconda non si fa parola[428].

Ma già molto prima di Alessandro Magno Roma ebbe, come abbiam veduto, in Davide un pericoloso avversario[429]. Beniamino Tudelense parla nell'Itinerario di una via lunga quindici miglia aperta da Romolo nelle viscere dei monti, presso Napoli, per paura di Davide[430]. Del resto Roma fu assediata, presa e distrutta più volte, se s'ha a credere alla leggenda. Di un assedio postole da un re negromante si parla nei Mirabilia a proposito del Cavallo di Costantino, della cui storia dirò più oltre a suo luogo. Di un altro assedio per parte di una gran moltitudine di barbari discorre Beda nel suo trattato De divisionibus temporum. Giano, re dell'Epiro, rifugiato in Roma, salva la città, ed è poi adorato come dio[431]. Giovanni d'Outremeuse racconta[432] che l'anno 410 dopo la cattività di Babilonia i Sicambri la espugnarono, uccidendo 60000 persone. Allora il duca Cleto lasciò Roma e tutta la signoria a' suoi due figliuoli Alessandro e Flandrino.

Fra gli Ebrei corse un tempo la credenza che i Romani, distruttori del Tempio, sarebbero stati ridotti in soggezione dai Persiani: se i Persiani sino ad ora non vennero, vennero invece, e molto numerosi, e più volte, i Saraceni, come si legge in parecchie chansons de geste[433]. Giovanni d'Outremeuse, favoleggiatore inesauribile, ricorda parecchie altre espugnazioni di Roma. L'anno 457 la prendono gli Ungheresi e i Danesi, i quali, «jasoiche que ilh fussent Sarasiens ne se voirent onques rien forfaire aux englieses»[434]. L'anno 567 Peris, re di Francia, passò in Italia, sconfisse i Romani, uccidendone 12000, assediò Roma e la prese; ma, vinto dalle preghiere del papa, non la distrusse[435]. L'anno 517 Artù vinse i Romani in Bretagna e passò in Italia; ma concluse la pace prima di avere espugnata Roma[436]. Ciò nondimeno l'anno 541 fu ricevuto dai Romani per signore[437]. L'anno 622 Cosroe venne, distruggendo le terre, sin sotto Roma, dove fu vinto dall'Imperatore Eraclio[438].