Ma quando Attila si presentò sotto le mura di Roma combatterono insieme sino l'anime dei morti[439]. Il Flagello di Dio fu per le preghiere del Papa incenerito da un fulmine, e gli Unni fuggiaschi perirono in mare[440]. Armannino Giudice narra invece che Attila e Totila, i quali erano prima di Costantino, occuparono l'Italia e Roma gran tempo e fecero stalle delle chiese.

Ma da quanto si è detto della leggenda della Salvatio non si argomenti che nella credenza del medio evo Roma debba la sua grandezza e la sua signoria soltanto agli ajuti soprannaturali dell'arte magica. La giustizia, il senno e il valore dei Romani sono ricordati continuamente, e proposti come nobile esempio da imitare. Senza quelle virtù Roma non sarebbe mai salita a tanta altezza di gloria a quanta salì veramente. Dei Romani dice Giovanni Villani[441] che «per forza d'arme, e virtù e senno di buoni cittadini, quasi tutte le provincie, e reami e signori del mondo domarono, e recaro sotta sua signoria». In certe Histoires romains manoscritte[442] si dice: «Mais de toute la glore et de toute la noblesse qui fut oncques a Romme n'en y eut si noble, ne qui tant face a prisier comme fait celles des vaillans hommes, lesquels en divers temps y eurent en gouvernement et seignorie, et qui prefererent tousiours, le bien publique a leur propre bien». Nel Livre du Chevalier errant di Tommaso marchese di Saluzzo si legge[443]: «Heromulus, le riche prince honnoures, qui Rome fist, et fonda la plus noble cite qui soit: la nasquirent les meilleurs hommes qui ou monde feussent. Celle par force subgiga le monde VIIc ans, mez Lombardie ne pot que IIIIc ans subgiguer qui estoit pres de la». Tutta la vita pubblica di Roma si considera come un concorso armonico e una gara delle virtù più nobili che si palesano con forti e generose opere[444]. Gli esempii massimi, Lucrezia[445], Giunio Bruto, Muzio Scevola[446], Marco Curzio[447], sono continuamente e con ammirazione ricordati. Si celebra la prodezza dei Romani nell'armi; ma si ricorda ancora la loro longanimità, la fede nei trattati, l'amore della giustizia[448]. Il senno latino è riconosciuto e ammirato[449].

La potenza di Roma fa stupire il medio evo. Per ispiegarla più pienamente s'immagina la leggenda della Salvatio, poi, per una di quelle antitesi poetiche e significative, familiari alla fantasia popolare, si vuol connessa tutta quella potenza, e la superba dominazione, ad alcun che di eccessivamente fragile e tenue. Di Napoli si diceva che fosse fondata sopra un uovo; di Roma si pensò che fosse sospesa a un filo di seta.

CAPITOLO VII. La Leggenda degl'Imperatori.

Il periodo della storia romana che più sta a cuore al medio evo è il periodo imperiale. Nelle cronache senza numero in cui si dà un compendio di quella storia, sull'era repubblicana e consolare si sorpassa assai leggermente. Detto della fondazione della città, accennati gli avvenimenti principali occorsi sotto i re, ricordata la cacciata e la morte di Tarquinio il Superbo, e il mutato reggimento, si salta a Giulio Cesare e alla narrazione de' suoi gran fatti. Libri interi si compongono, che dagli imperatori prendono il nome e dalle lor vite l'argomento, come il Libro Imperiale, il Libro Augustale, la Historia Imperialis di Giovanni da Verona, il Fioretto di croniche degl'imperadori fra noi, la Kaiserchronik in Germania, ecc. Il Romuleon che dal titolo parrebbe dover essere più particolarmente una storia di Romolo e delle origini della città, passa oltre e giunge sino a Diocleziano[450]. L'interesse per Roma repubblicana è, generalmente parlando, un frutto del Rinascimento avanzato. Dante ricorda con riverenza ed ammirazione Tito Manlio Torquato, Cincinnato, i Decii, i Fabii, gli Scipioni, e fa di Catone, l'ultimo dei repubblicani, il custode del Purgatorio; ma le sue dottrine politiche non gli permettevano di considerare la repubblica altrimenti che come una forma meno perfetta e meno legittima di reggimento. Quel Bruto che cacciò Tarquino è bensì posto da lui nel limbo, ma senza nessun segno di onoranza speciale. Il Petrarca esalta la Roma degli Scipioni, di Bruto, di Fabrizio[451], ricorda Catone,

. . . . . quel sì grande amico

Di libertà che più di lei non visse,[452]

celebra, nel Trionfo della Fama, i più illustri figliuoli della repubblica e pone Scipione alla pari con Cesare; ma il suo sogno è la monarchia universale, la monarchia di Augusto glorificata da Virgilio, da Orazio, da Ovidio. Lo stesso Cola di Rienzo era ammiratore caldissimo di Giulio Cesare, di regola considerato nel medio evo come il primo imperatore. Il buon Boccaccio, sebbene consilii il tirannicidio, e chiami tiranni tutti i prìncipi del tempo suo[453], è tutt'altro che un repubblicano. I veri repubblicani, conscii di sè e de' proprii intendimenti, non compariscono se non molto più tardi, per direttissimo influsso del pensiero greco sulla nuova coltura del Rinascimento, coltura che ne' suoi principii fu, com'è noto, pressocchè esclusivamente formata di elementi latini[454]. Un catilinario dello stampo di Stefano Porcari non può sorgere che nel bel mezzo del secolo XV; il medio evo non se lo sarebbe nemmen potuto immaginare. Esempii come quelli di Crescenzio, di Arnaldo da Brescia, di Cola di Rienzo, confermano assai più che non ismentiscano quanto asserisco. Il nome stesso di respublica non conservava più l'antica genuina significazione; nell'VIII secolo, in Italia, per Respublica s'intendeva l'Esarcato di Ravenna soggetto agl'imperatori d'Oriente, e su questa Respublica cominciavano i papi a vantare diritti, e Respublica Romanorum si chiamava poi il dominio della Chiesa, sopra il quale stendevasi la sovraneggiante tutela dei re di Francia.

La Roma dunque che il medio evo sogna e vagheggia è quella imperiale, non quella dei consoli: con gl'imperatori soltanto Roma sembra venire nel suo più bel fiore, con gl'imperatori prendere ad esercitare risolutamente nel mondo l'alto e misterioso suo ufficio. La magnificenza senza pari della città divenuta sede dei Cesari, le dimostrazioni infinite e le pompe di quella sconfinata potenza, di quella vita fastosa ed esuberante, erano, certo, più di checchessia, atte a colpire fortemente le fantasie in tempi naturalmente propensi al meraviglioso; ma non era questa la sola causa del fatto. Tutto richiamava gli spiriti alla Roma imperiale. I prosatori e i poeti latini che il medio evo non si stancava di leggere, di chiosare, di tradurre, erano venuti su con l'impero, celebravano l'impero. L'era nuova, con la quale cominciava la seconda vita della umanità, prendeva, gli è vero, la origine dal nascimento di Cristo; ma quasi in quel tempo medesimo ancora l'impero aveva avuto principio. L'impero sorgeva

. . . presso il tempo che tutto il ciel volle