Ridur lo mondo a suo modo sereno;[455]

così che, sebbene tutta la storia di Roma fosse provvidenzialmente legata coi nuovi destini della umanità, tuttavia i legami non si cominciavano propriamente a scoprire se non quando avveniva l'impero. Da indi in poi questi legami non si sciolgono più. La Chiesa nasce e cresce nel grembo di Roma imperiale. Sopraggiungono le persecuzioni, ed ogni nome di martire rimanda a un nome d'imperatore. Degl'imperatori e dei papi si formano naturalmente due serie parallele che si richiamano a vicenda, e l'una è come complementare dell'altra. Sotto il titolo di chronica imperatorum et paparum si hanno del medio evo, manoscritti e a stampa, innumerevoli elenchi degli uni e degli altri, alcuna volta con la sommaria indicazione dei fatti principali avvenuti sotto il loro reggimento, alcun'altra volta invece, senz'altra indicazione che del nome e del tempo che durarono in dignità. Costantino porta la nuova fede sul trono, e tramutando in Bizanzio la sede dell'impero, cede alla Chiesa, secondochè dalla leggenda è narrato, i suoi diritti su Roma, e le prerogative sovrane; ed ogni pontefice che si vegga minacciato ne' suoi presunti diritti, o che voglia acquistarne di nuovi, si fa forte del nome di Costantino, e si dichiara legittimo erede della imperial potestà. L'idea dell'impero non si spegne mai, rimane anzi viva ed è a tutti familiare. Per ricostituire l'impero di Occidente, dopo più che tre secoli d'interruzione, non c'è bisogno nè di preparare gli spiriti, nè di forzare gli avvenimenti; la ricostituzione si compie come un fatto normale, universalmente inteso e lungamente aspettato.

Se a queste ragioni si aggiunga che nella non breve lista degl'Imperatori romani parecchi ve ne sono, i quali, o per la bontà, o per la malvagità loro, o per alcun caso singolare della loro vita, naturalmente sollecitano la curiosità e l'attenzione, e se si considera essere una propria generale tendenza delle immaginazioni popolari raccogliersi intorno a personaggi di molto conto, di guisa che l'imperatore, il re, la regina, sono figure consuete e quasi obbligate della fiaba, s'intenderà di leggieri come intorno agli imperatori romani siensi accumulate tante leggende e tante strane finzioni quante ne ha immaginate e trasmesse sino a noi il medio evo.

Queste leggende e queste finzioni per lo più si trovano sparse in iscritture d'ogni generazione; ma alcuna volta si raggruppano, e formano corpo insieme, come nella famosa Kaiserchronik tedesca, libro singolarissimo, d'ignoto autore, d'incerta età, ma composto probabilmente verso il mezzo del XII secolo, e continuato più tardi; compilazione indigesta e curiosa, dove in circa 18500 versi si viene narrando con infinite favole, tolte di qua e di là, trasposte, mescolate, la storia degl'imperatori, da Giulio Cesare a Rodolfo di Absburgo[456]. Alla Kaiserchronik si stringono, imitando, amplificando, alterando, il Weltbuch di Enenkel[457], e la Weltchronik di Rudolf von Ems, o, per meglio dire, del suo continuatore Heinrich von München[458]. Queste storie, dove degl'imperatori si narra e si favoleggia assai largamente, dovevano essere accolte con particolar favore nel paese a cui era toccata in sorte la potestà dell'impero; ma anche tra noi non mancarono le simili, benchè fossero, o più compendiose, o composte con altro spirito e con altri intendimenti. Nel nostro Fioretto di croniche degl'imperadori[459], e nella Cronica degl'imperatori romani[460], le favole non fanno difetto, ma sono in copia molto minori e narrate con assai meno amorosa prolissità, e lo stesso si può dire della Historia Imperialis di Giovanni da Verona[461]. Al Libro Imperiale, infarcito di favole[462], si contrappone il Liber Augustalis[463], che n'è interamente scevro.

Le leggende che io chiamerò imperiali possono distribuirsi in due classi; la prima, di quelle che si appiccano a imperatori reali, la seconda, di quelle che creano imperatori immaginarii. Delle principali tra le prime, che sono indubitabilmente le più curiose e le più importanti, parlerò nei capitoli che seguono: esse, legandosi insieme, vengono spesso a formare una storia compiuta, seguono l'imperatore, la cui vita porge ad esse argomento, dalla nascita alla morte, e s'intrecciano più o meno con la storia reale. Per lo più è un fatto storico quello da cui esse traggono la prima suggestione, e che porge loro la base o il contorno. Delle altre, che sono come sporadiche e accidentali, e di quelle ancora della seconda classe, dirò qui stesso brevemente quel tanto che basti.

Cajo Caligola è fatto morire di un fulmine nella Kaiserchronik[464], la quale pone inoltre sotto il suo reggimento il fatto di Marco Curzio[465]. Galba ha per avversario Pisone: dividono la signoria; quegli regna in Roma e fonda Capua, questi nel territorio e fonda Pisa[466]. Vitellio aveva fatto morire Ottone insieme con cinquantamila de' suoi seguaci. La famiglia di costui gli contrasta l'impero e medita vendetta. Per consiglio de' suoi fautori egli esce di Roma e l'assedia. Da principio i Romani si difendono strenuamente, ma poi, vinti dalla fame, sollecitano il senato perchè apra al nemico le porte. Il senato ricusa; allora Odenato si offre di liberare egli la città; sceglie dodici compagni, parati ad ogni suo cenno, e s'accorda con essi di uccidere Vitellio. Egli tenterà primo l'impresa; se non gli riesca di condurla a termine, gli altri verranno dopo lui, e la compiranno. Si ripete il fatto di Muzio Scevola. Vitellio fa grazia della vita a Odenato, che in premio del suo eroismo riceve dai Romani in dono il palazzo di Bruto. Si concorda una tregua; ma in capo di nove mesi, quando il termine della tregua è già presso a spirare, dodici seguaci di Vespasiano, una notte, rapiscono Vitellio, e lo sotterrano vivo[467]. Nerva prende il posto di Falaride di Agrigento nella notissima storia di Perillo[468]. Decio, che ha non piccola parte nelle leggende famose di San Lorenzo e dei Sette Dormienti, muore fatto a pezzi dai diavoli[469].

Il romanzo dei Sette Savii si lega ai nomi di Vespasiano e di Diocleziano, e inventa l'imperatore Ponziano[470]. Non ho bisogno di ricordare qui quale storia serva di cornice ai racconti di questo libro famoso. Nei Gesta Romanorum si trovano attribuiti a imperatori, romani o posti sotto il loro reggimento, fatti e casi che in origine non hanno nessun'attinenza con Roma. Quivi la storia del re Lear si riferisce a Teodosio[471]; a Domiziano la novella dei tre avvertimenti che salvano tre volte la vita[472]; ad Aglae, figliuola dell'imperatore Pompeo, la storia classica di Atalanta e d'Ippomene[473]; ad Adriano, o a Teodosio, il noto apologo della campana, della serpe e del rospo, che si suol raccontare di Carlo Magno[474]; a Tiberio, a Claudio, a Vespasiano, a Tito, a Massimiano, a Gordiano, altri fatti e altre storie che sarebbe lungo ripetere. La novella del re che fece nodrire uno suo figliuolo dieci anni in luogo tenebroso, e poi li mostrò tutte le cose, e più li piacque le femmine, indiana di origine[475], narrata nel Novellino[476], ripetuta con varie mutazioni nel Prologo della giornata IV del Decamerone, nelle Vite dei Santi Padri di Fra Domenico Cavalca[477], in un vecchio poemetto tedesco intitolato Daz Gänslîn[478], nel Libro de los Enxemplos[479], ecc. si riferisce nel Fior di Virtù[480] all'imperatore Teodosio. Una novella di Costanza, figlia di Tiberio, racconta il Gower[481].

Di Diocleziano, che nei Gesta Romanorum diventa inaspettatamente un modello di virtù, ma che va coperto di molta infamia nelle leggende dei martiri, e più specialmente in quella famosa della legione Tebea, di Diocleziano si narra nel Libro de los Enxemplos[482] una curiosa storia, la quale ha pure nella verità qualche piccola radice. Fu un tempo che genti straniere turbavano in molte parti l'impero di Roma, e interrogando i cittadini gli oracoli, per sapere come dovessero governarsi, fu loro risposto eleggessero principe colui che trovassero a mangiare a una tavola di ferro. I Romani mandarono lor cavalieri nelle province a far indagine di cotal uomo, e avvenne che passando alcuni di questi per la Dalmazia, s'imbatterono in un contadino, il quale, avendo sciolto i buoi dall'aratro, desinava, servendosi del vomere come di desco. Parlando con esso lui trovarono ch'era buon discorritore, e molto sensato e discreto nelle sue ragioni; per modo che, espostagli la causa del loro venire, seco ne lo condussero a Roma, e quivi fu fatto imperatore. Massimiano allora, risaputa la cosa, essendo ancor egli di Dalmazia, e amicissimo di Diocleziano, si recò a Roma. Ma Diocleziano intanto, soffrendo della mutazione del clima e dei cibi, ammalò. Non potendo altrimenti giungere sino a lui, Massimiano s'infinse medico, e ricevuto assai amorevolmente dall'antico compagno, tanto si adoperò con savii consigli che questi tornò alle costumate vivande e agli esercizii del corpo e racquistò in breve la sanità. Di ciò ebbero grande allegrezza il senato e il popolo di Roma, e Diocleziano, volendo mostrare il suo grato animo, si tolse Massimiamo collega nel reggimento. Ma poi, volgendosi al male tutt'a due, e perseguitando i cristiani, Dio li punì facendoli uscire del senno, per modo che, rinunciata la potestà imperiale, di propria risoluzione si ridussero novamente in condizione di privati, e da ultimo Diocleziano morì di veleno e Massimiano s'impiccò. Il modo della elezione di Diocleziano ricorda altre storie affini, per esempio quella del Goto Vamba. Di un re di Ravenna che ammalò per aver mutato vitto e costumi si narra nello stesso Libro de los Enxemplos[483].

Nella Kaiserchronik si confonde l'imperatore Gallieno col medico Galeno[484]. Gallieno fu il più dotto medico che mai nascesse in Roma, e operò gran cose con la sua scienza; ma odiava i cristiani, e nelle loro persone sperimentava i farmachi e l'arti sue. Faceva tagliar loro i piedi e le mani, faceva aprire loro le vene; egli fu il primo che introdusse il costume di strappare gli occhi alla gente. Tuttociò faceva in servizio dell'arte sua, e i pagani lo lodavano della sua sapienza. Gallieno era anche savio fiosofo, che qui tanto vale quanto indovino. Una notte lesse nelle stelle che il giorno seguente i suoi camerieri avrebbero tentato di avvelenarlo. Non fece mostra di nulla. Quando a mensa il coppiere gli mise innanzi una tazza avvelenata, egli, conoscendo l'inganno, costrinse il traditore a bere in suo luogo, e tanta fu la forza del veleno che al malcapitato schizzarono gli occhi dal capo. Gallieno allora si partì da Roma, imprecando alla città, e minacciando vendetta ai suoi abitatori. Andò al castello di Boemondo, e fatta venire una gran cassa di bronzo, la empiè di veleno, e ordinò fosse sommersa nel Tevere. L'acqua del fiume, quivi passando, rimaneva attossicata, e quanti poi ne bevevano non potevano scampare la morte. In Roma ne morirono tredicimila persone. Un buon medico venne in ajuto dei Romani; la cassa fu ritrovata e levata dal fiume. Gallieno, avvertito che i cittadini lo volevano mettere a morte, fuggì in Siria; ma quivi fu poi ucciso a onor dei Romani.

Gautier d'Arras, Otte (Ottone di Frisinga?), Enenkel, raccontano di Foca e di Eraclio una storia romanzesca, greca forse di origine, dalla quale si ritrae questo insegnamento, che chi tiene le donne sotto guardia troppo rigorosa è spesso cagione del loro fallire[485]. Altre invenzioni e attribuzioni così fatte si trovano in copia, specie nella Kaiserchronik e negli scrittori che attinsero da essa; ma io non credo di dovermi più oltre indugiare a discorrerne, giacchè non è in esse, generalmente parlando, nessuna delle qualità che fanno pregevoli e degne di studio le leggende. La leggenda, dirò così, genuina e legittima ha la sua necessità logica, più o meno facile a essere riconosciuta, nasce di una certa applicazione protratta e sistematica della fantasia a certi fatti, a certe persone, come mostrano con luminoso esempio le immaginazioni che si raccolsero intorno ai nomi di Alessandro il Macedone e di Carlo Magno; mentrechè le finzioni di cui ho fatto cenno nelle pagine precedenti sono per lo più fortuite e scioperate, congiunte a tali o tali persone solo in grazia del capriccio o del caso, e pronte a slegarsene come appena se ne porga occasione. Tuttavia, nel caso nostro, una certa importanza indiretta l'hanno ancor esse in quanto mostrano la tendenza degli spiriti nel medio evo a stringere intorno a Roma l'errante popolo delle favole, a raccorlo sotto la sua alta dominazione morale, e affermano la virtù attrattiva di quella Roma medesima, divenuta centro di gravitazione a tutto il pensiero dei tempi.