Una leggenda italiana, anzi fiorentina, attribuisce la fondazione di Firenze a cinque signori di Roma, Cesare, Macrino, Albino, Gneo Pompeo, Marzio, che tutti insieme avevano combattuto contro Catilina. Che Giulio Cesare non fu in tutto estraneo alla congiura di Catilina è noto; ma in questa leggenda si assume il contrario e si costituisce Cesare campione e tutore di Roma. Giovanni Villani, narrata, sulla fede di Sallustio, la congiura, la disfatta e la morte di Catilina sotto Fiesole[528], passa a dire della guerra che seguì tra i Fiesolani, i quali avevano seguita la parte del ribelle, e Quinto Metello e Fiorino, nobile cittadino di Roma della schiatta de' Fracchi, ovvero Floracchi. Questo Fiorino è, come ben s'intende, personaggio tutto fantastico. L'assedio di Fiesole dura molti anni, sinchè i Fiesolani disperati, una notte, danno l'assalto al campo romano, da cui erasi partito Metello con le sue genti, e uccidono di sorpresa Fiorino e quasi tutti i suoi. Allora muove alla espugnazione di Fiesole, mandatovi dai consoli, dai senatori e da tutto il comune, Giulio Cesare insieme con Rainaldo conte, Cicerone, Tiberino, Macrino, Albino, Gneo Pompeo, Camertino, Sezio conte Tudertino. «Cesare si pose a campo in sul monte che soprastava la città, che è oggi chiamato Cecero, ma prima ebbe nome monte Cesaro per lo suo nome, ovvero per lo nome di Cicerone. Ma innanzi tengo per Cesare, però che era maggiore nell'oste. Rainaldo pose suo campo in sul monte allo incontro della città di là da Mugnone, e per suo nome insino a oggi è così chiamato; Macrino in sul monte ancora nominato per lui; Camertino nella contrada, che ancora per li viventi e per lo suo nome è chiamata Camerata. E tutti gli altri signori di sopra nominati, ciascuno pose per sè suo campo intorno alla terra, chi in monte e chi in piano. Ma di più non rimase proprio nome, che per lo presente ne sia memoria». Dopo alcun tempo, partitisi gli altri, Cesare si rimane solo all'assedio, e ordina che nella villa di Camarti, presso al fiume d'Arno, fosse edificato un parlatorio per potere in quello fare suo parlamento, e per una sua memoria lasciarlo[529]. In capo di due anni, quattro mesi, sei dì, Fiesole si arrende, e Giulio Cesare, distruttala, scende al piano, e comincia a edificare una nuova città, acciò che Fiesole non fosse mai più rifatta[530]. Sopravvennero gli altri quattro signori nominati di sopra, e fu da essi a gara costrutta la città, cinta di buone mura, provveduta d'acquedotti, insignita di un Campidoglio al modo di Roma; e questa fu poi Firenze[531]. Ma a raccontare tale storia non fu primo Giovanni Villani; già altri l'aveva raccontata prima di lui, raccogliendola, senza dubbio, dall'antichissima tradizione[532]. Poi lo Pseudo-Ricordano la ripete[533], ma con qualche diversità. Distrutta Fiesole, Catilina fu vinto da Cesare presso Pistoja, e rimase morto sul campo: cinquecento anni dopo Attila, ovvero Totila[534], volendo vendicare la morte di Catilina, distrusse Firenze e riedificò Fiesole. A questo racconto si mesce la storia romanzesca di Bellisea e di Teverina, moglie l'una, figliuola l'altra di Fiorino, re dei Romani, e degli amori di Catilina e del Centurione. Di questa storia in Giovanni Villani, e negli altri più antichi non si trova vestigio. La leggenda della fondazione di Firenze è ricordata anche nell'Ameto del Boccacio, la guerra combattuta fra Romani e Fiesolani nell'Avventuroso Ciciliano di Busone da Gubbio. Brunetto Latino ne parla nel Tesoro, e Dante accenna alla leggenda quando in bocca di Brunetto pone aspre parole di biasimo per

. . . quell'antico popolo maligno

Che discese da Fiesole ab antico,

E tiene ancor del monte e del macigno[535].

Del resto, nelle tradizioni popolari Giulio Cesare passa per fondatore di molte città, come, per esempio, di Siviglia, di Merseburg, di parecchie sul Reno[536], persino di Parigi.

Ma il fatto che sopra tutti gli altri si ricorda e si rinarra è la morte violenta di Cesare; questa morte è nel medio evo vivamente deplorata, e gli autori di essa sono fatti segno alla universale esecrazione. Nelle cronache si registrano diligentemente, seguendo gli antichi scrittori, i prodigi che precedettero ed annunziarono al mondo la grande sciagura; ma altri ancora, nuovi e maggiori, se ne inventano. Giovanni D'Outremeuse dice che Virgilio profetizzò il fatto ai senatori un anno prima che accadesse[537]. In molte cronache si ricorda come alcun tempo prima della morte fosse scoperta in Capua la tomba del Trojano Capus (Capys), fondatore di quella città, e come ci si trovasse dentro uno scritto, che annunziava alla fatta scoperta dover seguire la morte del più gran principe del mondo. Nel Libro Imperiale questa meraviglia è narrata con alcune particolarità che altrove non si hanno[538]. «Una città [è] in Terra di Lavoro, la quale è chiamata Chapoa, tenendo el nome dal suo edifichatore Chapus, lo quale fu Troiano, e fu grande agurio. Egli nel suo tenpio fece fare uno sepolcro, el quale chollocò braccia dieci sotto al monte chapoano. Disopra la pietra scrisse lettere greche messe a oro: Io Chapus lascio questo segnio al mondo che giamai questo sepolcro non debba essere schoperto per insino a tanto che 'l primo imperio del mondo non fornisse la sua vita; e chome cholui per chui si pone questo segnio sarà ripieno d'infinito tesoro, chosì dentro da questo monte, lo quale naturalmente produce argento e oro e stagnio questo segnio in forma di sua sepultura». Un giullare pazzo conferma a Giulio Cesare il significato della scritta[539]. Ma i più numerosi e più strani prodigi si trovano descritti nel già citato poema di Antonio Cornazzano De viris illustribus[540].

La nocte oscura circa l'hore sei,

Ordinata la fraude si sentiro

Horribil voci in ciel gridare oimei.

La terra come tracto un gran sospiro