Ma non piccola parte nella formazione della leggenda medievale ebbe probabilmente il nome stesso di agulia. Il Massmann pone innanzi, ma senza risolverlo, il dubbio se mai agulia non derivi da Julia, e ricorda come in Roma ci fosse la basilica Julia, la curia Julia, la porticus Julia, ecc.[570]. Ma non vi può essere luogo a così fatto dubbio quando l'etimologia di aguglia (agulia è forma latinizzata) è conosciuta e manifesta: acus, acucula, agucchia-aguglia, come speculum, specchio-speglio. Nel medio evo si credette che guglia altro non fosse che una corruzione di giulia, e su questo epiteto (Colonna giulia, o, a dirittura, la Giulia) si fabbricò, secondo il vezzo dei tempi, la leggenda[571]. Molti scrittori affermano che in origine la guglia si chiamò Julia, e Gervasio di Tilbury la chiama Julia Petra[572]. A tale proposito si hanno nel Pantheon[573] di Gotofredo da Viterbo questi versi:
Mira sepultura stat Caesaris alta columna,
Dicta fuit Julia, sed populus dicit Agullam,
Aurea concha patet, qua cinis ipse jacet[574].
Nelle già citate croniche latine da Noè sino all'anno 625 dell'era volgare si dice[575]: «Eius vero Iulii cadaver fuit incineratum et positum in cacumen cuius-[dam] columne mirabilis altitudinis, que longo tempore dicta fuit Iulia, modo vulgari sermone dicitur Agugia»[576]. E in certe cronache francesi[577]: «Et fut intimules a Romme ou marchie, en la columpne laquelle est nommee Iule». Più esplicitamente ancora Honoré Bonnor[578]: «Mais apres sa mort les rommains le firent mettre en ung moult riche tombel sur une columpne de marbre, en la plus belle place du marchie de Romme..... Et fut appellee la colonne iulienne, et est encores». Nella Cronaca di Alfonso il Savio si legge[579]: «..... è metieron los polvos del en una mançana de oro, y fizieron un pilar mucho alto à maravilla è muy fermoso de muy fuerte piedra, è pusieron aquella mançana eu somo, è pusieron nombre aquel Pila Iulla, por honra de Iullo Cesar, è agora es llamada el Aguja de Roma». E Francesco da Buti[580]: «..... il corpo suo fu incenerato e messo in uno vasello di metallo in su una pietra altissima che oggi è chiamata la Giulia, e che comunemente si dice la Guglia». Persino il Boccaccio, parlando di Cesare nel De casibus illustrium virorum, dice che il vero nome di quella che il volgo chiama Agulia è Giulia.
A far sì che la leggenda si legasse piuttosto all'obelisco vaticano che non ad altro può avere anche contribuito l'iscrizione riportata di sopra, e le parole dei Mirabilia lo farebbero credere.
Circa l'altezza della guglia discordano molto le indicazioni. I venti piedi assegnati da Svetonio alla colonna eretta in onor di Cesare ricompariscono qua e là, ma sono più spesso oltrepassati di molto. Enenkel parla di 6 klafter, ossia 36 piedi; una versione tedesca di Martino Polono, citata dal Massmann[581], di 120 piedi, e così ancora Honorè Bonnor; Ranulfo Higden di 250. La meraviglia che un monumento sì fatto inspira nel medio evo si palesa in due versi, che compajono in alcune recensioni dei Mirabilia e in molte altre scritture:
Si lapis est unus dic qua fuit arte levatus,
Si lapides multi dic ubi contigui[582].
Ma Alessandro Neckam è il solo che spieghi il miracolo[583]: