Fecisti patriam diversis gentibus unam,
. . . . . . . . . . . . . . . .
Urbem fecisti, quae prius orbis erat.
Il papa Zaccaria era forse mosso da questo pensiero quando, l'anno 741, fece dipingere nel triclinio Lateranense una descriptionem orbis terrarum[24].
Altro documento della dignità di Roma si ricorda, con la scorta di antichi scrittori, che la città aveva tre nomi, uno volgare, uno arcano, uno sacro[25], e del nome dei romani si dice che significa sublimi ovvero tonanti[26].
Dopo ciò non è a maravigliare se l'ammirazione inspirata da tanta grandezza e da così alti destini si esprime nelle più svariate forme, e con parole, e con atti. Sanno tutti quale rispetto la maestà e il nome di Roma incutessero negli stessi barbari invasori. Gundebaldo e Odoacre ambiscono e ottengono il patriziato; Teodorico va superbo del titolo di console e di quello di proconsole Clodoveo. Il longobardo Autari si faceva bello del nome di Flavio e i dotti della corte di Carlo Magno volentieri usurpavano, per fregiarsene, i nomi di Orazio e di Ovidio. Un san Virgilio del secolo VII adorna il calendario della Chiesa irlandese.
Si potrebbe riempiere un grosso volume dei luoghi di scrittori che nel medio evo levarono a cielo il nome e la gloria di Roma; siami concesso di recarne qui alcuno. Alessandro Neckam, che fioriva nella seconda metà del XII secolo, così ne parla nel poema De laudibus divinae sapientiae[27]:
Primitus Europae mea pagina serviet, in qua
Roma stat, orbis apex, gloria, gemma, decus.
Urbe titulis claris tam laetis clara triumphis,