[319]. Nel Rheinisches Museum, t. III, p. 7-8.
[320]. Fu fatto conoscere dall'Ozanam (Documents inédits, p. 19-20), il quale, per una pudicizia assai fuor di proposito, ne diede solamente le prime strofe, tralasciando il resto. Esso fu poi pubblicato per intero dal Wattenbach, Zeitschrift für deutsches Alterthum, v. XVIII, p. 127. Altre composizioni consimili si potrebbero ricordare: un poemetto ritmico avente a soggetto la storia di Giove e di Danae, pubblicato ancor esso dal Wattenbach (ibid., p. 457): un'Altercatio Phillidis et Florae, pubblicata già più volte (Aretin, Beyträge zur Geschichte und Literatur, t. VII, p. 302; Wright, Latin poems attributed to Walter Mapes, p. 258; Carmina Burana, p. 155); un poemetto De gestis Herculis (Carm. Bur., p. 125), ecc.
[321]. Ap. Murat, Script., t. VI.
[322]. Archivio storico italiano, v. XVI, I.
[323]. Sull'argomento delle possibili relazioni della leggenda di San Gregorio con la storia di Edipo v. Comparetti, Edipo e la mitologia comparata, Pisa, 1868; Lippold, Ueber die Quelle des Gregorius Hartmanns von Aue, Altenburg, 1869, p. 50-4; Constans, La légende d'Oedipe étudiée dans l'antiquité, au moyen-âge et dans les temps modernes, en particulier dans le roman de Thèbe, texte français du XII siècle, Parigi, 1881. L'Ozanam pubblicò (Documents inédits, p. 25-8) un Planctus Edipi di su un codice del XII secolo dell'abazia di San Gallo. Nel Dolopathos di Giovanni d'Alta Selva, e nelle versioni che se ne fecero, si trova narrata una storia che, salvo differenze di poco rilievo, è quella stessa di Ulisse e di Polifemo narrata nell'Odissea. Non perciò se ne deve inferire che il racconto omerico ne sia la fonte remota. Quella storia appartiene al grande patrimonio dei miti indoeuropei, e si ritrova nei racconti di moltissimi popoli. Gli è essai probabile che lo stesso autore dell'Odissea non abbia fatto se non appropriare ad Ulisse una fiaba corrente dei tempi suoi, e non sarebbe questo il solo esempio di fiabe popolari inserite in quel poema (V. Gerland, Altgriechische Märchen der Odyssee, Magdeburgo, 1869). Vero è che Giovanni di Alta Selva dà al gigante del suo racconto il nome di Polifemo, ma è questa in lui, senza dubbio, una reminiscenza classica, che non si accorda punto col resto, giacchè Ulisse e i suoi compagni non si nominano, e il luogo loro è tenuto da un capitan di ladri con cento ladroni. V. per quanto concerne questo antichissimo mito W. Grimm, Die Sage von Polyphem, Abhandl. d. k. Akad. d. Wissensch. z. Berlin, 1857. Lo stesso, credo, potrebbe dirsi del mito di Circe e degli uomini trasformati in bruti, che così spesso riappare, mutati i nomi e le persone, nei racconti romanzeschi del medio evo. Ma non a torto forse collega il Goerres la storia di Helias e di Lohengrin con quanto, riportando un antico mito germanico, e alterando il nome dell'eroe, narra Tacito (De mor. Germ., c. 3) di Ulisse, che, peregrinando sarebbe giunto sin sulle coste della Germania, e rimontato il corso del Reno, avrebbe fondato Asciburgio. Vedi Lohengrin, ein altteutsches Gedicht, pubblicato da I. Goerres, Eidelberga, 1813, p. LXXVII-LXXVIII.
[324]. V. Cholevius, Geschichte der deutschen Poesie nach ihren antiken Elementen, Lipsia, 1854-6, v. 1, p. 3-9; Comparetti, Virgilio nel medio evo, v. II, p. 7.
[325]. V. Roquefort, Poésies de Marie de France, Parigi, 1820, v. II, Notice sur les fables e Notice sur Romulus; Robert, Fables inédites du XIIe, XIIIe et XIVe siècles, Parigi, 1825; Du Méril, Poésies inédites du moyen âge, Parigi, 1854; Oesterley, Romulus, die Paraphrasen des Phaedrus und die aesopische Fabel im Mittelalter, Berlino, 1870.
[326]. Roquefort, De l'état de la poèsie françoise dans les XIIe et XIIIe siècles, Parigi, 1821, p. 252.
[327]. V. Schaarschmidt, Johannes Saresberiensis, Lipsia, 1862, p. 84.
[328]. Id., ibid.