La celebrità di Boezio fu grande nel medio evo, sostenuta non meno dalle opere autentiche di lui che da quelle suppositizie, attribuitegli nella credenza ch'egli fosse stato un teologo o un martire della fede. Per lungo tempo non si conobbe della filosofia di Aristotile se non quello che se ne poteva leggere nelle versioni e nei commentarii di Boezio, i quali ultimi, disgraziatamente, diedero l'indirizzo agli studii logici nel medio evo. Boezio è il primo degli scolastici. Le altre opere sue che si conservavano, intorno all'aritmetica ed alla musica, facevano testo, ed erano universalmente usate nelle scuole. Onorio Augustodunense, descrivendo nel già citato suo libro De animae exilio et patria le due città di Aritmetica e di Musica, dice che nella prima insegnava Boezio, e nella seconda cantavano cori ammaestrati nelle sue dottrine. Della grande venerazione in cui egli era tenuto può far fede, tra molti altri, il seguente fatto. Nell'anno 996 l'imperatore Ottone III volle avere nella sua reggia l'effigie di Boezio, al qual proposito Gerberto, che fu poi papa Silvestro II, il più dotto uomo de' tempi suoi, compose alcuni versi, a modo d'iscrizione, ne' quali si fa del filosofo latino un magnifico elogio[635]. Nell'Image du monde si dice[636] che Platone ed Aristotile non iscrissero nulla in latino,

Car andui furent Sarrazin[637].

Ma poi venne Boezio,

Ung grans philosophes et sages,

Qui aprist de pluseurs langages,

Et qui droiture moult ama.

Cil de lor liure translata,

Grant partie on mist en latin;

Mais il vint ancois en la fin

Qu'il les eust translates tous;