Garibaldi, senza prendere impegno assoluto, promise, se gli fosse stato possibile di portare ai siciliani l'aiuto richiesto. Infatti, raccolti circa cinquecento della sua vecchia Legione di Lombardia lanciava agli italiani il seguente proclama:

Italiani!

Il nido della tirannide, al quale mettevano capo tutte le vili iniquità cortigiane, è rovesciato. Vienna combatte per la loro libertà. Non combattiamo noi per la nostra? Non udite venire, o italiani, un fremito dalla Lombardia e dalla Venezia? Il popolo che surse di marzo, sebbene coperto di ferite, non è morto, ma vive; carica il fucile e aspetta il cenno.

All'armi, dunque o italiani; noi siamo alla vigilia dell'ultima guerra, non lenta, non fiacca, ma rapida, implacata. Levatevi forti dei vostri diritti calpestati, del vostro nome schernito, del sangue che avete sparso: levatevi in nome dei martiri invendicati, della libertà conculcata e della patria saccheggiata, vituperata dallo straniero; forti come uomini parati a morire! Non chiedete vittoria che a Dio e al vostro ferro; non confidate che in voi. Chi vuol vincere vince.

Su dunque, raccogliete fucili e spade, o italiani. Non sonore promesse, ma opere; non vanti passati, ma gloria avvenire.

Genova, 18 ottobre 1848.

G. Garibaldi.

Da Genova s'imbarcò col proposito di recarsi in Sicilia.


Ma il 25 di ottobre a Livorno ove Garibaldi aveva approdato, i democratici di quella città gli si misero attorno, persuadendolo a restare in Toscana ed a prendere il comando di quel simulacro d'esercito senza capo. Fu costretto ad acconsentire e, sbarcati i suoi, si recava a Firenze; ma quivi giunto si sentì sedotto dall'immagine di Venezia, sola combattente invitta per mare e per terra contro l'Austriaco. Dominato da questo sentimento, lasciava con la sua colonna Firenze, e s'avviava per Bologna col disegno di scendere a Ravenna e di là passare a dare il suo aiuto all'eroica regina dell'Adriatico.