Garibaldi comprese che se lasciava tempo a tutte quelle colonne nemiche di compiere le loro manovre, chiusa ogni via di scampo, ne sarebbe rimasto schiacciato. Non esitò un istante; lasciò Medici ad Arcisate con duecento uomini, con l'ordine di tenere a bada e molestare il nemico, di resistere più che avesse potuto, ed all'estremo di rifugiarsi in Svizzera; egli risalì per un tratto la Valgana, per confermare gli avversari nella credenza che volesse difendersi su quegli altipiani, poi ad un tratto mutò direzione, girò per Valcuvia, scese rapidamente su Gavirate, costeggiò il Lago e per Capolago e Gazzada, dopo due giorni di marcia forzata riuscì a Morazzone, alle spalle del nemico che credeva averlo sempre di fronte.

Il generale D'Aspre non durò a lungo nell'inganno, perchè uno spione lo avvertì dell'ardita mossa di Garibaldi, deliberò quindi di assalirlo immediatamente nella sua nuova posizione; l'indomani una colonna di cinquemila Austriaci comandata dallo stesso generale D'Aspre, compariva improvvisamente a Morazzone.

Garibaldi non si aspettava sì rapida mossa; i suoi, spossati dalle marcie forzate dei giorni precedenti, trascurarono il comandato servizio di vigilanza e di perlustrazioni, sicchè il nemico potè facilmente sorprenderli, e il cannone fu la loro sveglia. Egli ebbe appena il tempo di montare a cavallo e di accorrere alle prime difese; in brevi istanti l'attacco sviluppò in tutta la linea, e i garibaldini, dominata la prima sorpresa, animati dalla voce e dall'esempio del loro capitano, sostennero intrepidamente l'urto nemico e lo arrestarono. Il nemico però non poteva tardare ad avere ragione sul valore: tuttavia a Garibaldi riuscì di protrarre la difesa fino a notte inoltrata; poi, apertasi con la baionetta una via tra i petti nemici, si buttò coi suoi, serrati e minacciosi, nell'aperta campagna, e quivi sciolse la colonna, consigliando i compagni di guadagnare alla spicciolata il confine svizzero.

Egli dal canto suo li imitò, e travestito da contadino, nascosto ed ospitato dagli amici, protetto dalla sua stella, giunse a sconfinare, presso ponte Fresa, in Svizzera, dove ad Agno in casa Vicari ricevette calda ed affettuosa ospitalità.

Anche a Medici era toccata la stessa sorte. Assalito il 24 agosto da circa cinquemila austriaci che in più colonne s'erano mosse ad avvilupparlo, con soli duecento dei suoi, tenne fronte per oltre quattr'ore ai replicati assalti; finchè divenuta pericolosa ogni ulteriore resistenza, si ritirò in buon'ordine nella limitrofe Svizzera, lasciando le truppe del D'Aspre nell'illusione di avere combattuta l'intera Legione di Garibaldi, e di avere riportato una grande vittoria. Così finì la prima impresa di Garibaldi in Italia. Essa riuscì quale doveva essere! Fu la protesta di un uomo avvezzo a non deporre le armi che dopo la vittoria e non contro l'armistizio Salasco; fu l'audace disfida di un eroe, e una disperata rivolta, della quale nessun'altri all'infuori di lui e dei suoi avrebbe affrontate le conseguenze.

Militarmente considerata, la mossa di Morazzone fu una delle più ardite che la mente di uno stratega possa immaginare. Lo stesso generale D'Aspre scoprì nella azione del suo avversario, i lampi di un gran genio militare, che gli italiani non avevano ancora appreso a conoscere e lo confessava così a persona elevata: "L'uomo che avrebbe potuto essere utile nella vostra guerra del 1848, l'avete disconosciuto; esso era Garibaldi".


Garibaldi fu costretto da quei febbroni che mai l'avevano abbandonato durante tutta la campagna a prolungare la sua dimora in Svizzera più di quanto avrebbe voluto; alla metà di settembre potè partirne, e si ricondusse a Nizza per rivedervi la moglie, il figlio, la madre. Ma vi rimase per poco perchè la febbre della lotta gli bruciava le vene.

Si recò a Genova, sperando di trovarvi aiuto di denaro, di armi, e di armati; ma la sua fu una disillusione; non vi trovò nulla di quanto sperava! Però appunto in quei giorni, una deputazione di siciliani si presentava in Genova a Garibaldi, invitandolo a formare una spedizione di soccorso alla Sicilia.

Ferdinando II di Napoli aveva tradita e assassinata la promessa libertà e mandato un poderoso esercito a sottomettere la Sicilia, la quale priva di armi, di milizie e di capitani, nonostante la gagliarda difesa di Messina stava per soccombere.