Garibaldi partì da Foligno il 28 dicembre, avendo dovuto aspettare il vestiario e l'armamento; arrivò a Macerata il 1o del 1849 dove lo raggiunse un novello ordine di non proseguire più per Fermo e di restare dove era.
A Macerata Garibaldi badava ad ordinare, agguerrire ed a rinforzare la sua gente; e tanto entrò nella stima e nell'affetto dei maceratesi, che più tardi, quando furono convocati a nominare il deputato alla Costituente, elessero lui.
Mentre la Giunta Suprema di governo lavorava ad apparecchiare il terreno alla Costituente, dall'altro i clericali si studiavano a seminare d'ostacoli il cammino di quella rivoluzione, il cui andare era necessario e ormai fatale; giusta la loro vecchia teoria ogni mezzo era buono; e in attesa che le potenze cattoliche muovessero all'invito di Pio IX, coprivano di trame e d'intrighi tutto lo stato romano; e in alcuni luoghi, specie nell'appennino ascolano, e nel confinante Abruzzo, spalleggiate dal Borbone, avevano coronate le creste di quei monti, antico teatro del sanfedismo, di numerose bande brigantesche.
Importava alla Giunta Suprema di parare a quell'urgente pericolo; laonde deliberava di mandare il Colonnello Roselli a combattere il brigantaggio ascolano; nello stesso tempo chiamava Garibaldi a Rieti, con l'incarico di guardare quel confine verso Napoli, e di concertarsi con Roselli per soffocare la nascente reazione; Garibaldi ubbidiva; e per Tolentino, Foligno, Spoleto, arrivato verso la fine di gennaio a Rieti, si accinse senz'altro all'opera; e, quantunque il mandato fosse arduo e richiedesse severe punizioni, tuttavia il temuto condottiero non lasciò in quei luoghi alcun ricordo di ferocia, alcuna traccia di sangue innocente.
Rese invece segnalati servizi al Governo Romano, perseguendo nel più rigido inverno l'ostinato malandrinaggio, tenendovi atterrita e rimpiattata la reazione, custodendo fino all'ultimo tratto quel territorio, aperto per tante vie alle insidie nemiche....
CAPITOLO X.
Roma—Proclamazione di Repubblica.
Il 5 febbraio 1849 i deputati del popolo adunati in Campidoglio trassero con solenne maestà al palazzo della Cancelleria, luogo stabilito per le loro adunanze. Fu posta subito la questione che si dichiarasse il decadimento del potere temporale dei papi e si proclamasse la repubblica. Sorse allora Terenzio Mamiani con le memorande parole: A Roma, o i Papi o Cola di Rienzo,—"i Papi, investiti del potere temporale essere stati sempre il flagello d'Italia e della religione; la repubblica la più bella parola, che dir potesse labbra d'uomo. Gravi per altro i pericoli che potea con sè portare la repubblica, non avendo gli Stati romani per tutelarla le immortali falangi che la Francia ebbe nel 1793. Toscana poteva aiutare ma debolmente; gran danno invece la proclamata repubblica potea recare in Liguria e in Piemonte, nerbo e centro delle forze italiane; l'Europa tutta conservatrice; la Francia meno repubblica che impero Napoleonico. Concluse che la questione della forma di governo conveniva rimettere alla Costituente italiana".
Masi, Filopanti, Agostini, Carlo Rusconi, Garibaldi parlarono in favore della repubblica. Vinciguerra esclamava essere tempo di finirla coi Papi, assentivano Gabussi e Savini. Bonaparte principe di Canino, dichiarava impossibile la conciliazione del papato con la libertà italiana; fu una discussione serrata, efficace, eloquente. Infine respinta ogni altra proposta fu messo ai voti il memorando decreto.