Una trentina di giovani animosi, fra i quali Giuseppe Zanardelli, postisi sotto gli ordini di tale Longhena, perchè egli era stato militare, uscirono dalla città alle 11 di sera col determinato proposito d'impadronirsi del convoglio di munizioni tanto utile ai cittadini insorti.
L'ardita, ma non numerosa falange, giunse a Rezzato prima di giorno.
Avvertiti i baldi giovani che il convoglio delle truppe imperiali era prossimo a giungere, si diedero subito a costruire una barricata allo sbocco della via verso Ponte S. Marco, e dopo di avere collocata della gente anche inerme sui balconi e nelle vie per dimostrare che erano in molti a chiudere il passo, presero posto nella barricata, risoluti a tutto.
Non tardò a comparire sulla strada la pesante colonna dei carri custoditi dalle baionette croate.
Il corpo austriaco di scorta agli otto carriaggi carichi di munizioni era di 173 soldati e sei ufficiali; questi accortisi della barricata e degli armati che impedivano il passo si fermarono. Il comandante della piccola squadra bresciana divisò di mandare un parlamentario ad invitare il comandante delle forze nemiche a recarsi a Rezzato per trattare col duce delle forze cittadine insorte. Questi assentì, e quando fu all'ingresso del paese gli fu imposto d'arrendersi, informandolo che ogni resistenza sarebbe stata inutile, perchè Brescia e Milano erano in mano del popolo e le truppe avevano capitolato, l'intero paese insorto, come era insorta la stessa Vienna.
Intanto, durante le trattative erano sopraggiunti altri insorti guidati dal curato Boifava, e il capitano acconsentì di arrendersi; ufficiali e soldati consegnarono le armi e i bravi bresciani preso possesso del convoglio delle munizioni, per vie montane, onde evitare l'incontro di qualche squadrone di cavalleria, si diressero verso Brescia ove giunsero sul fare di sera del giorno seguente accolti dalla cittadinanza con luminarie e grande entusiasmo.
La sera del 21 era stato acclamato Podestà il Soleri che si annunziava alla cittadinanza con un patriottico manifesto.
Il 22 venivano aperti i ruoli per la formazione della Guardia civica.
La mattina del 23 nella contrada degli Orefici, nei pressi di Piazza Vecchia, un pugno di popolani si avventava contro i soldati austriaci di scorta ai carri di legna destinata al riscaldamento delle caserme e del Forte, li disarmava, inseguendoli fino all'accesso del Castello; e disarmava pure alcuni gendarmi incontrati per via. La sommossa si fece allora generale, si abbatterono gli stemmi e le insegne imperiali, e si disarmarono i soldati di picchetto negli ospedali ed in altre località dando ad essi dovunque la caccia.
Il comandante del Forte, Leshke, senza indugio volle ricorrere alle armi dello spavento; e nelle ore pomeridiane fece piombare sulla città un gran numero di bombe, che, se cagionarono qualche rovina alle case, ebbero per effetto di accendere maggiormente l'entusiasmo belligero della cittadinanza; dopo tale preludio mandava un messaggio al Podestà, intimando che se la città non fosse ritornata alla soggezione imperiale, l'avrebbe bombardata ed incendiata. Il Soleri a sua volta domandava tempo per provvedere; ma allo scoccare della mezzanotte, in esecuzione della fatta minaccia, il Leshke apriva dal castello un furioso bombardamento.