Fatto caratteristico del combattimento fu questo, che, nelle lievi perdite subite dai nostri, chi più ne sofferse furono gli ufficiali, sempre i primi ad esporsi al fuoco nemico; così, oltre a Garibaldi, furono feriti il maggiore Marochetti, il tenente Ghiglione, il tenente Teglio, i sottotenenti dall'Ovo e Rota, e feriti a morte il maggiore Montaldi, il maggiore Scianda, i tenenti Grassi e Righi e il sottotenente Tresoldi.

Garibaldi combattè tutto il giorno, affrontando il nemico in aperta campagna, ne scoperse il lato debole, lo assalì quando ravvisò il tempo opportuno, e decise della giornata.

Avrebbe fatto di più se in quel giorno avesse egli avuto il comando supremo, o se fosse stato ascoltato il suo consiglio.

Garibaldi aveva infatti intenzione di completare, quella sera stessa, la vittoria, tagliando ai francesi la ritirata su Civitavecchia; e il progetto sarebbe stato senza dubbio attuato; dopo lo scacco sofferto, il morale del nemico era depresso ad incominciare dall'Oudinot, sfinito, inoltre i francesi mancavano di cavalleria per coprire la ritirata, mentre Garibaldi coi lancieri del Masina e coi dragoni di linea, tutta gente fresca che nulla aveva sofferto dal combattimento, poteva giungere a Civitavecchia prima dei francesi e suscitare quelle popolazioni contro lo straniero. Che se non si fosse voluto precorrere i francesi in quel posto, si poteva prenderli di fianco nella loro ritirata: giacchè Garibaldi avrebbe potuto ingrossare le sue truppe coi due reggimenti di linea che non avevano ancora combattuto, e così trarre il miglior frutto della vittoria.

Ma indarno Garibaldi insistette appoggiato da Galletti: Mazzini non voleva esporre la Francia ad una completa disfatta, e provocarne i risentimenti. Egli era il capo del triumvirato, e se i nostri si arrestavano nel momento il più propizio, era lui che doveva risponderne alla storia.

Utilizzata o no la vittoria del 30 aprile si doveva capire che i francesi avrebbero voluto prendere la rivincita; meglio era dunque trarre partito della giornata, annientare il primo corpo di spedizione, circondando di una aureola gloriosa i difensori di Roma, ammirati da tutta Europa, poi prepararsi a far degna accoglienza al secondo corpo di spedizione, che la Francia ostinata nel volere ristaurato il potere dei papi ed ormai impegnata, avrebbe senza ritardo ordinato.

Unica impresa che venne concessa dal Triunvirato a Garibaldi il 1o maggio, fu una ricognizione sul nemico che si ritirava per la via di Civitavecchia, verso Castel di Guido, dove i Francesi avevano passata la notte in armi nella certezza di essere assaliti. Egli uscì colla sua legione da porta S. Pancrazio, mentre il Masina coi lancieri e coi dragoni usciva da porta Cavalleggeri; entrambi si unirono all'osteria di Malagrotta, dove i Francesi si erano preparati alla resistenza.

Ma per volere di Mazzini non si venne alle mani, come Garibaldi avrebbe desiderato. E ciò anche perchè l'Oudinot mandò a Garibaldi un parlamentario, per avvertirlo che trattava col governo Romano un armistizio; quasi contemporaneamente Garibaldi stesso riceveva un ordine di ritornarsene a Roma; e l'ordine fu eseguito nel giorno stesso.

Così i Francesi ebbero modo di guadagnar tempo, e ritornare con forte nerbo di forze e grosso materiale di guerra a riprendere l'attacco dell'eterna città con certezza di successo.

Ma se la giornata del 30 aprile non ebbe quelle conseguenze che erano da aspettarsi dopo una vittoria così bella, essa però provò al mondo che Garibaldi era qualche cosa di più di un semplice guerrigliero Americano, e che non gli mancavano le doti tutte del generale delle grandi fazioni; come provava al mondo che gl'Italiani, se ben condotti, sapevano battersi.