Come suo costume, Garibaldi fece avvicinare ben bene i napoletani e a un dato momento ordinò un attacco generale alla baionetta che mise in rotta il nemico, il quale lasciava nella fuga feriti e prigionieri e in potere dei nostri tre cannoni da montagna e non pochi fucili. Le perdite delle truppe romane furono lievi; degli ufficiali solo il sottotenente Rotta rimase ucciso e il tenente Martino Franchi ferito.
Ormai una più lunga stanza a Palestrina poteva divenire pericolosa perchè a Roma era giunta la notizia di un prossimo attacco combinato di napoletani e francesi, per cui il Triumvirato ordinava a Garibaldi di rientrare in Roma. Era anche lui deciso di finirla e non s'attardò sotto le tende; la sera dell'11 per sentieri impraticabili sfilando in perfetto ordine e silenziosamente nelle vicinanze del campo nemico, marciò per Zagarolo, sostò un poco nella osteria della Colonna sulla via Casilina, e con un lungo giro come se venisse da Tivoli ricondusse la propria gente a Roma, lieta se non di riportata vittoria, di onorato successo.
Nel frattempo importanti avvenimenti militari e politici eransi maturati. Bologna, dopo quattro giorni di disperata resistenza, aveva dovuto capitolare nelle mani del bombardatore Gorkowsky. Ancona, dove teneva il comando militare quel Livio Zambeccari, compagno di Garibaldi a Rio Grande, minacciata, si preparava ad imitarne e sorpassarne l'eroismo; a Fiumicino s'ancorava la flotta, avanguardia della spedizione spagnola; da Gaeta l'Antonelli s'affannava a mettere d'accordo i quattro alleati senza riuscirvi; la Francia finalmente continuava la politica a due faccie: quella delle parole favorevoli a Roma, quella dei fatti favorevoli al Papa.
Di guisachè, mentre l'Assemblea nazionale a Parigi decretava che la spedizione francese fosse "ramenée à son premier but", Luigi Napoleone e l'Odillon Barrot inviavano lettere e messaggi all'Oudinot, ripetendogli l'ordine di entrare a Roma a qualunque costo per restaurarvi il governo papale.
Infine, perfidia maggiore di tutte (se si eccettua il nero tradimento che doveva fra breve compiere il Generale Oudinot), la missione a Roma del Lesseps affidatagli da Drouyn De Lhuys. L'inviato francese doveva col governo di Roma trovare il modo di conciliare la libertà del popolo Romano, i diritti della sovranità pontificia, e la dignità del governo francese; in realtà doveva condurre i Romani ad aprire ai francesi le porte di Roma, per restaurarvi il potere temporale del Papa.
Il primo effetto dell'arrivo del Lesseps fu la tregua di trenta giorni: tregua che slealmente venne anticipatamente rotta dal Generale francese; ma che ad ogni modo giovò al governo della Repubblica romana, per finirla almeno coll'esercito borbonico.