Il 1o di giugno l'Oudinot alla lettera ingenua del generale Roselli, con la quale chiedevagli una proroga dell'armistizio per dare modo allo esercito della Repubblica romana di battere l'esercito austriaco, rispondeva "che gli ordini del suo governo gli prescrivevano di entrare in Roma al più presto; di avere già denunziato l'armistizio alle autorità Romane; solo per riguardo ai sudditi francesi residenti in Roma consentiva a differire l'attacco fino a lunedì mattina". In tutte le lingue del mondo ciò voleva dire che egli non avrebbe attaccato che il mattino del giorno 4.

Con una slealtà senza nome, con una perfidia inaudita negli annali militari, della quale la coscienza della Storia ha gridato vendetta, all'alba del 3 giugno i francesi, col silenzio del tradimento, sorpreso quasi nel sonno il sottile battaglione Melara, s'impadronivano di Villa Panfili, e in men che si dica, avviluppati da ogni parte i pochi bravi che la occupavano, si rendevano padroni del Convento di San Pancrazio, di Villa Corsini, detto Casino de' Quattro-Venti, formanti con Villa Panfili quell'altipiano che era la chiave della difesa di Roma.

Era da prevedersi che i francesi cui necessitava assicurarsi le retrovie per Civitavecchia, avrebbero fatto tutti gli sforzi per impossessarsi del punto più elevato della linea di difesa—e vi misero tanta e tale importanza che per venirne al possesso adoperarono perfino il tradimento. Come il generale in capo non se ne sia preoccupato non si spiega. Era principalissimo suo dovere di provvedere durante l'armistizio alla fortificazione in modo efficace delle alture, nonchè delle ville e dei casini fuori porta San Pancrazio per servirsene come posti avanzati—invece non pensò a nulla, e le conseguenze furono gravissime. E la imprevidenza non si arrestò a questo; il 1o di giugno il generale Oudinot, come abbiamo visto, dichiarava la cessazione dell'armistizio dando l'annunzio che avrebbe aperte le ostilità il giorno 4; le necessità del momento obbligavano se non altro il generale in capo a guarnire di forze sufficienti a respingere il nemico e non permettergli d'impossessarsi di posizioni tanto importanti, quali erano quelle avanzate di porta S. Pancrazio e ciò senza attendere l'ultima ora! Neppure a questo fu provveduto—e fu errore fatale.

Avvenuta l'occupazione, per sorpresa e per tradimento, la villa Corsini (detta dei Quattro Venti) fu oggetto di aspra contesa. Ritolta dai bersaglieri di Pietramellara ai francesi, fu nuovamente perduta, ripresa dal reggimento Pasi fu difesa coraggiosamente per più ore ma riperduta; con combattimento accanitissimo sostenuto dalle truppe del generale Bartolomeo Galletti fu anche da queste perduta.

Il furioso accanimento per conservarne il possesso dimostra quanto grande importanza si dava dalle due parti a quella dominante posizione; e tanto più non si arriva a capire perchè nè il Triumvirato, nè il generale in capo dell'esercito l'abbiano trascurata! Ed ora Roma ne pagava il fio.

Garibaldi sempre così vigile, mai pensando che da parte dei Francesi si potesse temere un tradimento, dormiva nel suo modesto letto in Via delle Carrozze n. 59 quando il fragore del cannone che, aveva scossa tutta la città, lo destò. In un baleno fu in sella; si trasse dietro la Legione Italiana, acquartierata nel vicino convento di S. Silvestro; lasciò l'ordine che le rimanenti truppe lo seguissero; partì al galoppo. Arrivato alla Porta di San Pancrazio, misurò con un'occhiata tutta l'estensione del pericolo; distribuì le truppe man mano che arrivavano tra i bastioni, la Porta e il Vascello, e lanciò i Legionari alla conquista di Villa Corsini.

La Legione, comandata dal Sacchi, preceduta dal Masina accompagnata dal Bixio, non indugiò, traversò sotto una grandinata di palle, il terreno scoperto, seminandolo dei suoi migliori, e arrivò fin sotto la Villa; ma colà, fulminati di fronte e dai lati, dalle finestre, dalle siepi, dalle muraglie da migliaia di nemici appostati al coperto, furono costretti a desistere e ordinatamente a ritirarsi al Vascello, che da quel momento divenne l'antemurale estremo e più tenace dei difensori di Roma.

L'attacco replicato del Casino dei Quattro Venti, fu micidiale per i nostri; feriti a morte il bravo Masina, Pier Antonio Zamboni portabandiera dei lancieri e Pietro Scalcerle aiutante dei lancieri stessi. Esposti a grave pericolo e feriti il generale Bartolomeo Galletti; Nino Bixio, che, uccisogli sotto il cavallo, si spinse fino a salire su un balcone del primo piano rimanendo gravemente ferito.

Ebbero pure ferite mortali Francesco Daverio, Capo dello Stato Maggiore della Legione, il Colonnello Pulini primo aiutante di Campo di Garibaldi e tanti e tanti altri.

E al Vascello le parti erano cambiate. Gli assalitori di prima diventarono gli assaliti; i francesi sboccavano da ogni parte; ma i legionari protetti dal massiccio edificio, convertito in fortezza, folgoravano da cento feritoie la morte. Il Vascello, avvolto da una bufera di fuoco resisteva impavidamente. Di questo baluardo della repubblica romana ne aveva preso il comando Giacomo Medici; si era certi che sarebbe stato difeso fino agli estremi.