Il 23 di sera Garibaldi era coll'avanguardia a Frosinone, da dove il Zucchi era già partito; il 25 a Ripi; il 26 sconfinava a Ceprano, e saputo che Rocca D'Arce, posizione fortissima, era occupata dai Napoletani, inviava tosto i suoi bersaglieri ad assalirla. E i bersaglieri si slanciarono arditi su per l'erta scoscesa, aspettandosi da un momento all'altro d'essere salutati dalla mitraglia, ma arrivarono senza dare e ricevere un colpo, fino nel paese, ove non trovarono anima viva.

All'annunzio dell'approssimarsi di Garibaldi, soldati ed abitanti colti da timore avevano sloggiato.

Non fu toccata in quel paese la più piccola cosa. Le truppe si coricarono sulla piazza, tranquille, senza tentare di rompere un'imposta e vi passarono la notte.

Garibaldi, saputo che un corpo di Svizzeri l'aspettava a San Germano ordinò al mattino di riprendere la marcia. Egli aveva in mente che se avesse potuto vincere una battaglia, la vittoria gli avrebbe aperta le porte del Regno.

Altri però erano i pensieri del governo di Roma. L'invasione austriaca s'avanzava minacciosa; mentre Wimpfen s'inoltrava verso Ancona, un corpo sotto gli ordini del Lichtenstein marciava su Perugia; Roma poteva essere in pochi giorni stretta da braccia di ferro; fare argine a tanto pericolo era un'assoluta necessità.


CAPITOLO XIV.

Ripresa delle ostilità dei Francesi contro Roma.

Il Triunvirato illuso che le trattative con Lesseps sarebbero approdate ad una felice conclusione, ordinò che si allestisse in Roma una spedizione per le Marche. Garibaldi fu richiamato, ed egli, saputo il motivo del richiamo ubbidì con gioia, e il 28 di maggio ripassato il confine, con marcie forzate, la mattina del 1o giugno rientrò in Roma.

Sventuratamente, ma come del resto era da prevedersi, il giorno stesso della rientrata in Roma di Garibaldi le trattative con Lesseps erano fallite e rotte.