Il 20 di dicembre del 1858 il Conte di Cavour aveva chiamato in segreto convegno Garibaldi e gli comunicava in confidenza questo disegno: un'insurrezione era preparata nei ducati: verso il 1o di aprile Massa e Carrara inizierebbero il movimento; due bande di volontari irromperebbero contemporaneamente da Lerici e da Sarzana: Garibaldi doveva spalleggiare la rivolta e capitanarla. Nello stesso tempo un battaglione di bersaglieri, dei migliori elementi della guardia Nazionale di Genova, si doveva organizzare in quella città, e sarebbe il primo nucleo delle forze popolari destinate a fiancheggiare colla rivoluzione l'esercito regolare.

Garibaldi applaudì alla proposta e diede senza restrizione la sua adesione; e lieto che ormai la guerra dell'indipendenza era davvero imminente, si ridusse di nuovo nella sua isola di Caprera.

Ma l'accalcarsi crescente dei volontari in Piemonte, consigliò il Conte di Cavour di pensare ad altro mezzo per potere più efficacemente trar profitto di Garibaldi. Infatti il 2 marzo 1859 il generale fu chiamato a Torino dal Re. Le parole di quel dialogo tra il Re Galantuomo e l'eroe popolare andarono perdute; ma il senso ne fu presto palese. Gli si volle dare una parte più diretta ed importante sul teatro della guerra.

Tornato Garibaldi a Genova, convocò i suoi più intimi, Medici, Sacchi, Bixio e diede loro quest'annunzio: "Ho veduto Vittorio Emanuele; credo che il giorno di ripigliare le armi non sia lontano; state pronti; io spero di poter fare ancora qualche cosa con voi"!

Fu deciso di ordinare tutta quella valorosa gioventù—che da ogni regione della penisola conveniva in Piemonte—in corpi speciali, che stessero a fianco dell'esercito, come rappresentanti dell'elemento popolare e rivoluzionario di Italia, disciplinati in ordinata milizia, ubbidienti al suo capo, e soggetta al Comando supremo.

Da questo concetto nacquero i Cacciatori delle Alpi. Garibaldi fu richiamato da Caprera per capitanarli; ed egli rispose subito all'appello, traendosi seco i suoi più fidi commilitoni.

La sera pel 23 aprile due inviati austriaci presentavano al Conte di Cavour l'ultimatum del loro governo: "disarmo immediato, o guerra" e la risposta non poteva essere dubbia.

Finalmente quel cartello di sfida, tanto provocato, tanto desiderato, il grande statista lo teneva in mano; finalmente la guerra era certa, la Francia vi era impegnata; l'Austria l'intimava essa stessa, e non poteva sfuggirla.

Infatti, prima ancora che il Conte di Cavour consegnasse ai messaggeri austriaci la sua risposta, Garibaldi, risposta ancor più espressiva, riceveva l'ordine di portare la sua brigata a Brusasco, sulla destra del Po, cioè a dire, in prima linea. Suo mandato era, guardare il Po da Brusasco a Gabbiano, difendere la strada militare Casale-Torino, e chiudere gli intervalli esistenti tra la divisione Cialdini che guardava la Dora Baltea, e le batterie di Casale che proteggevano più a mezzogiorno i passi del Po.

Garibaldi ad effettuare questo disegno, mandò una compagnia a presidiare Verua, e, spedito avviso al generale Cialdini suo capo immediato, nel giorno stesso occupava Brozzolo e vi piantava il suo quartier generale.