Date le opportune disposizioni per la sicurezza di Varese, all'alba del 27 col primo reggimento in testa s'incaminava con tutta la brigata per la via che per Olgiate e Cavallasca mette a Como.

Il generale Urban a sua volta, rinforzato da due nuove brigate (Augustin e Scoffgotsche) che facevan montare le sue truppe a ben diecimila uomini, aveva preso posizione difensiva fra la strada medesima e l'altra più settentrionale che da Cavallasca per San Fermo piomba su Como; e colla sinistra dietro il Lura tra Brebbio e Breccia, il centro a San Fermo, la destra al Prato di Porè sul lago, si preparava a sostenere l'assalto. Se non che, male esperto delle abitudini tattiche di Garibaldi, egli se l'aspettava nel piano, alla sua sinistra e quindi per rinforzare questo punto aveva malaccortamente indeboliti gli altri. Garibaldi invece aveva l'occhio fisso ai monti; sicchè giunto ad Olgiate arrestava la colonna, metteva in posizione tutto il primo reggimento sì da far credere si preparasse allo assalto, tenne a bada il nemico per più ore, e allo scoccar del mezzogiorno, coperto dal reggimento Cosenz, voltava repentinamente a sinistra per gli erti viottoli che salivano a Geranico al Piano ed a Porè; e giungeva a Cavallasca in faccia a San Fermo. Quivi, spiate dal campanile di Cavallasca le posizioni nemiche, Garibaldi stabiliva prontamente il suo piano di battaglia e ne ordinava con pari celerità l'esecuzione. Al colonnello Medici ed al suo reggimento l'onore del primo assalto; De Cristoforis con due compagnie doveva attaccare di fronte la chiesa di San Fermo; Susini-Millelire con una compagnia doveva attaccarla da sinistra, quella del Vacchieri da destra; altre compagnie, condotte dal Gorini, e tutte comandate dal Medici in persona, dovevano calare sulla strada San Fermo-Rondinello e minacciare il nemico.

Il primo cozzo fu tremendo; i cacciatori austriaci armati delle loro eccellenti carabine, appiattati attorno al parapetto del piazzale della Chiesa, che s'innalzava sopra un poggio a guisa di bastione, e dietro le finestre delle case circostanti battevano con un fuoco micidiale di fronte e di fianco, i primi assalitori e cioè la compagnia De Cristoforis, che rigò del sangue dei suoi migliori la via infuocata; cadde colpito gravemente il tenente Pedotti; cadde, lacerate le visceri, il capitano De Cristoforis; cadde, fracassata una spalla, il tenente Guerzoni ed altri, ed altri; la compagnia decimata balena s'arresta un istante, ma non indietreggia. Nel frattempo l'assalto ai due fianchi si spiegava ed incalzava; un battaglione austriaco si lanciava alla corsa da Rondinello, ma incontra sui suoi passi il Medici che lo arresta, e con una carica furiosa riesce a rovesciarlo; altre compagnie dei nostri subentrano a rinforzare l'assalto, sicchè il nemico ormai circuito, sgominato, rotto, volta in fuga precipitosa verso Camerlata e Como.

Garibaldi non indugiò un istante ad occupare le posizioni espugnate, e mentre Medici s'afforzava tra Rondinello e Breccia, e Bixio chiudeva gl'intervalli tra S. Fermo e Rondinello, il maggiore Quintini si piantava col battaglione ed alcune compagnie del secondo reggimento a San Fermo; ed altre compagnie si stendevano a sinistra verso Cima la Costa. Ma ancora il nemico non si dava per vinto, il generale Augustin, raccolte tutte le sue forze, le spinse parte a destra, su Cima la Costa, per spuntarvi la nostra sinistra; parte a manca, per riafforzare l'altura di sopra la Costa, e di là controbattere San Fermo. E la mossa fu condotta con rapidità; ma vegliava Garibaldi, e vegliavano i suoi luogotenenti; onde appena l'assalitore giunse a mezzo tiro della nostra linea, il Cosenz a sinistra di Cima la Costa, il Medici a destra da sopra la Costa, lo respingono, di svolta in svolta, di poggio in poggio, giù per la strada d'onde era venuto, fino a che Garibaldi adocchiata da Cima la Costa quella seconda più rovinosa ritirata, vide possibile quello di cui prima dubitava, cioè la presa di Como; e vi si preparò senz'altro.

Ordinò che si raccogliessero e riordinassero le forze; spedì Simonetta con alcune guide ad esplorare i dintorni della città, e lasciata una buona retroguardia a San Fermo, marciò a notte fatta giù per la tortuosa via di Borgo Vico, e ormai accertato dagli esploratori che l'austriaco aveva abbandonato Como vi entrò risolutamente.

Non può descriversi la festosa sorpresa della città; una piena di popolo trasognato accorse ebbro, frenetico; Garibaldi baciato, benedetto, toccato come un santo, è portato in trionfo fino al palazzo del Comune. Ma nella gioia di una intera città egli non smarrì un solo istante la mente; e tosto diede opera a custodire le sue spalle, mandando Medici, infaticabile quanto lui, a vegliare sulla strada di Camerlata, dove ancora s'accalcava minaccioso il nemico.

L'alba dell'indomani però chiariva che l'ultimo austriaco era scomparso da Camerlata e che ormai tutta la colonna dell'Urban s'era riconcentrata tra Barlesina e Monza sulla via di Milano.

L'Elia, che dopo il 1849 aveva dovuto emigrare, si trovava a New York quando i giornali diedero la notizia che Vittorio Emanuele aveva sguainata la spada per l'indipendenza italiana.

Non perdette tempo—col primo Pacchetto in partenza il "Devonshire" s'imbarcava per Londra e presa la via di Calais per la Svizzera raggiungeva Garibaldi a Como il 28 maggio e subito si presentava al generale sotto gli auspici del padre, già amico suo fin da quando era in America. All'udire che colui che gli stava davanti era il figlio del fucilato Antonio Elia, volle baciarlo e tenendogli stretta la mano, con accento commosso gli disse parole di affetto paterno e volle che stesse al quartier generale. Da quell'ora l'Elia seguì sempre Garibaldi con venerazione filiale.

Garibaldi non era uomo da stare ozioso; affidò a Camozzi, Commissario Regio per Bergamo, l'organizzazione militare; lasciò la compagnia del Fanti a proteggere Como, a reclutar volontari, a raccogliere armi, inviò con lo stesso ufficio la compagnia del Ferrari a Lecco; lodati come meritavano i suoi bravi cacciatori delle Alpi, e concessa loro per riposarsi tutta la giornata del 28, la mattina del 29, senza svelare ad alcuno il suo disegno, fece battere l'assemblea, e si pose in marcia, col resto della brigata, di molto assottigliata dai morti, dai feriti, dagli infermi e dai distaccati, per Olgiate e Varese.