Intanto questi non solo si erano resi padroni di Bezzecca, ma, sbucati fuori dal villaggio, avevano coronate le alture della loro artiglieria e si preparavano ad un formidabile attacco contro l'estrema linea garibaldina.
Il pericolo era gravissimo, la strada di Tiarno era tempestata dal nemico e Garibaldi stesso veniva fatto bersaglio ai loro colpi. Le palle guizzavano, rimbalzavano e ravvolgevano in un nembo di polvere la sua carrozza; uno dei cavalli era ferito a morte, una delle guide che la scortava (Giannini) cadde morta, altre hanno feriti i cavalli; i suoi aiutanti volevano strapparlo da quel posto mortale e salvare lui, se non è possibile vincere. Ma Garibaldi aveva sul volto la calma di Calatafimi! "Qui si vince o si muore" e comandava, incoraggiava, spediva ordini, secondato dagli ufficiali del suo quartiere generale, sopratutto da Canzio, dal Miceli, dallo Stagnetti, dal Damiani e dalle guide tra le quali l'Amadei che in tutta quella giornata si era moltiplicato per trovarsi sempre presente dove maggiore era il pericolo; i carabinieri genovesi condotti dal Mosto, sempre primo nei replicati attacchi, seguito dai suoi valorosi Burlando, Stallo, senza cessare di combattere, facevano cerchio attorno al generale per coprirlo dalla furiosa pioggia di proietti che tempestava la posizione.
Intanto il maggiore Dogliotti aveva mandato ordine che si portassero sul posto la batteria di riserva e gli altri pezzi che si erano dovuti ritirare; appena arrivati il generale ordina che al galoppo vadano a piazzarsi su una posizione che esso stesso indica, ed il maggiore eseguisce l'ordine; in un baleno i cannoni sono a posto ed aprono il fuoco convergente su Bezzecca. Le dieci bocche dirette mirabilmente dal Dogliotti produssero il loro terribile effetto. Il nemico sfolgorato dentro Bezzecca, incalzato dal 9o reggimento guidato da Menotti Garibaldi che fa miracoli di valore, dal 7o, dai resti del 5o e da quanti altri eransi ivi raccolti per ordine del generale, incalzano furiosamente il nemico e lo costringono a cedere, e a disperdersi. Per tanto eroismo il colonnello Menotti Garibaldi e la bandiera del suo 9o reggimento venivano decorati della medaglia d'oro al valore militare.
Ma nulla valeva finchè Bezzecca non era presa. Questo il Duce voleva e quanti sono intorno a lui lo comprendono e più che altri, Menotti, Canzio, Missori, Mosto, Damiani, Cariolato, Guerzoni, Bedischini, Miceli, Stagnetti, Amadei, Politi, Tosi, Ficola, Stangolini, Proia, Buratti, Dubois, Bonacci, Gattoni, Popovich, Nani, Lizzani, Giorgi, Fallani, Gatti, Giammarioli, Luperi, Galletti, Restivo ed altri, che formano una falange votata alla vittoria od alla morte; di questa falange si pone alla testa Ricciotti Garibaldi che fa da prode le sue prime armi; il bravo giovanetto degno figlio del padre, afferra la bandiera del 9o reggimento comandato dall'eroico suo fratello Menotti, e con questa in pugno, mentre i cannoni del Dogliotti mandano in fiamme Bezzecca, a testa bassa, lui e tutti i valorosi che si erano stretti attorno al generale, a passo di carica, si slanciano sul villaggio e con lotta terribile, corpo a corpo rompono, sgominano gli austriaci, li mettono in fuga precipitosa e li inseguono colla punta della baionetta alle reni fin al di là di Lesumo.
Così la vittoria, con tanto accanimento contrastata fu violentemente strappata su tutta la linea.
Il 5 luglio, il generale portava il suo quartiere Generale da Rocca d'Anfo a Bagolino.
Il 7 luglio i garibaldini respingevano una forte ricognizione della brigata Thoun, che si era spinta fino a Lodrone, e tre giorni dopo ributtavano brillantemente un secondo attacco di quella brigata, e sotto gli occhi di Garibaldi, la mettevano in fuga.
Intanto la flottiglia del Lago di Garda non stava inoperosa.
La flottiglia austriaca, che poteva considerarsi padrona assoluta del lago perchè molto poderosa, tenevasi tra Bardolino e Garda alla punta di S. Vigilio sotto la protezione di quei forti. Elia con la sua cannoniera "Torrione" si portava a molestarla sotto il tiro dei forti, prendendola a bersaglio col suo cannone, ritirandosi quando vedeva che le navi austriache abbandonavano le àncore per inseguirlo, tenendo avanti il nemico diritta la prua corazzata, ordinando macchina indietro a poco a poco, con la lusinga di poterle attirare sotto i forti di Salò. Tentativi vani!