Il primo e maggiore impeto fu portato dal nemico sulla R. nave ammiraglia "Re d'Italia"—e si capisce!—L'ammiraglio Tegetthoff riteneva che su quella nave stesse il comandante in capo della flotta italiana, e le muoveva arditamente contro. Era un duello tra le due navi di comando—e quello dei due che ne fosse riuscito vincitore avrebbe deciso della vittoria della sua squadra!
Il "Re d'Italia" assalito da poppa, nei fianchi, da prua ebbe spezzato subito il timone per cui rimase senza governo; nella critica e fatale posizione, il comandante Foa di Bruno, uomo dei più valorosi, gli ufficiali sotto ai suoi ordini, gli equipaggi, i cannonieri tutti al loro posto impavidi, rispondevano agli assalitori con bordate, con tiri di cannone, con le carabine—quando—la nave ammiraglia austriaca "Max" le fu sopra a tutta forza di macchina e l'investiva con urto tremendo; con orribile scroscio lo sperone ferrato squarciatole il fianco, le apriva un'enorme breccia sotto la linea d'acqua—e il "Re d'Italia" la bella nave ammiraglia colla bandiera a riva spiegata al vento, sempre eroicamente combattendo s'inclinò—e fra le grida di viva l'Italia da parte del suo equipaggio, e col capo reverentemente scoperto di quello austriaco—sprofondava nell'abisso del mare trascinando nei vortici 700 eroi; primi fra tutti, l'Emilio Foa di Bruno comandante in prima, il deputato Pier Carlo Boggio, il marchese di Malaspina comandante in seconda, il cav. Del Santo sotto capo di stato maggiore, i tenenti Gualterio Enrico, Casanova Giuseppe, Bossano Alfredo, Bozzetto Michele ed Isola Carlo sottotenenti, Olivieri Giuseppe, Palermo Salvatore, Orsini Torello, il conte Fazioli, guardie marine, Verde cav. Luigi medico di bordo; ed il pittore Ippolito Ciaffi. Pochissimi furono i salvati e fra questi il bravo tenente Candiani.
Affondata la creduta nave ammiraglia le corazzate austriache assalgono le navi Italiane "Ancona" la "Palestro" la "San Martino" ed altre: il "Kaiser" si slanciava contro il "Re di Portogallo" ma ne esciva malconcio assai, messo fuori di combattimento ed in fuga, mercé l'abilità e la bravura del comandante Riboty. Nella mischia la "Palestro" venne colpita da granate nella parte non corazzata cagionandole forti avarie.
Sviluppatosi l'incendio il bravo comandante Cappellini fa di tutto per domarlo; ma inutili sforzi! Visto che ogni salvezza della corazzata è ormai impossibile due piroscafi dell'armata italiana "l'Indipendente" ed il "Governolo" sfidando ogni più grave rischio si accostano alla Palestro offrendo salvezza.
L'eroico comandante—chiama a raccolta i compagni—fa ad essi nota l'inevitabile catastrofe—quindi dice: "Chi vuole salvarsi si salvi" Unanime un grido risponde "faremo quello che il comandante sarà per fare" al che il Cappellini risponde "io non abbandono il mio posto" e allora gli eroi tutti a rispondere "vogliamo seguire la tua sorte".
Udita questa commovente decisione il comandante ordina sia alzato il gran pavese. I marinai salgono a riva sugli alberi, sui pennoni, intuonano i canti della Nazione.—Un orrendo scoppio—un ultimo, immenso grido si eleva al cielo "Viva l'Italia viva il Re" e in una nube di fiamme sono tutti avvolti—e i martiri della patria sprofondano nei vortici del mare.
Nel combattimento tutti fecero il loro dovere, gli eroismi di Foa di Bruno e del Cappellini sono immortali; va anche segnalato il valore dei Riboty, degli Acton, dei Del Carretto, dei Del Santo, e l'abnegazione il patriottismo, le virtù militari di tutti gli ufficiali della flotta e degli equipaggi.
Ma a che giova il valore, e a che vale l'eroismo se manca il duce che sappia condurre alla pugna ed alla vittoria?
Il Persano commise due errori gravissimi: il primo di avere abbandonato la nave ammiraglia pochi momenti prima del combattimento. Egli avrebbe dovuto scegliere fin dall'inizio della campagna come nave ammiraglia l'"Affondatore" se la credeva atta a meglio servirlo nel suo piano di battaglia; il secondo è, che egli non seppe adottare un ordine di battaglia rispondente a quello col quale la parte nemica veniva ad investirlo. Colla sua squadra il Persano doveva ordinarsi in due linee ed in forma d'imbuto; lasciare che le navi nemiche entrassero nell'imbuto e quindi assalirle prima a colpi di cannone, a bordate e poi investendole a colpi di sperone.
L'"Affondatore" doveva tenersi sopravento onde potere dominare, dirigere l'azione; ed impegnato il combattimento valersi della velocità della sua nave e delle sue qualità offensive, correre addosso al "Max" nave ammiraglia austriaca, investirla a tutta forza col tagliente suo sprone e colarla a fondo. Così avrebbe certamente manovrato Galli della Mantica. Invece come fu utilizzata questa nave, la più potente del tempo?