Questo gravissimo annunzio, pochi giorni dopo una battaglia perduta, sebbene valorosamente combattuta, nel momento di ripigliare le offese con tante speranze e tanto bisogno di un grande successo d'armi, giunse al Re, all'esercito, all'Italia oltre ogni dire sgradito.

Ricevere la Venezia come un dono dalle mani dell'imperatore dei francesi feriva nel più vivo l'amor patrio degli italiani, non solo, ma avrebbe potuto dar motivo a dubbi ingiuriosi sulla fede dell'Italia verso la Prussia sua alleata.

D'altro canto ricusando, e continuando la guerra a dispetto dell'imperatore dei francesi, v'era la possibilità di vederci venir contro la Francia armata nel veneto o altrove! Pure tra la rovina alla quale una tal guerra ci avrebbe condotti e il disonore, nè al quartier generale nè al Re, nè al ministero poteva rimaner dubbia la scelta.

Il Re quindi rispondeva, ringraziando l'Imperatore dei Francesi dell'interesse che prendeva per l'Italia; ma che trattandosi di affare tanto grave doveva consultare il suo governo e il suo alleato al quale era stretto da un trattato.

Intanto il generale Cialdini domandava se poteva invadere senza perdita di tempo il territorio veneto e gittarsi nella provincia di Rovigo.

Il generale La Marmora rispondeva al Cialdini invitandolo ad operare, giacchè egli diceva "per me il peggio sarebbe ricevere la Venezia senza avervi messo piede".

E il generale Cialdini confermava che il 7 di sera avrebbe gettati i ponti e passato il Po.

Per questi fatti l'imperatore Napoleone era adiratissimo, e ci fu poco che la Città regina dell'Adriatico non vedesse sventolare sul campanile di S. Marco e sui forti della sua laguna la bandiera napoleonica ed a suo presidio le truppe francesi.

Per scrupolo di lealtà il barone Ricasoli d'accordo con S. M. il Re e col generale La Marmora si opponeva alla firma dell'armistizio senza averne prima ottenuto l'assenso del Re di Prussia alleato in quella campagna, e l'imperatore Napoleone aveva già ordinato che due navi da guerra con truppe da sbarco "La Provence" e "L'Eclaireur" partissero per Venezia con ordini suggellati.

Ubaldino Peruzzi, visto che al conte Nigra nostro ambasciatore a Parigi non era riuscito di parare il grave colpo, consigliò a Ricasoli di mandare a Parigi il Diamilla Muller conosciuto fin da giovinetto da Luigi Napoleone quando era principe, e che aveva elevate amicizie a Parigi fra le quali quelle di Alcide Grandguillot direttore del giornale officioso "Costitutional" e del generale De Fleury, perchè vedesse di scongiurare questo affronto all'Italia. Questi accettò la delicata, quanto difficile missione e seppe riuscire a risparmiare alla patria una nuova umiliazione e danni non lievi.