"Eccomi ancora con voi, prodi sostenitori dell'onore italiano. Con voi, per compire un dovere, per aiutarvi nella più santa e gloriosa impresa del nostro risorgimento.

"L'Italia s'è persuasa, che non può vivere senza il suo corpo, senza il cuore, senza la sua Roma, che alcuni servili ledendo un diritto e il decoro nazionale, vogliono sacrificare ai capricci d'uno spregevole tiranno.

"Dunque avanti, e costanza soprattutto! Io non vi chieggo coraggio, valore, perchè vi conosco. Vi chieggo costanza. Gli Americani durarono quattordici anni nella lotta gloriosa, che li fece la più potente, la più libera nazione del mondo: a noi concordi bastano pochi mesi per lavare l'Italia dal sudiciume che l'infesta, voglia o non voglia un semplice bastardume ed i suoi padroni.

"G. Garibaldi".

Il 22 partì per Terni. Ivi giunto sapendo che il Governo aveva dato ordine di arrestarlo, in sull'albeggiare del 23, sconfinava a Passo Corese e dava ordine a Menotti, comandante del centro, di riunire tutte le colonne che si trovavano già pronte e di sconfinare senza ritardo. Intanto altre colonne erano in formazione a Terni. E nella notte del 24 Garibaldi telegrafava al Comitato di Firenze: "Occupo Passo Corese e Monte Maggiore con le forze riunite di Menotti". Nel giorno stesso ordinò si investisse Monte Rotondo, che voleva ad ogni costo occupare, ancorchè non avesse alcun pezzo di artiglieria.

La notizia che Garibaldi era entrato nel territorio pontificio, fece accorrere volontari da tutte le parti; anche Ancona eccitata alla guerra da un patriottico proclama non mancò di fare il suo dovere.

Messi assieme pochi fondi, e raccolte delle armi, partiva una colonna di cui veniva affidato il comando ad Elia. Prima però, che questa colonna composta di più di mille ducento volontari fosse armata, si dovette perdere molto tempo a Terni. Infine rotto ogni indugio e sebbene non poche armi mancassero per l'armamento completo, Elia ordinava la partenza e raggiungeva il generale Garibaldi e suo figlio a Monte Rotondo, ove già si combatteva.

La difesa di Monte Rotondo fu accanita. L'attacco incominciato all'alba era durato tutta la giornata; stava per calare la notte ed il fuoco continuava accanito da parte dei papalini; già molti dei nostri erano feriti, fra i quali, Mosto, Martinelli, Uziel; morti il Giovagnoli, l'Andreucci ed altri. "Bisogna finirla" grida Garibaldi—ed ordina di dar fuoco alla porta; verso le otto di sera la porta andava in fiamme e fattavi una apertura i garibaldini vi si precipitano dentro, gli antiboini si rifuggiano nel Castello ed all'albeggiare riprendevano le fucilate; ma visto che i volontari, penetrati nelle scuderie del principe Piombino, che era coi garibaldini a combattere per la liberazione di Roma, si preparavano a dare fuoco al Castello, incendiando il fienile, verso le 9 di mattino si arrendevano, lasciando in nostre mani due cannoni con un centinaio di cariche, circa 300 fucili e poche munizioni.

Nella presa di Monterotondo si comportarono da valorosi, rimanendo feriti, Antonio Lazzari, Emilio Pignocchi, Guerrino Galeazzi, Giovanni Dottavi, Massimiliano Gianforlini, Gennaro Montevecchio, Vincenzo Spadolini, Campagnoli Aldebrando, tutti di Ancona.

Ecco come il generale partecipava la presa di Monterotondo: