"Le mie forze, molto diradate dopo il ritorno a Monterotondo, si componevano del 18o Battaglione, ridotto a 195 uomini, comandato dal maggiore Perlach Pietro, del 19o comandato dal maggiore Cesare Ghedini forte di 200 uomini, del 20o battaglione comandato da Cesare Bernieri forte di 340 uomini, rimasto a Monterotondo agli ordini del Comandante di quella piazza colonnello Carbonelli.

"Giunto al paese di Mentana verso la 1 p. m. dovetti fare alto essendomi impedita la marcia dai volontari della 3a colonna, che ci precedeva, comandata dal colonnello Valzania, i quali con un'ordinata contromarcia a sinistra passando avanti il nostro fronte si portavano a prendere posizione sulle colline a sinistra del paese. Da qualche ferito, che si vide passare, avemmo conoscenza che ci trovavamo in faccia al nemico e che ai posti avanzati eransi incominciate le fucilate. In quel punto mi venne ordine dal generale Garibaldi, trasmessomi dal suo aiutante capitano Coccapieller, di fare occupare da parte dei miei le case a sinistra di Mentana. Trasmisi l'ordine ai maggiori Perlach e Ghedini ed i nostri vi penetrarono risoluti a respingere ogni attacco del nemico. Vista eseguita tale operazione mi portai presso Garibaldi per ulteriori istruzioni. Egli trovavasi a metà del paese circondato dai vecchi compagni e dai suoi aiutanti, dando ordini pel combattimento. Vedutomi, mi diede ordine di raccogliere le rimanenti mie forze e di spingermi con esse al di là delle case, che formano il lato sinistro del paese di Mentana, se vi si giunge da Monterotondo; ordinai ai miei, che non erano nelle case, di seguirmi in avanzata verso la parte più presa di mira dal nemico. Avevo con me i maggiori Perlach e Ghedini, l'aiutante maggiore Tironi, l'aiutante in seconda Barattini Filippo, l'ufficiale d'ordinanza Falaschini Pietro, il capitano Berti Antonio, il tenente Augusto Marinelli, il mio capo di stato maggiore capitano Boldrini, il capitano Canini dei Mille, il tenente Occhialini ed i sottufficiali Longhi, Zagaglia, Beretta, Melappioni, Berti, Pezzali, Leone Bucciarelli, Saltara, Beducci, Mariotti, Marinelli Luigi, Ferraioli ed i caporali Luigi Padiglioni, Cesare Burattini e l'aiutante del 18o battaglione sottotenente Luigi Carnevali. Si erano pure uniti a me i capitani Grassi e Ballanti. Altri volontari comandati da Salomone[1] e da Frigesy, fra i quali i bravi Buratti e Giammarioli rafforzavano la posizione, fatta segno alle palle nemiche. Ordinai ai bravi che avevo con me, di spiegarsi in catena e rasentando le siepi, fiancheggianti la strada che taglia quei campi e conduce alla villa Santucci, spingersi in avanti nell'intento di sloggiare il nemico dalla villa occupata. I garibaldini rispondevano da bravi al fuoco nemico e gli ufficiali ne li incoraggiavano; eravamo fulminati dall'artiglieria e dal fuoco vivissimo delle carabine; più di un volontario era caduto al mio fianco e già feriti il mio aiutante in primo Tironi, il capitano Antonio Berti che bravamente rimasero al loro posto. La faccenda si faceva sempre più seria; mandai l'aiutante in seconda Burattini, onde riunisse quanti dei nostri potesse e li portasse con al fuoco, ma ritornò solo. Si era da ogni parte impegnati e non conveniva fare scendere i garibaldini che occupavano le case; privi di rinforzi ed incalzati dagli Zuavi pontifici fin sotto le case di Mentana, riuniti intorno a me quanti più ne potei, ufficiali e soldati, ordinai una carica alla baionetta; coadiuvati dai nostri, che dalle case tiravano addosso agli assalitori e dal tiro dei cannoni che il Generale aveva fatto piazzare in buon posto, i miei, incoraggiati dagli ufficiali primi ad esporsi, si slanciano contro i papalini e sotto gli occhi di Garibaldi, di Fabrizi, di Menotti, di Ricciotti, di Canzio, di Mario e di altri bravi giunti sul posto in quel punto, mettono in fuga, incalzandoli colla punta della baionetta, gli assalitori. Fu un attacco brillantissimo, tanto che Canzio, che mi era venuto vicino, si congratulò con me pel risultato. Si credette per un momento alla vittoria.

[1] Il 3o battaglione della colonna Salomone comandato dal maggiore Ravelli prese strenua parte al combattimento a fianco dei miei; del battaglione facevano parte alcuni anconitani fra i quali il furiere Aldobrando Campagnoli che a Montelibretti si condusse con tanto valore da venire proposto per la promozione ad ufficiale, Riccardo Cancellieri ed il Federici nativo di Rimini. A Mentana il Campagnoli combattendo a corpo a corpo, venne ferito da colpo di baionetta e fatto prigioniero dai francesi.

"Ciò avveniva verso le 4 pom.; ma passato poco tempo ci vedemmo più fortemente attaccati in altro punto.

"Il generale Fabrizi, venerando patriota, esperto ed ardito soldato, si era trovato esso pure in quella pericolosa posizione, incoraggiando col suo esempio e sangue freddo al combattimento i nostri, i quali sfiniti da una lotta che durava da quattr'ore incessante, e qualche volta a corpo a corpo, bruciavano sul nemico in fuga le ultime cartuccie. Attorno a Fabrizi stavano gli eroi di cento altri combattimenti, Missori, Guerzoni, Tanara, Bezzi; tutti studiavano le mosse del nemico, che credevano in ritirata; questo invece, cambiata tattica e direzione all'attacco, spingeva forti colonne sulle alture della nostra posizione di sinistra, difesa da Valzania, allo scopo di tagliarci la ritirata su Monterotondo.

"La natura dei tiri, la regolarità e rapidità dei medesimi, il fischio delle palle, tutto aveva cambiato. Non erano più le truppe papaline che si battevano contro i pochi ed estenuati garibaldini, privi ormai di munizioni; stavano di fronte ad essi i primi soldati del mondo che facevano le prime prove dei loro Chassepot sui petti dei patrioti italiani.

"La colonna Valzania stette salda finchè ebbe cartuccie da sparare contro il formidabile assalto; ma poi, sopraffatta da forze imponenti e ridottasi senza munizioni, dovette ripiegare. Abbandonata la posizione di sinistra fu giuocoforza ai nostri di battere con la maggiore celerità possibile in ritirata, per non essere tagliati fuori da Monterotondo.

"Non furono però in tempo di farlo i molti, che trovavansi, per ordine avuto dal Generale, ad occupare le case ed il Castello di Mentana, i quali rimasero prigionieri e fra questi molti del 18o e 19o battaglione appartenenti alla mia colonna.

"Il 20o battaglione, pure facente parte della 6a colonna, rimasto a Monterotondo, fece anch'esso il suo dovere. Il bravo capitano Litta, che lo comandava in assenza del maggiore Bernieri, visto che a Mentana erasi impegnata con calore l'azione, allo scopo di garantire ai nostri la ritirata in caso di rovescio, portò la maggior parte delle sue forze ad occupare il convento dei Cappuccini situato in buona posizione sulla strada che va a Mentana, da dove potè arrestare la foga dei francesi, che si avanzavano seguendo i nostri, i quali poterono ritirarsi con ordine. Giovò non poco l'azione risoluta del capitano Raffaello Giovagnoli, che si trovava al Romitorio, da dove respingeva i ripetuti attacchi del nemico. Egli volle tentare un ultima controcarica alla testa di un centinaio di valorosi, che fecero prodigi. Molti di quei bravi caddero attorno al Giovagnoli colpiti dalle palle dei Chassepot dell'imperatore di Francia; fra quelli che più si distinsero per valore, primeggiò il sottotenente Luigi Coralizzi, che riportava grave ferita alla testa da farlo ritenere per morto.

"Tutti fecero il proprio dovere. Gli ufficiali molto si distinsero per ardire e sangue freddo, nel condurre i volontari al combattimento.