CAPITOLO XXX.
Sbarco a Massaua—Guerra abissina.
Ricercare ora quali furono i moventi che ci spinsero all'occupazione di Massaua, sarebbe opera vana!
L'Italia, divenuta nazione, credette che il suo prestigio sarebbe aumentato, se al pari delle altre potenze si fosse lanciata in qualche impresa coloniale e il governo italiano vi si decise incoraggiato all'occupazione, dall'Inghilterra che temeva di vedere altra nazione inalberare a Massaua, da un momento all'altro, la propria bandiera.
Del resto l'idea di aprire nuovi sbocchi al nostro commercio sorrideva, e l'opinione pubblica si mostrò favorevole all'iniziativa, sopratutto in Lombardia ove fiorivano a questo scopo delle Società, e si pubblicava un giornale caldo fautore dell'espansione coloniale, e s'incoraggiavano e si organizzavano spedizioni africane.
E difatti quando al principio del 1885 un giornale officioso ne dava il primo annunzio l'opinione pubblica, lo accolse con segni di compiacimento, e salutava pochi mesi dopo con entusiasmo, la partenza dei nostri bersaglieri per Massaua.
Disgraziatamente allo slancio con cui l'Italia aveva iniziato la conquista di colonie africane, non corrispose la preparazione necessaria.
Due erano le politiche da seguirsi dopo l'occupazione avvenuta il 4 febbraio 1885.
Una, quella di limitarsi a tenere Massaua come porto di sbocco alle regioni interne, attendendo dal tempo l'occasione di assoggettarle moralmente, l'altra, di fare addirittura una guerra a fondo, impossessarsi dell'Abissinia, assoggettarla per poi irradiare la nostra influenza nelle ricche regioni del Sud, assicurandoci le vie commerciali.
Invece, dei due sistemi, non ne abbiamo seguito decisamente nessuno.—Siamo andati al caso—per una via di mezzo che ci portò a continui successivi conflitti, ed infine al disastro.