Ricevuta questa notizia verso notte Barattieri ordinava alle tre dì mattino si riprendesse la marcia. Alle 11 i nostri entravano in Antalo senza avere incontrato il nemico. Si sentiva un vivo fuoco di fucileria ed esaminata la posizione si vide che si combatteva sulle alture di Debra-Ailà.

L'assalto di quella forte posizione era stato iniziato dalle bande comandate dai bravi tenenti Sapelli e Lucca; quando queste furono spinte sui fianchi il maggiore d'Amelio fece avanzare due compagnie di Ascari, mentre l'Artiglieria sloggiava il nemico delle alture.

Dopo un quarto d'ora di fuoco accelerato, il battaglione indigeno muoveva all'assalto della montagna, mentre Barattieri faceva avanzare il battaglione dei cacciatori italiani, sostenuti dal 3o battaglione indigeno. In breve i nostri forzarono il ridotto dell'Amba e il fuoco cessava. Il nemico, sbaragliato si dava alla fuga, mettendosi in salvo per sentieri impraticabili.

Finito il combattimento il battaglione d'Amelio, che si distinse in modo particolare, rimase sulla forte posizione conquistata con una batteria; le altre truppe ritornarono ad Antalo, ove Barattieri pose il suo quartier generale.

Il generale Arimondi avuto notizie che Mangascià si era diretto verso il Vogherat si mosse da Antalo per inseguirlo, così pur fece il maggior Toselli; sorpassata la catena di Tagarrà, raggiunse il campo del Ras che lo aveva abbandonato poco prima; lo inseguì ancora, ma si cercò invano di raggiungerlo; allora riunitosi Arimondi col Toselli presero la via di Amba-Alagi.

Dopo questi fatti il Makonnen mandò proposte di pace d'incarico del suo sovrano; ma queste non erano che inganni per guadagnar tempo e per addormentare il governo italiano e il comando dell'Eritrea. Si sapeva invece che Menelik raccoglieva forze poderose, che unite a quelle di Makonnen formavano già un corpo rispettabile di circa cinquantamila uomini.

Mentre questo si preparava nel campo nemico, al comando di Massaua, mancando un servizio di sicure informazioni, nulla si sapeva, e così il governo e il governatore dell'Eritrea, continuarono ad andare innanzi nella convinzione che il Negus non si sarebbe mosso, e che non si trattava di altro che di minaccie. Insomma si credeva ad una eccellente situazione, quando già ingenti masse si riunivano al lago Ascianghi e si facevano allo Scioa gli ultimi preparativi per la gran guerra di esterminio degli italiani.

A confermare il comando nella sua credenza, il 3 dicembre un dispaccio ufficiale annunziava che ras Makonnen aveva chiesto un convegno al generale Barattieri "per trattare la pace". Perfido inganno—che ribadiva nel nostro governo una fallace illusione, il cui risveglio doveva essere fatale e tremendo. E questo risveglio non doveva pur troppo ritardare.

Il giorno 9 dicembre veniva comunicato alla Camera dei deputati un dispaccio del generale Barattieri col quale informava che la colonna Toselli era stata improvvisamente attaccata ed avviluppata ad Amba Alagi da tutto l'Esercito Scioano. Si riteneva che l'ordine mandato dal generale Arimondi di ritirarsi, non gli fosse pervenuto.

Che il generale Arimondi avanzatosi per sostenere il Toselli era arrivato alle ore 16 a mezza strada fra Macallè e l'Amba nella posizione di Aderat; ivi incontrate le colonne nemiche aveva impegnate con esse combattimento ed aveva poi concentrate tutte le sue truppe col massimo ordine a Macallè; che lasciato Macallè fortemente presidiata e munita, si era messo in marcia per Adagamus assieme agli ufficiali Bodrero, Pagella e Bazzani.