Il giorno 8 di gennaio il nemico si avanzava arditamente fino all'angolo morto di due burroni, occupando l'acqua della quale si alimentava il presidio di Macallè; nella notte furono dai nostri respinti due furiosi attacchi.

Le truppe nemiche che muovevano contro per annientarci e ricacciarci al mare eransi andate sempre più ingrossando fino ad arrivare alla cifra di 70,000 fucili, 10 mila lancie, più la cavalleria Galla ed altri piccoli riparti disseminati nelle vicinanze; in tutto oltre centomila combattenti. I nostri non avevano da apporre che circa 8000 soldati bianchi e 11,000 indigeni.

E si noti—che il generale Barattieri aveva previsto che nel novembre e dicembre la colonia sarebbe stata investita da tutta l'oste Tigrina e Scioana; per cui era da prevedersi che i nostri si sarebbero trovati di fronte ad un esercito di circa centomila uomini ben armati, della cui resistenza e valore avevano dato prove.

E allora perchè non si è provveduto a tempo in conformità dei bisogni e delle previsioni pur troppo esattamente avveratesi? Perchè il generale Barattieri che aveva preveduto il formidabile attacco non si preparò per tempo a bravamente respingerlo? Se non si voleva fare un agglomeramento di truppe nella colonia prima del bisogno, perchè non si provvedeva in Italia quanto occorreva per la preparazione di una grossa guerra, onde alla chiamata dei rinforzi a momento opportuno, e che il governo non avrebbe dovuto lesinare, tutto fosse pronto? E preparata bene ed a tempo, non sarebbe stata una utilissima diversione quella di uno sbarco di nostre truppe ad Assab ed una spedizione all'Aussa che avrebbe trovato favore presso i Dancali—come così bene era stata progettata dal generale Pittaluga? Era cosa alla quale bisognava pensarci per tempo, e, presa una decisione, attuarla prima che le nostre poche truppe della colonia fossero impegnate a fondo. Non si può negare; fu grande la imprevidenza e ne fu scontato il fio!

Mentre i nostri a Macallè sostenevano con eroismo giorno e notte furiosi assalti, il Makonnen continuava per incarico del Negus di chiedere la pace; proposte che il Barattieri comunicava al governo. Messaggiero di tali proposte era certo signor Felter persona di fiducia del Barattieri, il quale aveva trasferito il suo quartiere generale ad Adagamus.

Il 17 gennaio il Felter si presentava al Barattieri portatore di un'offerta da parte di Menelik, garante Makonnen—di lasciare uscita libera con armi, munizioni di guerra, bagagli e senza condizioni di sorta le nostre truppe da Macallè per raggiungere Adigrat.

Al Galliano fu dato l'ordine di lasciare il forte—dopo di essersi pienamente assicurato che tutte le garanzie sarebbero state completamente osservate.

Sembrò da prima che questo fosse un fatto da tenersi in conto ed atto a predisporre il governo italiano ad un trattato di pace onorevole per ambo le parti; invece si verificò che la concessione del Negus non era che un'astuzia di guerra; le forze comandate dal Galliano non dovevano essere che un ventaglio aperto per coprire la marcia delle orde Scioane verso Adua e per impedire alle truppe della colonia un attacco di fianco durante la marcia.

Rese libere le truppe del presidio di Macallè il giorno stesso nel quale venne segnalato al comando generale lo spostamento della gran massa dell'esercito nemico, Barattieri ordinava di levare il campo da Adagamus per occupare una posizione atta a mantenere il contatto delle forze della colonia con quelle del nemico; per cui dopo una marcia di 12 giorni, il 13 di febbraio il generale diede ordine di schierare i suoi battaglioni sulle alture di Sauria, dominante la posizione di Mai Gabetà ed Adua occupate dal nemico.

Nella notte del 13 disertavano dal nostro campo le bande di Ras Sebath e di Degiac Agos Tafari di circa 600 fucili—questa diserzione fu il segnale dell'insurrezione nell'Agamè, per cui il Barattieri fu obbligato a pensare di garantire alle nostre truppe la linea di rifornimento; al quale effetto dovette distaccare dalla brigata Arimondi il colonnello Stevani con tre battaglioni, una batteria e due compagnie di indigeni, e nel tempo stesso chiamare da Adi-Ugri a Mai Maret il colonnello Di Boccard con tre battaglioni; per queste disposizioni le forze combattenti rimanevano ridotte a circa 14,000 fucili con 50 cannoni. Si aveva però il vantaggio che la posizione di Sauria era ottima per la difesa, convenientemente fortificata, coi fianchi ben appoggiati e difficilmente aggirabili; infine le nostre truppe, sebbene sensibilmente diminuite di numero, si trovavano in condizione da potere respingere qualsivoglia attacco. Nel frattempo il nemico vista la forte posizione dei nostri dopo di avere per un momento pensato ad attaccarli si dileguava dietro i monti di Genedapla e finiva per ritirarsi nella conca di Adua.