Che ne era avvenuto del generale Dabormida, del colonnello Airaghi, del maggiore De Amicis e di tanti e tanti altri eroi? Nessuno sapeva dirlo!

Il valoroso colonnello Ragni comprese che era a lui ormai serbato un altro grave dovere, quello di dirigere la ritirata. Verso le 19 la colonna sboccò su di un ripiano sul quale si elevava una specie di controforte; il colonnello decise di far quivi l'ultima resistenza per riordinare al riparo di questo ed alla meglio la confusa massa dei superstiti. Il capitano Pavesi coi suoi ufficiali Benito (ferito), Camelli, Caloria, con la loro bella compagnia del 5o indigeni, formarono il nucleo principale della più che ardita difesa; si trovarono e si riunirono i maggiori Prato, Raqueni e De Fonseca; i capitani Paperotti, Guastalla, Liquori, Sciarra, Cicerchia, Voet, Bellavita; i tenenti Matteucci (ferito), Massazza, Angelini, Zonchello, Benetti, Carossini, Donedu (ferito), Bairi, Neri (ferito) ed altri ed altri.

Il nemico vista la tenacia temeraria dei nostri non volle avventurarsi nell'oscurità della notte e cessò dall'inseguimento, per cui la ritirata potè compiersi, ma seminando nei giorni appresso altre ossa lungo tutta la via ben dolorosa, perchè i superstiti furono continuamente assaliti dagli insorti nei paesi che attraversavano.

Nel combattimento d'Adua cadde da eroe, fra tanti e tanti altri, il capitano Leopoldo Elia di Ancona, il prode garibaldino ferito a Mentana, il valoroso soldato dell'esercito alla breccia di Porta Pia. Egli era già stato in Africa colla spedizione di San Marzano quale capitano dei bersaglieri; vi era rimasto per due anni e fu costretto a rimpatriare per grave malattia. Ricuperata la salute lo si tolse dall'arma dei bersaglieri, nella quale aveva fatta tutta la sua carriera, grado a grado, fino a quella di capitano—arma che egli idolatrava!

Fu un colpo assai doloroso per lui—e per mostrare che avevano avuto torto di toglierlo dal corpo suo prediletto, appena si ebbe notizia dell'eroica giornata di Amba-Alagi, non chiamato, offriva volontario i suoi servigi alla patria e ripartiva colla brigata Ellena.

Nella fatale, ma pur gloriosa giornata d'Adua, schierata la sua compagnia sotto un fuoco infernale nemico, nella posizione che doveva tenere e difendere, incuorando i suoi bravi soldati che l'adoravano, dando loro l'esempio, eroicamente combattendo, per più ore sostenne urti tremendi che sempre respingeva; ma infine circondato da migliaia di nemici, senza ritrarsi d'un passo, vendendo cara la vita egli e i suoi bravi che sempre assottigliandosi si stringevano intorno a lui, cadeva ferito per non più rialzarsi. Così finivano quasi tutti della compagnia comandata da Leopoldo Elia, preferendo morire piuttosto che darsi prigionieri.

E un altro valorosissimo lasciava la vita in quella fatale giornata, un carissimo amico dell'Elia che merita di essere ricordato, il capitano Ciro Cesarini di Corinaldo.

Uscito dalla scuola di Modena entrava come sottotenente nel 4o reggimento bersaglieri. Nel 1894 domandò ed ottenne di essere mandato in Africa e venne destinato col grado di tenente alla 2a compagnia cacciatori di guarnigione a Keren.

Dopo pochi mesi venne chiamato alla 3a compagnia del 2o battaglione indigeni comandato dal maggiore Hidalgo—combattè da valoroso per l'espugnazione di Cassala e vi guadagnò la menzione onorevole e per merito fu promosso capitano nella 1a compagnia del 1o battaglione indigeni sotto il comando del maggiore Turitto.

Col suo battaglione prese parte alla battaglia di Debra-Ailà ed all'inseguimento di Ras Mangascià.