Intanto il generale Garibaldi avendo constatato colle ricognizioni del 19, opportunamente ordinate dal Turr, di avere da fare con un nemico che disponeva di molte forze, si preparava per affrontarlo.
Ma, mentre questo avveniva nel campo garibaldino, i borbonici preoccupati della perdita di Caiazzo, determinavano di riprenderlo immediatamente e ad ogni costo.
La mattina del 21 settembre cinque battaglioni di cacciatori regi, due squadroni di cavalleria ed una batteria da campagna, sotto il comando del generale Colonna uscivano da Capua per investire Caiazzo.
Il comandante dell'11o battaglione garibaldino che occupava la posizione avanzata di Monte S. Nicola, avvisava il brigadiere Spangaro di questo movimento; ma era troppo tardi! I rinforzi non potevano arrivare in tempo, solo il colonnello Vacchieri con 600 uomini potè giungere in sussidio dal Cattabeni.
Ma che potevano fare i comandanti garibaldini contro l'enorme superiorità delle forze nemiche? Essi occuparono un bosco di olivi, barricarono le strade di Caiazzo ed attesero di piè fermo il nemico. Si cominciò a combattere fuori le città ma, incalzati da ogni parte, i garibaldini mancanti di artiglieria, oppressi dal numero, abbandonarono la campagna e si ritirarono nella città dietro le barricate, per resistere fino all'estremo. Avveniva allora un fatto atroce; mentre i nostri combattevano alla difesa delle barricate, i reazionari li fucilavano alle spalle dalle case e dai tetti. Ogni resistenza diveniva impossibile, inutile; le barricate erano demolite dal cannone borbonico, i garibaldini assaliti di fronte e alle spalle; il Cattabeni cadeva ferito gravemente mentre incoraggiava alla resistenza; molti altri ufficiali feriti caddero prigionieri; i garibaldini cercarono di salvarsi ritirandosi, ma, incalzati dalla cavalleria, molti rimasero sul terreno, altri si gettarono nel fiume, ove non pochi perdettero la vita, sicchè del battaglione Cattabeni ben pochi rientrarono in Caserta.
Verso la fine di settembre Garibaldi, presentendo che i napoletani, forti di oltre quarantamila uomini, rinchiusi a Capua avrebbero fatto un supremo sforzo per riconquistare Napoli al loro Re, aveva mandato fuori un caldo proclama chiamando i commilitoni a raccolta e chiedendo all'Italia nuovo aiuto d'uomini, pel compimento dei suoi voti di libertà e d'indipendenza.
Alla chiamata di Garibaldi volle rispondere anche l'Elia, che il Prodittatore Depretis aveva mandato a Bologna alle cure del professore Rizzoli; sebbene assai sofferente e impedito di parlare, pur'egli sentì il dovere di non mancare allo appello, tanto più che il tenente Lanari, superstite del battaglione Cattabeni, si offriva di accompagnarlo.
Quando il generale lo vide a Caserta lo accolse con gioia ed amore, rallegrandosi di vedere avverata la sua profezia del 15 maggio a Calatafimi "Coraggio, mio Elia, di queste ferite non si muore" che egli si compiacque di rammentare ai presenti del quartiere generale.
Come Garibaldi aveva previsto i borbonici si preparavano ad una fiera, disperata riscossa.