Il general Mella, comandante della brigata Piemonte mandato in Sicilia sotto gli ordine del Cialdini, sapendo che diversi ufficiali suoi dipendenti erano stati compagni a Garibaldi nelle guerre combattute per l'indipendenza, considerando che questi mal si sarebbero trovati se condotti a combattere contro Garibaldi ed i loro antichi compagni, riuniva gli ufficiali superiori e, intesosi con questi, chiamava a rapporto gli ufficiali subalterni, e faceva loro intendere, che quelli che non si sentissero di combattere contro Garibaldi, potevano chiedere le dimissioni, giacchè l'ufficiale non essendo legato come il soldato, era libero di dimettersi; rammentava ad essi che da ufficiali d'onore avevano l'obbligo di francamente dichiararsi; accordava per ciò mezz'ora di tempo per decidersi.

Gli ufficiali che erano stati compagni a Garibaldi, senza calcolare fin dove poteva arrivare la competenza dei loro superiori, piuttosto che combattere contro Garibaldi, il che avrebbero pur fatto anche a malincuore pur di compiere il loro dovere, in numero di trentadue rassegnarono le loro dimissioni, mai immaginando che ciò facendo il loro onore potesse rimanere intaccato. Le dimissioni furono da ognuno così formulate:

"A termini delle parole del Comandante del Reggimento e del generale, al rapporto del quale gli ufficiali furono chiamati, il sottoscritto domanda le dimissioni".

Gli ufficiali dimissionari in seguito alle dichiarazioni del generale Mella e degli ufficiali superiori del 3o e 4o reggimento, Brigata Piemonte, furono i seguenti:

Capitani: Bennici Giuseppe, Buttinoni Francesco, Burruso Giuseppe, Alessi Antonio, Bonafini Francesco, Pastori Enrico, Bonetti Pietro.—Luogotenenti: Tosti Paolo, Maggioni Ulrico, Bonighi Arnoldo, Armanni Ernesto, Amadesi Alfonso, Bresciani Giuseppe, Nizzori Antonio, Plebani Luigi.—Sottotenenti: Quercioli Egisto, Zanoncelli Michelangelo, Sassi Francesco, Cucchiarelli Levino, Archieri Federico, Lucianetti Lodovico, Rosignoli Francesco, Bergalli Nicolò, Bertone Luigi, Orsoni Emilio, Conti Carlo, Pollina Pietro, Sparacio Giuseppe, Aceto Emidio, Fioravanti Valentino, Sulli Giovanni, Belluzzi Raffaele, De Carli Carlo.

Di questi dimissionari, uno che maggiormente s'era nella campagna precedente distinto, e che corse serio pericolo di essere due volte fucilato fu un carissimo amico di Bixio, un valorosissimo ufficiale e caldo patriota, Giuseppe Bennici; preso con l'armi in pugno dai borbonici alli 21 di maggio 1860 sui Monti di Monreale, come capo squadra dell'insurrezione siciliana, il giorno 27 doveva essere tradotto sul banco dei rei colpevoli di fellonia e di ribellione al Re di Napoli. La condanna a morte era sicura; ma la fortuna volgeva uno sguardo pietoso sulla patria e sul bravo giovane di Piana de' Greci.

All'alba del 27 Garibaldi entrava in Palermo, la sentenza restava sospesa e dopo tre giorni era reso libero cittadino in libera terra. Da quel giorno Giuseppe Bennici giurava affetto eterno e fede costante al liberatore Giuseppe Garibaldi; Bixio lo vide, lo volle con sè e ne fece il suo aiutante.

Dopo quasi due anni nell'agosto del 1862 in Adernò gli veniva ordinato di battersi contro Garibaldi che con la medesima bandiera dei plebisciti marciava alla liberazione di Roma, o, se meglio gli fosse piaciuto, rassegnasse le sue dimissioni. Il giovane non aveva di ricchezza che la sua sciabola, e tutto il suo avvenire era basato nell'intrapresa carriera militare; ma per lui la riconoscenza verso il suo liberatore s'imponeva, e depose le spalline. Incontrato Garibaldi a Catania, si univa a lui ed ai suoi vecchi compagni di Calatafimi e del Volturno. Ad Aspromonte venne fatto prigioniero; trasportato alla Sede del comando del generale Pallavicini, gli si partecipava che sarebbe stato fucilato. Alla mezzanotte, data la muta alla guardia, il capo scorta gli ordinava di seguirlo; gli si fece percorrere tutta la linea degli avamposti e lo si accompagnava al posto, ove doveva essere fucilato, quando sopraggiunse un ufficiale latore di un contr'ordine.

L'indomani sotto buona scorta fu mandato a Scilla, il 31 a Reggio ed il 1 settembre fu trasportato a Messina e rinchiuso nel forte Gonzaga. Il 9 di ottobre era condotto innanzi al tribunale militare, dal quale veniva emanata la seguente sentenza:

NELLA CAUSA