È una sera d'agosto soffocante, burrascosa. La luna, cinta di vapori sanguigni, scende la curva dell'orizzonte; in fondo, verso il nord, spessi lampi fendono in tutti i sensi grandi masse di nuvole accavallate l'una sull'altra come montagne gigantesche. Il tuono romba sinistramente.

Il signor Cesare Favari, capostazione di Y, in maniche di camicia, senza cravatta e col colletto slacciato siede nel suo ufficio, davanti all'apparecchio telegrafico. Fu una cattiva giornata pel signor Cesare, il quale dovette supplire il telegrafista indisposto e non ebbe un momento di riposo. Ora bisogna notare che il signor Cesare è un'ottima persona, ma è un po' facile a turbarsi, a confondersi, sopratutto quando la sua degna consorte, la signora Arpalice, scende dal suo primo piano e viene a intrattenersi con lui. E oggi, per esempio, la signora Arpalice fece un lunghissimo soggiorno in ufficio. Adesso però, grazie al cielo, la signora Arpalice è a letto, e il signor Cesare pensa che potrà raggiungerla, appena siano passati i due treni 44 (proveniente da X ) e 105 (proveniente da Z ). Ma il diavolo ci ha messo la coda.[2] Il treno 44 è in ritardo, ciocchè fa ritardare anche il treno 105 che suole scambiarsi col primo a Z. Sono le 11.

Finalmente la stazione di X dà segni di vita e annunzia telegraficamente la partenza del treno 44.

Quasi nel medesimo tempo giunge da Z un dispaccio di quel capostazione:

Se potete trattenere costì treno 44, spedisco treno 105.

Il signor Cesare si rende conto dell'impazienza dei viaggiatori del treno 105, e da quell'uomo[3] compiacente ch'egli è 30 ritelegrafa subito:

Tratterrò treno 44. Spedite treno 105.

E dalla stazione di Z capita senza indugio un secondo telegramma:

Treno 105 partito.

—Fra pochi minuti saremo in quiete,—osserva il signor Cesare stropicciandosi le mani. Indossa in fretta la giubba, si allaccia il colletto, si rasciuga il sudore ed esce all'aria aperta.