E non si può far nulla, nulla!

Davanti a queste catastrofi repentine manca all'ingegno umano l'elemento ond'egli abbisogna per far valere le sue forze; gli manca il tempo. La fortuna ama coglierlo all'improvviso per soddisfare i suoi capricci spietati.

Sono scomparse l'ultime stelle, cominciano a cader grossi goccioloni di pioggia, il vento raddoppia di violenza, i lampi rischiarano di una luce rossa, sinistra, le due faccie livide, istupidite del capostazione e di Bartolommeo.

Quest'ultimo rientra in ufficio col capo basso, con le braccia penzoloni, agitando indolentemente la lanterna cieca che tiene in mano.

Dal pianerottolo si fa sentir la voce della signora Arpalice che sbigottita dal tempo cattivo chiama:—Cesare! Cesare!

Ma Cesare non risponde.

Egli s'è messo a correre all'impazzata nella direzione di Z. A che pro? Lo sa forse? Ha un'idea netta di ciò che fa?

La pioggia cade a torrenti, il rimbombo del tuono scuote la terra, l'impeto del vento schianta gli alberi, rovescia i pali del telegrafo, ma il signor Cesare non sente nulla, non si cura di nulla. Al guizzo dei lampi la lunga strada s'illumina d'una luce bianca, le guide di ferro scintillano, le pozze d'acqua mandano un barbaglio, le poche abitazioni sparse nella campagna emergono fuggevolmente dalle tenebre, mentre si vedono le alte cime dei pioppi chinarsi fin quasi al suolo e le masse dei carpini agitarsi disordinate.

Il signor Cesare corre, senza arrestarsi mai. Egli procede lungo le rotaie con la vaga speranza che un convoglio straordinario sopraggiunga, lo schiacci, lo annienti. Oh la morte, la suprema liberatrice! Vi sono istanti in cui anche i più codardi l'invocano. Sol ch'ella sapesse risolversi ad arrivare in tempo!

Dei dieci chilometri che dividono la stazione di Y da quella di Z il signor Cesare ne ha già percorso una terza parte. È strano. Ancora non si scorge nessuna traccia del disastro. Eppure, considerate tutte le circostanze di spazio o di tempo, lo scontro avrebbe dovuto succedere a meno di 3 chilometri da Y. Che il signor Cesare fosse vittima di un'illusione, che lo scambio dei telegrammi, che il passaggio del treno non fosse stato che un sogno di fantasia malata? No, no pur troppo. Quei telegrammi egli li ha davanti a sè in caratteri di fuoco, ha sempre negli occhi la visione di quel treno precipitoso, inesorabile, sordo alla sua voce, lugubremente deciso a perire.