E il minore dei fratelli ebbe solamente il gatto.

Quest'ultimo non sapeva darsi pace,[2] per essergli toccata[3] una parte così meschina.

—I miei fratelli,—faceva egli a dire,[4] —potranno tirarsi avanti onestamente, menando vita in comune; ma quanto a me, quando avrò mangiato il mio gatto, e fattomi un manicotto della sua pelle, bisognerà che mi rassegni a morir di fame.—

Il gatto, che sentiva questi discorsi, e faceva finta di non darsene per inteso,[5] gli disse con viso serio e tranquillo:

—Non vi date alla disperazione, padron mio! Voi non dovete far altro che trovarmi un sacco e farmi fare un pajo di stivali per andare nel bosco; e dopo vi farò vedere che nella parte che vi è toccata, non siete stato[6] trattato tanto male quanto forse credete.—

Sebbene il padrone del gatto non pigliasse[7] queste parole per moneta contante, a ogni modo gli aveva visto fare tanti giuochi di destrezza nel prendere i topi, or col mettersi penzoloni, attaccato per i piedi, or col fare il morto,[8] nascosto dentro la farina, che finì coll'aver qualche speranza di trovare in lui un po' di ajuto nelle sue miserie.

Appena il gatto ebbe ciò che voleva, s'infilò bravamente gli stivali, e mettendosi il sacco al collo, prese le corde colle zampe davanti e se ne andò in una conigliera, dove c'erano moltissimi conigli.

Pose dentro al sacco un po' di crusca e della cicerbita: e sdraiandosi per terra come se fosse morto, aspettò che qualche giovine coniglio, ancora novizio dei chiapperelli venisse a ficcarsi nel sacco per la gola di mangiare la roba che c'era dentro.

Appena si fu sdrajato, ebbe subito la grazia. Eccoti[9] un coniglio, giovane d'anni e di giudizio, che entrò dentro al sacco: e il bravo gatto, tirando subito la funicella, lo prese e l'uccise senza pietà nè misericordia.

Tutto glorioso della preda fatta andò dal Re,[10] e chiese di parlargli.