Ma tale politica conviene solamente ad uno stadio peculiare nel progresso della società. Le stesse cagioni che producono la divisione del lavoro nelle arti pacifiche, è mestieri che in fine facciano della guerra una scienza ed un traffico a parte. Arriva il tempo in cui l’uso delle armi comincia ad occupare intieramente l’attenzione d’una classe di uomini. Subito dopo, chiaro si mostra che, i contadini e i borghesi, tuttochè valorosi, non valgono a resistere ai vecchi soldati, i quali spendono tutta la loro vita ad apparecchiarsi pel dì della battaglia, diventano, pel lungo uso, impavidi ai perigli delle armi, e si muovono con la precisione di una macchina. S’intende allora che la difesa delle nazioni non può più essere sanamente affidata a guerrieri tratti dall’aratro per una campagna di quaranta giorni. Se uno stato forma un grande esercito regolare, gli stati limitrofi è forza che ne imitino lo esempio, o si sottomettano al giogo straniero. Ma dove esiste un grande esercito regolare, la monarchia limitata, quale era nel medio evo, non può più esistere. Il sovrano si è già emancipato dal freno che restringeva il suo potere; ed inevitabilmente diventa assoluto, qualvolta non sia soggetto a limitazioni forti, che sarebbero superflue in una società in cui tutti sieno soldati secondo l’occasione, e nessuno permanentemente.
XXII. Con siffatto pericolo vennero anche i mezzi di evitarlo. Nelle monarchie del medio evo, il potere della spada apparteneva al principe, ma il potere della borsa apparteneva alla nazione; e il progresso dell’incivilimento, come rese la spada del principe sempre più formidabile alla nazione, così rese la borsa della nazione sempre più necessaria al principe. Le sue rendite ereditarie non sarebbero più bastate nè anche per le spese del governo civile. Fu all’atto impossibile che, senza un regolare e vasto sistema di tassazione, egli tenesse in continua efficienza un gran corpo di milizie disciplinate. La politica che le assemblee parlamentari di Europa avrebbero dovuto adottare, era quella di afforzarsi fermamente sul loro diritto costituzionale di concedere o rifiutare le imposte, e risolutamente negare la pecunia per mantenere le armate, finchè non si fossero stabilite ampie garanzie contro il dispotismo.
Cotesta saggia politica fu adottata solamente nel nostro paese. Negli stati vicini formaronsi de’ grandi stabilimenti militari, senza creare nuove difese a pro’ della pubblica libertà; e la conseguenza fu questa, che le antiche istituzioni parlamentari si spensero dappertutto. In Francia, dove sempre erano state fiacche, languirono, e finalmente perirono di semplice debolezza. In Ispagna, dove erano state forti quanto in qualunque altro stato d’Europa, combatterono fieramente per la vita e per la morte, ma combatterono troppo tardi. Gli artigiani di Toledo e di Valladolid invano difesero i privilegi delle cortes castigliane contro le legioni de’ veterani di Carlo V. Invano, nella susseguente generazione, i cittadini di Saragozza resistettero a Filippo II, onde difendere la vecchia costituzione d’Aragona. Uno dopo l’altro, i consigli nazionali delle monarchie continentali, consigli che un tempo erano quasi egualmente alteri e potenti che quelli di Westminster, caddero in maggiore impotenza. Se si adunavano, adunavansi unicamente come oggidì si aduna la nostra Convocazione Ecclesiastica, voglio dire per osservanza di alcune forme venerande.
XXIII. In Inghilterra gli eventi ebbero un corso ben differente. Innanzi la fine del secolo decimoquinto, i grandi stabilimenti militari erano indispensabili alla dignità, ed anche alla salvezza delle monarchie Francese e Spagnuola. Se alcuna di queste due potenze si fosse disarmata, sarebbe stata subito dopo costretta a sottomettersi alla dittatura dell’altra. Ma l’Inghilterra, protetta dal mare contro la invasione, e rade volte implicata in imprese guerresche sul continente, non aveva peranche il bisogno di mantenere truppe regolari. I secoli decimosesto e decimosettimo la trovarono ancora priva d’un esercito stanziale. Sul principio del decimosettimo, la scienza politica aveva fatti considerevoli progressi. Le sorti delle cortes spagnuole e degli stati generali di Francia avevano dato un solenne ammonimento ai parlamenti nostri, i quali, comprendendo appieno la natura e la gravità del pericolo, adottarono in tempo opportuno un sistema di tattica, che, dopo una lotta continuata per tre generazioni, finalmente ottenne compiuto successo. Quasi ogni scrittore che ha trattato di quella lotta, si è studiato di mostrare che il suo proprio partito era quello che sforzavasi di serbare inalterata l’antica costituzione. Una legge superiore ad ogni umano sindacato, aveva dichiarato che non vi sarebbero stati mai più governi di quella classe peculiare, che ne’ secoli decimoquarto e decimoquinto erano stati comuni a tutta l’Europa. La questione però non era di vedere se la nostra politica subirebbe un mutamento, ma di trovare di che natura dovesse essere siffatto mutamento. L’introduzione di una forza nuova e potente aveva turbato il vecchio equilibrio, ed aveva trasmutato, l’una dopo l’altra, le monarchie limitate in assolute. Ciò che è seguito negli altri Stati sarebbe senza dubbio seguito nel nostro, se la bilancia non fosse stata rimessa in equilibrio dal gran passaggio che fece il potere dalla Corona al Parlamento. I nostri principi erano pressochè giunti ad avere a’ loro comandi quei mezzi di coercizione che non ebbero mai in poter loro i Plantageneti e i Tudors. Sarebbero inevitabilmente diventati despoti, se nel tempo medesimo non fossero stati posti sotto restrizioni, alle quali nessuno de’ Plantageneti o dei Tudors fu mai sottomesso.
XXIV. E’ sembra certo però, che se non avesse operato alcun’altra cagione diversa dallo cagioni politiche, il secolo decimosettimo non sarebbe trascorso senza un feroce conflitto tra i nostri principi e i loro parlamenti. Ma bene altre cause assai più potenti cooperavano a produrre il medesimo effetto. Mentre il governo de’ Tudors era nel suo maggior vigore, seguì un fatto che ha modificate le sorti di tutte le nazioni cristiane, ed in modo peculiare quelle della Inghilterra. Nel medio evo, due volte lo spirito dell’Europa erasi innalzato contro il dominio di Roma.[3] La prima insurrezione eruppe dalla Francia Meridionale. La energia d’Innocenzo III, lo zelo degli Ordini, pur allora istituiti, da Francesco e da Domenico, e la ferocia de’ Crociati, che il clero aveva lanciati addosso a un popolo pacifico, distrusse le chiese Albigesi. La seconda Riforma ebbe origine in Inghilterra, e si estese alla Boemia. Il Concilio di Costanza, ponendo freno a parecchi disordini ecclesiastici, che erano di scandalo alla Cristianità, e i principi europei, adoperando senza misericordia il ferro e il fuoco contro gli eretici, poterono fermare e rinculare quel movimento. Nè ciò è da reputarsi un gran male. Le simpatíe di un protestante, egli è vero, saranno naturalmente a favore degli Albigesi e dei Lollardi. Nondimeno, un protestante illuminato e temperante inclinerà forse a dubitare che la vittoria degli Albigesi o dei Lollardi avrebbe, nello insieme, promosso la felicità e la virtù del genere umano. Per quanto corrotta fosse la Chiesa di Roma, abbiamo ragione di credere, che se ella fosse stata rovesciata nel duodecimo o anche nel quattordicesimo secolo, il suo posto sarebbe stato occupato da qualche altro sistema anco più corrotto. A quei tempi, nella maggior parte d’Europa era pochissima istruzione, la quale inoltre era ristretta dentro i limiti del solo clero. Un solo in cinquecento uomini laici sapeva intendere un salmo. I libri erano pochi e costavano molto. L’arte della stampa non era per anche inventata. Esemplari della Bibbia, per beltà e chiarezza inferiori a quelli che oggi possono trovarsi in ogni capanna, vendevansi a prezzi che molti de’ preti non potevano pagare. Era impossibile che i laici studiassero da sè le Scritture. È quindi probabile che appena essi avessero scosso un giogo spirituale, se ne sarebbero recato un altro sul collo, e che il potere già esercitato dal clero e dalla Chiesa di Roma sarebbe passato nelle mani d’insegnatori molto più tristi. Il secolo decimosesto, in paragone degli antecedenti, era un’età di luce. Nonostante, anche in quel secolo stesso un numero considerevole di quelli uomini i quali avevano abbandonata la vecchia religione, si traevano dietro al primo che, ispirando loro fiducia, ponevasi a guida, e li trascinava in errori molto più gravi di quelli cui essi avevano rinunciato. Così a Matthias e Kniperdoling, apostoli di lussuria, di ladroneccio e d’assassinio, venne fatto di padroneggiare per qualche tempo parecchie grandi città. In una età più buia tali falsi profeti avrebbero potuto fondare imperi; e la Cristianità avrebbe potuto essere traviata in una crudele e licenziosa superstizione, più nociva non solo del papato, ma dello stesso islamismo.
Circa cento anni dopo il Concilio di Costanza, s’iniziò quel gran fatto che, enfaticamente, chiamarono la Riforma. La pienezza dei tempi era giunta. Il clero non era più oltre il solo e precipuo custode del sapere. La invenzione della stampa aveva armato il braccio degli avversanti la Chiesa d’un’arma di cui difettavano i loro predecessori. Lo studio degli antichi scrittori, il rapido sviluppo delle lingue moderne, l’operosità insolita con che gli intelletti agitavansi in ogni ramo di letteratura, le condizioni politiche dell’Europa, i vizi della Corte Romana, l’esazioni della romana cancelleria, la gelosia con che i laici naturalmente miravano l’opulenza e i privilegi del clero, la gelosia con che gli abitatori d’oltr’Alpe naturalmente guardavano la supremazia dell’Italia; tutte queste cose dettero ai dottori della nuova teologia un vantaggio, ed essi trovarono e intesero perfettamente il modo d’usarne.
Coloro i quali sostengono che la influenza della Chiesa di Roma ne’ tempi barbari fosse, parlando generalmente, benefica alla specie umana, potrebbero, senza taccia della minima incoerenza, considerare la Riforma come una inestimabile ventura. Il freno che sostiene e guida il bambino, riuscirebbe d’impedimento all’uomo già fatto. In simil guisa i mezzi medesimi dai quali la mente umana, in uno stadio del suo progresso, riceve sostegno e movimento, potrebbero, in altro stadio, diventare pretti impedimenti. È un punto nella vita dell’uomo come in quella della società, nel quale la sommissione e la fede, tali che in un periodo posteriore si chiamerebbero con ragione credulità e servaggio, sono qualità benefiche. Il fanciullo che, senza avere la tenera mente turbata dal dubbio, ascolti gli ammonimenti de’ suoi maggiori, verosimilmente farà celeri progressi. Ma l’uomo che ricevesse con fanciullesca docilità ogni asserzione ed ogni domma profferito da un altro uomo che non abbia maggiore sapienza, diventerebbe contennendo. Lo stesso accade della società. La fanciullezza delle nazioni europee era trascorsa sotto la tutela del clero. La preponderanza dell’ordine sacerdotale fu per lunga stagione quella stessa preponderanza che naturalmente e convenevolmente appartiene alla superiorità intellettuale. I preti, malgrado i loro difetti, erano la parte più saggia della società. Egli era, dunque, un bene che venissero rispettati ed obbediti. Le usurpazioni che il potere ecclesiastico fece nel campo del potere civile, produssero più felicità che miseria; mentre il potere ecclesiastico era nelle mani della sola classe che aveva studiata la storia, la filosofia e il diritto pubblico; e mentre il potere civile era nelle mani di capi selvaggi, i quali non sapevano leggere le concessioni e gli editti che essi facevano. Ma succedeva un mutamento. Il sapere gradualmente si venne spandendo fra’ laici. In sul principio del secolo decimosesto, molti di loro in ogni studio intellettuale erano pari ai più illuminati dei loro pastori spirituali. D’allora in poi, quella dominazione che nelle età buie era stata, in onta ai molti abusi, una tutela legittima e salutare, divenne una ingiusta e malefica tirannia.
Dal tempo in cui i barbari rovesciarono lo impero d’occidente, fino al tempo del risorgimento delle lettere, la influenza della Chiesa di Roma era stata generalmente favorevole al sapere, allo incivilimento e al buon governo. Ma negli ultimi tre secoli, suo scopo precipuo era stato quello di impedire il muoversi della mente umana. Per tutta la Cristianità, qualunque progresso nello scibile, nella libertà, nella opulenza, nelle arti della vita, era seguito repugnante la Chiesa, ed in ogni dove è stato sempre in proporzione inversa del potere di quella. Le più leggiadre e fertili provincia d’Europa, sotto il suo giogo, sono cadute nella miseria, nella servitù politica, nel torpore intellettuale; mentre i paesi protestanti, la sterilità e barbarie dei quali un tempo passavano in proverbio, sono stati trasmutati dall’arte e dalla industria in giardini, e possono gloriarsi d’una lunga schiera di eroi, d’uomini di stato, di filosofi e di poeti. Chiunque, sapendo ciò che per natura sono la Italia e la Scozia, e ciò che erano quattro secoli fa, paragonasse la contrada che circonda Roma con quella che circonda Edimburgo, potrebbe formarsi qualche idea intorno alla tendenza della dominazione papale. Il cadere della Spagna, già prima tra tutte le monarchie, nel più turpe abisso della abiezione, e lo inalzarsi della Olanda, a dispetto di molti naturali impedimenti, ad un grado cui non giunse mai una repubblica così piccola, insegnano la medesima verità. Chiunque in Germania passi da un principato cattolico ad uno protestante, in Isvizzera da un cantone cattolico ad un protestante, ed in Irlanda da una contea cattolica ad una protestante, si accorge di essere trapassato da un più basso ad un più alto grado di civiltà. La medesima legge governa i paesi posti oltre l’Atlantico. I protestanti degli Stati Uniti si sono lasciati molto addietro i cattolici romani del Messico, del Perù e del Brasile. I cattolici romani del Basso Canadà rimangono inerti, laddove in tutto il continente che li circonda ferve l’operosità protestante. I Francesi, senza verun dubbio, hanno mostrato tale energia ed intelligenza, che anche allorquando è stata male diretta, ha loro giustamente procacciato il nome di gran popolo. Ma questa eccezione apparente, qualora si consideri bene, varrà a confermare la regola; poichè in nessun paese che si chiami cattolico romano, la Chiesa cattolica ha, pel corso di non poche generazioni, posseduto autorità così poca come in Francia.