Egli è difficile il dire se l’Inghilterra debba più alla religione cattolica romana, che alla riforma. Dell’armonia delle razze e dell’abolizione del villanaggio, va principalmente debitrice alla influenza che il clero nel medio evo esercitava sui laici. Della libertà politica e intellettuale, e di tutti i beni che ne sono derivati, va debitrice alla grande insurrezione de’ laici contro la potestà clericale.

La lotta tra la vecchia e la nuova teologia nella patria nostra fu lunga, e talvolta ne parve dubbioso l’esito. V’erano due estremi partiti, apparecchiati ad operare con violenza o a soffrire con indomita volontà. Framezzavasi ad essi, per un tratto considerevole di tempo, un partito medio; il quale mescolava, molto illogicamente ma naturalmente, le cose apprese dalla balia co’ sermoni de’ moderni evangelisti, e mentre attenevasi con affetto alle vecchie osservanze, detestava gli abusi che ad esse andavano strettamente congiunti. Uomini di tale tempra di mente volentieri obbedivano, e quasi con gratitudine, ai cenni di un esperto capo, che gli esentasse dallo incomodo di giudicare da sè, e dominando con la sua ferma e imperiosa voce il frastuono della controversia, insegnasse loro come dovessero adorare e che credere. E però non è strano che i Tudors riuscissero ad esercitare grande influenza sulle faccende ecclesiastiche; nè è strano che esercitassero quasi sempre la loro influenza, coordinandola ai propri interessi.

Enrico VIII tentò di costituire una Chiesa anglicana, che differisse dalla Chiesa cattolica romana nel solo principio della supremazia. Il suo tentativo ebbe straordinaria fortuna. La vigoria della sua indole, la situazione singolarmente favorevole in cui egli trovavasi rispetto ai potentati stranieri, le immense ricchezze che la spoliazione delle abbadie avevagli poste nelle mani, e il sostegno di quella classe che tuttavia ondeggiava fra due opinioni, lo posero in condizione di sfidare i due partiti estremi, di bruciare come eretici coloro che seguivano le dottrine di Lutero e d’impiccare come traditori coloro che rimanevano fidi all’autorità del papa. Se la sua vita fosse stata più lunga, avrebbe trovato difficile il mantenere un posto assalito con pari furore da tutti coloro che erano zelanti delle nuove opinioni o delle vecchie. I ministri ai quali furono affidate, a nome del suo figlio fanciullo, le regie prerogative, non poterono provarsi di perseverare in una politica cotanto rischiosa; nè Elisabetta potè arrisicarsi a ritornarvi. Era mestieri eleggere fra il risottomettersi alla Chiesa di Roma, o procacciarsi lo aiuto de’ protestanti. Al governo e ai protestanti, una cosa era comune; l’odio della potenza papale. I riformisti inglesi erano ansiosi di spingersi tanto oltre, quanto i loro fratelli sul Continente. Unanimemente dannarono come anticristiani un gran numero di dommi e di cerimonie, cui Enrico erasi ostinatamente attenuto, e che Elisabetta aveva con ripugnanza abbandonati. Molti sentivano una forte avversione anche a cose indifferenti, le quali già formavano parte della politica e del rituale della mistica Babilonia. Il vescovo Hooper, a cagione d’esempio, il quale morì animosamente a Gloucester per la sua religione, ricusò lungo tempo d’indossare le vesti episcopali. Il vescovo Ridley, martire di maggiore rinomanza, distrusse gli antichi altari della sua diocesi, ed ordinò che la Eucaristia venisse ministrata in mezzo alle chiese sopra mense, che i papisti con irreverenza chiamavano mense da ostriche. Il vescovo Jewel disse che il modo di vestirsi del clero era abito da commedia, manto da stolti, reliquia degli Amoriti, e promise di non perdonare a fatica alcuna onde estirpare assurdità così disonorevoli. L’arcivescovo Grindal esitò lungo tempo ad accettare una mitra, a cagione del disgusto con che riguardava quella ch’egli chiamava burattinata della consecrazione. Il vescovo Parkhurst pregava fervidamente perchè la Chiesa d’Inghilterra si proponesse quella di Zurigo come assoluto modello di una comunità cristiana. Il vescovo Ponet opinava che il vocabolo vescovo fosse da lasciarsi ai papisti, e che gli alti ufficiali della Chiesa purificata si dovessero chiamare soprintendenti. Quantunque volte ci facciamo a considerare che nessuno di cotesti prelati apparteneva alla estrema sezione della parte protestante, non può dubitarsi che se l’opinione generale di quella fosse stata seguita, l’opera della riforma sarebbe stata condotta innanzi senza riguardi in Inghilterra, come essa fu in Iscozia.

XXV. Ma, come al governo era mestieri il sostegno de’ protestanti, così ai protestanti faceva d’uopo la protezione del governo. E però entrambi rinunziarono a molte delle loro pretese; si accordarono; e da tale concordia nacque la Chiesa d’Inghilterra.

Alle peculiarità di questa grande istituzione, ed alle forti passioni che ha suscitate negli animi degli amici e de’ nemici suoi, debbono attribuirsi molti de’ più solenni eventi che dopo la riforma seguirono nel nostro paese; nè la storia civile dell’Inghilterra potrebbe oggimai intendersi senza studiarla congiuntamente con la storia della sua politica ecclesiastica.

L’uomo che si pose a capo onde stabilire i patti dell’alleanza che produsse la Chiesa Anglicana, fu Tommaso Cranmer. Egli rappresentava anche le parti le quali in quel tempo avevano mestieri di vicendevole soccorso. Era teologo e insieme uomo di stato. Nel suo carattere di teologo, era pronto a spingersi nella via d’innovare, al pari di ogni riformatore svizzero o scozzese. Nel suo carattere d’uomo di stato, bramava di conservare l’ordinamento che per tante generazioni aveva mirabilmente giovato gl’intenti dei vescovi di Roma, e che poteva sperarsi gioverebbe adesso egualmente i re d’Inghilterra e i loro ministri. Per indole ed intelligenza era mirabilmente temprato ad operare come mediatore. Onestissimo nelle sue professioni, senza scrupoli ne’ negozi, zelante anche per le cose da poco, audace nello speculare, tardo o accomodato ai tempi nell’agire, nemico placabile e tepido amico, era per ogni ragione qualificato ad ordinare i patti di coalizione fra i nemici spirituali e temporali del papismo.

XXVI. Fino ai dì nostri la costituzione, le dottrine e i riti della Chiesa serbano i segni visibili del patto d’onde essa originava. Tiene un punto medio fra la Chiesa di Roma e quella di Ginevra. Le sue confessioni e i suoi discorsi dottrinali, composti dai protestanti, contengono principii di teologia nei quali Calvino e Knox avrebbero appena trovato un solo vocabolo da disapprovare. Le sue preghiere, i suoi rendimenti di grazie, derivati dalle vecchie liturgie, sono quasi tutti tali, che il vescovo Fisher o il cardinal Polo gli avrebbe cordialmente adottati. Un controversista che attribuisse un senso arminiano agli articoli e alle omelie della Chiesa Anglicana, verrebbe dagli uomini sinceri giudicato irragionevole, come un controversista che negasse non esservi nella liturgia di quella la dottrina della rigenerazione battesimale.

La Chiesa di Roma ammetteva che lo episcopato era d’istituzione divina, e che certe grazie soprannaturali d’alto ordine erano state trasmesse, per mezzo della imposizione delle mani, pel corso di cinquanta generazioni, da que’ dodici uomini che ricevettero il loro mandato sopra il monte di Galilea, fino ai vescovi che ragunaronsi in Trento. Grande numero di protestanti, per altra parte, consideravano la prelatura come positivamente illegale, ed erano persuasi trovarsi prescritta nelle pagine della Scrittura una forma differentissima di governo ecclesiastico. I fondatori della Chiesa Anglicana presero una via di mezzo. Ritennero lo episcopato, ma non lo dichiararono istituzione essenziale al bene della società cristiana, o alla efficacia de’ sacramenti. Granmer, a vero dire, confessò chiaramente d’esser convinto che nei tempi primitivi non eravi distinzione tra vescovi e preti, e che la imposizione delle mani non era minimamente necessaria.

Fra i presbiteriani, lo andamento del culto pubblico è in gran parte lasciato all’arbitrio del ministro. Le loro preghiere, però, non sono esattamente identiche in due diverse assemblee di fedeli nel giorno medesimo, o in due diversi giorni nella medesima assemblea. In una parrocchia sono fervide, eloquenti e piene di significanza; in un’altra saranno forse languide o assurde. I sacerdoti della Chiesa cattolica Romana, dall’altra parte, hanno per molte generazioni cantato le medesime confessioni e preghiere antiche, e le medesime nell’India e nella Lituania, nella Irlanda e nel Perù. Gli uffici divini, facendosi in una lingua morta, riescono intelligibili ai soli dotti; e la maggior parte de’ fedeli ragunati vi assistono più presto da spettatori che da uditori. In ciò parimente la Chiesa d’Inghilterra appigliossi ad una via di mezzo. Copiò le formule di preghiera del rito cattolico romano, ma le tradusse in idioma volgare, e invitò la indotta moltitudine a congiungere la sua voce con quella del ministro.

La medesima politica potrebbe osservarsi in ciascuna parte del suo sistema. Ricusando affatto la dottrina della transustanziazione, e dannando come idolatria l’adorazione del pane e del vino sacramentale, volle, con grande disgusto de’ puritani, che i suoi figli ricevessero i ricordi del divino amore, piegando mansueti le loro ginocchia. Smettendo molti ricchi ornamenti che circondavano gli altari dell’antica fede, ritenne tuttavia, con ribrezzo degli spiriti deboli, la veste di candido lino, la quale era simbolo della purità convenevole alla Chiesa, come quella che è la mistica sposa di Cristo. Smettendo mille atti di pantomima che nel culto cattolico romano fanno l’ufficio di parole intelligibili, con grave scandalo di molti rigidi protestanti, segnava del segno della croce il bambino al fonte battesimale. Il cattolico romano mandava le proprie preci ad una schiera di santi, fra’ quali annoveravansi molti uomini di carattere dubbio, e parecchi di carattere odioso. Il puritano ricusava il nome di santo perfino allo apostolo delle genti, e al discepolo amato tanto da Cristo. La Chiesa d’Inghilterra, quantunque non invocasse la intercessione di nessun essere creato, nondimeno predistinse. certi giorni per la commemorazione di alcuni, che avevano fatto e sofferto molto per la fede. Ritenne la confermazione e la ordinazione quali riti edificanti, ma li cancellò dal numero de’ sacramenti. La confessione non fu parte del suo sistema. Non ostante, invitò con gentilezza il moribondo penitente a confessare le proprie colpe ad un teologo, e dette facoltà al ministro di confortare l’anima al gran viaggio, per mezzo d’un’assoluzione, che sembra dettata dallo spirito della vecchia religione. In generale, potrebbe dirsi ch’essa si dirige più all’intelletto, e meno ai sensi ed alla immaginazione, di quello che faccia la Chiesa di Roma; e meno allo intelletto, e più ai sensi ed alla immaginazione, di quello che facciano le Chiese protestanti di Scozia, di Francia e di Svizzera.