XXVII. Nessuna cosa, ad ogni modo, distingueva così manifestamente la Chiesa d’Inghilterra dalle altre chiese, come la relazione che passava fra essa e la monarchia. Il re ne era capo. I confini della autorità di lui, come tale, non erano stabiliti, e veramente non sono stati finora segnati con precisione. Le leggi che dichiaravano la sua supremazia nelle cose ecclesiastiche, erano state dettate rozzamente ed in termini generali. Se, con lo scopo di indagare il vero intendimento di siffatte leggi, ci facciamo ad esaminare gli scritti e le vite di coloro che fondarono la Chiesa inglese, si accresce la nostra perplessità. Imperocchè i fondatori della Chiesa anglicana scrissero ed operarono in tempi d’impetuoso fermento intellettuale, e di azione e reazione perenne. Quindi spesso contradicevansi vicendevolmente, e talvolta contradicevano sè stessi. Che il re fosse, sotto Cristo, solo capo della Chiesa, era dottrina da essi unanimemente professata; ma le loro parole avevano vario significato sulle labbra di vari, e sulle medesime labbra in varie circostanze. Ora attribuivano al sovrano un’autorità che avrebbe satisfatto lo stesso Ildebrando; ora la riducevano a quella che s’erano arrogata molti antichi principi inglesi, che avevano sempre aderito alla Chiesa di Roma. Ciò che Enrico e i suoi fedeli consiglieri intendevano nel vocabolo supremazia, era niente meno che l’assoluta e piena potestà delle chiavi. Il re doveva essere papa del suo regno, vicario di Dio, espositore della verità cattolica, veicolo delle grazie sacramentali. Arrogavasi il diritto di decidere dommaticamente ciò che era dottrina ortodossa e ciò che era eresia, di comporre ed imporre professioni di fede, e di dispensare al popolo la istruzione religiosa. Asseriva, ogni giurisdizione spirituale e temporale derivare da lui solo, ed avere egli solo potestà di conferire il carattere episcopale e ritoglierlo. Ordinò che si apponesse il suo sigillo alle commissioni che nominavano i vescovi, le quali commissioni dovevano esercitare l’ufficio loro finchè piacesse al sovrano. Secondo tale sistema, nel modo con che lo espone Cranmer, il re era il capo spirituale e temporale della nazione, e come tale aveva i suoi luogotenenti. In quella guisa che nominava gli ufficiali civili a tenere i suoi sigilli, a raccogliere le sue entrate e a ministrare la giustizia in nome suo, nominava medesimamente teologi di vari gradi a predicare il vangelo e a conferire i sacramenti. Non era necessaria la imposizione delle mani. Il re—era questa la opinione di Cranmer, esposta con chiarissimi vocaboli—poteva, per virtù dell’autorità derivante da Dio, fare un sacerdote; e il prete così creato non aveva mestieri di nessuna altra ordinazione. Da tali opinioni Cranmer si condusse alle loro legittime conseguenze. Credeva che le sue attribuzioni spirituali, siccome le attribuzioni secolari del cancelliere o del tesoriere, cessassero col cessare dell’autorità nel principe che gliele aveva concedute. E però, allorquando Enrico finì di vivere, lo arcivescovo e i suoi suffraganei formarono nuove commissioni, con potestà di stabilire ed esercitare altre funzioni spirituali fino a che fosse piaciuto al nuovo sovrano ordinare altrimenti. A chi obiettava che la potestà di legare e di sciogliere, affatto distinta dalla potestà temporale, era stata data da Nostro Signore a’ suoi apostoli, i teologi di cotesta scuola risposero, che la potestà di legare e di sciogliere era discesa non al solo clero, ma a tutta la famiglia degli uomini cristiani, e doveva essere esercitata dal supremo magistrato, come rappresentante della società. A chi obiettava, san Paolo avere parlato di certi determinati individui che lo Spirito Santo aveva istituiti sorvegliatori e pastori de’ fedeli, risposero che il re Enrico era quel sorvegliatore e quel pastore il quale era stato eletto dallo Spirito Santo, ed al quale applicavansi le parole di san Paolo.[4]

Coteste alte pretese furono di scandalo ai protestanti ed ai cattolici; scandalo che accrebbesi grandemente allorchè la supremazia che Maria aveva resa al papa, venne nuovamente da Elisabetta annessa alla corona. Pareva cosa mostruosa che una donna fosse il vescovo supremo di una chiesa, nella quale uno degli apostoli aveva inibito che si udisse perfino la voce della donna. Per lo che, la regina reputò necessario di rinunziare espressamente al carattere sacerdotale assunto già da suo padre; il quale carattere, secondo l’opinione di Cranmer, era stato, per divino comandamento, inseparabilmente congiunto alla potestà regia. Allorquando, regnante lei, la professione della fede anglicana venne modificata, il vocabolo supremazia fu interpretato in modo alquanto diverso da quello onde intendevasi comunemente alla corte di Enrico. Cranmer aveva dichiarato, con parole enfatiche, che Dio aveva immediatamente commesso ai principi cristiani l’intera cura di tutti i loro sudditi in ciò che spettava all’amministrazione della parola divina per la cura delle anime, come in ciò che spettava all’amministrazione delle faccende politiche.[5] L’articolo trentesimosettimo di religione, fatto nel regno di Elisabetta, dichiara con parole egualmente enfatiche, che il ministero della parola divina non appartiene ai principi. La regina, nondimeno, esercitava tuttavia sopra la Chiesa un potere visitatorio, vasto ed indefinito. Il Parlamento le aveva affidato l’ufficio di infrenare e punire l’eresia ed ogni specie di abuso ecclesiastico, e le aveva concesso di delegare la sua autorità ai suoi commissari. I vescovi erano poco più che suoi ministri. Più presto che concedere al magistrato civile l’assoluta potestà di nominare i pastori spirituali, la Chiesa di Roma, nel secolo undecimo, aveva posta tutta l’Europa in fiamme. Più presto che concedere al magistrato civile l’assoluta potestà di nomare i pastori spirituali, i ministri della Chiesa di Scozia, ai tempi nostri, rinunciarono a migliaia le loro prebende. La Chiesa d’Inghilterra non patì cosiffatti scrupoli. I suoi prelati erano nominati dalla sola autorità regia; da lei sola i concilii venivano convocati, regolati, prorogati e disciolti. Privi della regia sanzione, i suoi canoni erano nulli. Uno degli articoli della sua fede prescriveva, che senza lo assenso regio nessun concilio poteva legalmente adunarsi. Da tutte le sue sentenze eravi un ultimo appello al sovrano, anche quando la questione era di definire se una opinione dovesse giudicarsi ereticale, o se l’amministrazione di un sacramento fosse stata valida. Nè la chiesa invidiava ai nostri principi questo esteso potere. Da loro aveva ricevuta la esistenza, era stata nudrita nella infanzia, difesa contro le aggressioni dei papisti e dei puritani, protetta contro i parlamenti che non la guardavano di buon occhio, e vendicata dagli assalti de’ dotti, ai quali le tornava duro rispondere. Così la gratitudine, la speranza, il timore, i comuni affetti e le inimicizie comuni, la collegavano al trono. Tutte le sue tradizioni e tendenze erano monarchiche. La lealtà ovvero devozione verso il sovrano divenne un punto d’onore annesso alla professione clericale, una nota speciale che distingueva i preti anglicani dai calvinisti e dai papisti. Entrambi, calvinisti e papisti, per quanto fosse ampia la distanza che nelle altre cose li teneva disgiunti, guardavano con estrema gelosia tutte le usurpazioni che il potere temporale faceva nel campo dello spirituale. Calvinisti e papisti sostenevano che i sudditi potevano equamente sguainare la spada contro i sovrani empi. In Francia, i calvinisti si opposero a Carlo IX; i papisti ad Enrico IV; papisti e calvinisti ad Enrico III. In Iscozia, i calvinisti fecero prigioniera Maria. A settentrione del Trent i papisti presero le armi contro Elisabetta. La Chiesa d’Inghilterra frattanto condannava calvinisti e papisti, ed altamente vantavasi non esservi debito che ella inculcasse con maggiore solennità e costanza, al pari di quello di sommissione ai principi.

XXVIII. L’utile che ricavava la corona da cotesta stretta alleanza con la Chiesa stabilita, era grande; ma non era scevro di danni. Il patto ordinato da Cranmer era stato in prima considerato da un gran numero di protestanti come un disegno inteso a servire due padroni, come un tentativo di congiungere il culto del Signore col culto di Baal. Nei giorni d’Eduardo VI gli scrupoli di questo partito avevano più volte gettate gravi difficoltà nella via del governo. Come Elisabetta ascese al trono, simiglianti difficoltà si accrebbero non poco. La violenza, per legge di natura, genera la violenza. Lo spirito del protestantismo diventò quindi, dopo le crudeltà di Maria, più audace e intollerante che non lo fosse innanzi. Molti che professavano caldamente le nuove opinioni, avevano in quegli infausti giorni cercato asilo nella Svizzera e nella Germania. Erano stati accolti con ospitalità dai loro fratelli nella fede; avevano ascoltati i discorsi dei grandi dottori di Strasburgo, di Zurigo e di Ginevra; e per parecchi anni eransi assuefatti ad un culto più semplice e ad una forma più democratica di governo ecclesiastico, che non ancora s’era veduta in Inghilterra. Costoro ritornarono alle patrie contrade, convinti che la riforma compitasi sotto il re Eduardo, era stata meno indagatrice ed estesa di quello che richiedevano gl’interessi della religione pura. Ma sforzaronsi invano d’ottenere concessioni da Elisabetta. Vero è che il sistema di lei, in ciò che differiva da quello di suo fratello, pareva loro peggiorato. Erano poco inchinevoli a sottomettersi in materia di fede a qual si fosse autorità umana. Di recente, fidenti nel loro modo d’interpretare la Scrittura, erano insorti contro una Chiesa forte per antichità immemorabile e per universale consenso. Avevano adoperati sforzi non comuni d’energia intellettuale a scuotere il giogo di quella splendida ed imperiale superstizione; ed era cosa vana sperare, che, tosto dopo tale emancipazione, si volessero pazientemente sobbarcare ad una nuova tirannia spirituale. Da lungo tempo avvezzi a prostrarsi con la faccia a terra, mentre il sacerdote alzava l’ostia, siccome avanti al cospetto di Dio, avevano imparato a considerare la messa come una cerimonia idolatra. Da lungo tempo avvezzi a considerare il pontefice come successore del principe degli apostoli, come custode delle chiavi del cielo e della terra, avevano imparato a riguardarlo come la belva, l’anticristo, l’uomo del peccato. Non era da sperarsi che s’inducessero a tributare ad una autorità novellamente sorta quella riverenza che avevano negata al Vaticano; che sottoponessero il loro giudicio privato all’autorità d’una chiesa fondata sul giudicio privato soltanto; che avessero timore di dissentire da maestri i quali dissentivano da quella che già era stata la fede universale della cristianità in occidente. È facile immaginare lo sdegno che dovevano provare gli spiriti audaci e indagatori, gloriantisi della libertà novellamente acquistata, come si accorsero che una istituzione giovanissima, la quale aveva sotto gli stessi occhi loro ricevuta forma dalle passioni e dagli interessi d’una corte, cominciava a scimmiottare lo altero contegno di Roma.

XXIX. Dacchè non era modo a convincere uomini siffatti, e’ fu stabilito di perseguitarli. Tale persecuzione produsse in essi i suoi naturali effetti. Erano una setta, e diventarono una fazione. All’odio che sentivano contro la Chiesa, aggiunsero l’odio contro la corona. Questi due sentimenti erano commisti, e invelenivansi vicendevolmente. Le opinioni del puritano intorno alla relazione fra principe e suddito, differivano grandemente da quelle che venivano inculcate nelle omilie. I suoi teologi prediletti lo avevano, e col precetto e con lo esempio, incoraggiato ad opporre resistenza ai tiranni ed ai persecutori. I suoi fratelli calvinisti in Francia, in Olanda, in Iscozia, erano in armi contro principi crudeli e idolatri. Le sue nozioni concernenti il governo dello stato assunsero una tinta consentanea alle sue nozioni concernenti il governo della Chiesa. Parecchi dei sarcasmi che il popolo scagliava contro lo episcopato, potevano, senza molta difficoltà, adattarsi al principato; e molti degli argomenti che adoperavansi a provare che il potere spirituale era meglio collocato in un Sinodo, sembravano condurre alla conclusione, che il potere temporale sarebbe meglio collocato in un Parlamento.

XXX. Così, come il sacerdote della Chiesa stabilita, per interesse, per principio e per passione, era zelante delle regie prerogative, il puritano per passione, per principio e per interesse, era ostile a quelle. Grande era la potenza de’ settarii malcontenti. Trovavansi in ogni ceto, ma erano più numerosi fra il ceto mercantile delle città, e fra i piccoli possidenti delle campagne. Regnante Elisabetta, cominciarono a mandare il maggior numero de’ deputati alla Camera de’ Comuni. E non è dubbio, che se i nostri antenati fossero stati allora liberi di porre tutta la loro attenzione sopra le questioni interne, il conflitto tra la corona e il Parlamento sarebbe subito scoppiato. Ma non era quella la stagione atta ai domestici dissidi. Veramente, potrebbe dubitarsi se la fermissima colleganza di tutti gli ordini dello stato fosse la cagione di frustrare il pericolo che li minacciava tutti. L’Europa cattolica e la Europa riformata pugnavano per la vita o la morte. La Francia, dilacerata dalle lotte intestine, da qualche tempo non contava più nulla nella Cristianità. Il governo inglese era a capo degl’interessi protestanti; e mentre in casa propria perseguitava i presbiteriani, concedeva valida protezione alle chiese presbiteriane negli stati stranieri. Capo del partito opposto era il più potente principe di quell’epoca, il quale imperava sopra la Spagna, il Portogallo, la Italia, i Paesi Bassi, le Indie orientali ed occidentali; le cui armi più volte si spinsero fino a Parigi, e le cui flotte tenevano in paura le coste di Devonshire e di Sussex. E’ parve per lungo tempo cosa probabile che gl’Inglesi avessero a combattere disperatamente sopra il suolo inglese, a difendere la religione e indipendenza loro. Nè si tennero un istante mai liberi dalla paura di qualche gran tradimento in casa; perocchè in quei giorni era diventato punto di coscienza e d’onore per molti uomini d’indole generosa il sacrificare la patria alla religione. Una serie di congiure di continuo ordite dai cattolici romani contro la vita della regina e la esistenza della nazione, teneva la società in perenne trepidazione. Qualunque si fossero gli errori di Elisabetta, era pur manifesto che le sorti del regno e di tutte le chiese riformate pendevano dalla sicurtà della sua persona e dal prospero successo della sua amministrazione. Era, dunque, precipuo dovere d’ogni cittadino e d’ogni protestante rinvigorirle il braccio: dovere che fu bene osservato. I puritani, anche dal fondo delle prigioni dove essa gli aveva sepolti, pregavano con fervore non finto, perchè la ribellione le cadesse doma ai piedi, e le sue armi fossero vittoriose per mare e per terra. Uno de’ più testardi della testarda setta, appena il carnefice gli aveva mozza una mano a punirlo d’un delitto al quale era stato spinto dal suo stemperato zelo, scuotendo con l’altra mano il cappello, esclamò: «Dio salvi la regina!» Il sentimento che cotesta genia di uomini provavano per lei passò ai loro posteri. I non-conformisti, per quanto rigorosamente li avesse trattati, hanno, come corporazione, sempre venerata la memoria di lei.[6]

Quindi, per tutto quasi il tempo che ella regnò, i puritani nella Camera de’ Comuni, quantunque s’ammutinassero talvolta, non erano inchinevoli ad ordinarsi in opposizione sistematica contro il governo. Ma allorchè la sconfitta dell’Armada, la vittoriosa resistenza delle Province Unite alla dominazione spagnuola, il consolidamento di Enrico IV sopra il trono di Francia, e la morte di Filippo II ebbero resi sicuri lo Stato e la Chiesa contro ogni pericolo esterno, scoppiò subito nello interno un ostinato conflitto, che durò per parecchie generazioni.

XXXI. Nel parlamento del 1601, quella opposizione la quale per quaranta anni erasi sordamente raccolta e afforzata, combattè la sua prima grande battaglia, e riportò la sua prima vittoria. Il campo era bene scelto. La suprema direzione della politica commerciale era stata sempre affidata ai sovrani inglesi. Era loro prerogativa indisputata quella di regolare la moneta, i pesi e le misure, e di stabilire le fiere, i mercati e i porti. La linea che limitava la loro autorità in fatto di commercio, era stata, secondo il costume, descritta confusamente. Essi quindi, secondo il costume, facevano usurpazioni nel terreno che per diritto apparteneva al corpo legislativo. Le usurpazioni furono, secondo il costume, tollerate con pazienza fino a tanto che divennero gravissime. Finalmente, la regina arbitrò di concedere a centinaia patenti di monopolio. Non eravi quasi famiglia in tutto il regno, la quale non sentisse il peso dell’oppressione e delle estorsioni che originavano naturalmente da cosiffatto abuso. Ferro, olio, aceto, carbone, salnitro, piombo, amido, lana filata, pelli, cuoi, vetri, bisognava comperarli a prezzi esorbitanti. La Camera de’ Comuni ragunandosi, si mostrò in collera e determinata ad operare. Invano una minoranza cortigiana biasimò il presidente di tollerare che gli atti della Regina venissero posti in discussione. Il linguaggio de’ malcontenti era alto e minaccioso, e vi faceva eco la voce della intera nazione. Il cocchio del primo ministro della corona venne circondato dal popolaccio sdegnato, il quale malediceva a’ monopolii, e gridava non doversi patire che le regie prerogative violassero le libertà della Inghilterra. E’ parve per un istante temersi che il lungo e glorioso regno di Elisabetta avrebbe una fine vergognosa e sciagurata. Ella, nondimeno, con giudizio e contegno mirabili, evitò la contesa, si pose a capo del partito riformista, riparò agli aggravi, rese grazie ai Comuni con dignitose e commoventi parole per la loro tenera sollecitudine verso il bene pubblico, riguadagnò il cuore del popolo, e lasciò a’ suoi successori un memorabile esempio del come un sovrano debba governarsi nelle pubbliche commozioni qualvolta gli manchino i mezzi di vincerle.

XXXII. La grande Regina moriva nel 1603. Quest’anno, per molte ragioni, forma una delle più importanti epoche nella nostra storia. E’ fu allora che la Irlanda e la Scozia divennero parti del medesimo impero insieme con la Inghilterra. Entrambe, Scozia ed Irlanda, a dir vero, erano state soggiogate dai Plantageneti, ma nè l’una nè l’altra erasi sobbarcata con pazienza al giogo. La Scozia aveva con eroico valore rivendicata la propria indipendenza; era stata, fino dal tempo di Roberto Bruce, un regno separato; ed ora veniva congiunta alla parte meridionale dell’isola con un modo che gratificava, anzi che ferire, il suo orgoglio nazionale.

La Irlanda, dai tempi d’Enrico II in poi, non aveva potuto espellere gl’invasori stranieri; ma aveva lungamente e strenuamente lottato contro essi. Nel corso de’ secoli decimoquarto e decimoquinto, la potenza inglese in quell’isola era venuta sempre decadendo, e nei giorni di Enrico VII era caduta in fondo. I dominii inglesi di quel principe erano solo le contee di Dublino e di Louth, qualche parte di Meath e di Kildare, e pochi porti di mare lungo la costiera. Un vasto tratto di Leinster non era per anche diviso in contee. Munster, Ulster e Connaught, erano governate da principotti o celti, o degeneri normanni che avevano dimenticata la origine propria, e adottato lo idioma e i costumi celtici. Ma nel secolo decimosesto, la potenza inglese vi aveva fatto grandi progressi. I semi-selvaggi capi che reggevano le contrade non sottoposte, avevano ceduto, l’uno dopo l’altro, ai luogotenenti de’ Tudors. Alla perfine, pochi giorni avanti la morte d’Elisabetta, la conquista, che era stata quattrocento e più anni prima iniziata da Strongbow, fu compita da Mountjoy. Di poco Giacomo I era asceso al trono, allorchè O’Donnell ed O’Neil, ultimi fra quelli che avevano tenuto il grado di principi indipendenti, condotti a Whitehall, gli baciarono la mano. D’allora in poi, i suoi decreti valevano, e i suoi giudici tenevano corti in ogni parte d’Irlanda, e le leggi inglesi prevalsero alle consuetudini con che reggevansi le tribù aborigene.

Per estensione, la Scozia e la Irlanda erano pressochè uguali, e, congiunte, pareggiavano quasi l’Inghilterra; ma meno di essa popolate, le rimanevano lungo tratto inferiori per civiltà ed opulenza. La Scozia era stata impedita di raggiungerla dalla natia sterilità del suolo; e la Irlanda, fra mezzo alla luce della Europa risorta, giaceva tuttavia sotto la tenebra del medio evo.