La popolazione della Scozia, tranne le tribù celtiche che erano sparse nelle Ebridi e su per le regioni montuose delle contee settentrionali, aveva comune il sangue con la popolazione dell’Inghilterra, e parlava una lingua che non differiva dalla purissima favella inglese più che i dialetti delle contee di Somerset e di Lancaster non differiscono l’uno dall’altro. In Irlanda, all’incontro, la popolazione, salvo la piccola colonia inglese presso la costa, era celtica, e serbava tuttavia l’idioma e i costumi celtici.
Per naturale coraggio ed intelligenza, ambedue le nazioni che incorporavansi all’Inghilterra, erano degne di considerazione. Per perseveranza, impero di sè, preveggenza, e per tutti i pregii necessari a bene condurre la vita, gli Scozzesi non sono mai stati vinti da nessun altro popolo. Gl’Irlandesi, dall’altro canto, erano predistinti da quelle qualità che tendono a rendere gli uomini interessanti, più presto che avventurati. Erano razza ardente ed impetuosa, facile a trascorrere alle lacrime o al riso, al furore o allo affetto. Sola tra tutte le nazioni della Europa settentrionale, aveva la irritabilità, la vivacità, il pendio naturale per la mimica e la rettorica; qualità ingenite nei popoli de’ lidi del mediterraneo. Per cultura intellettuale, la Scozia era incontrastabilmente superiore. Tuttochè quel regno fosse il più povero in tutta la cristianità, gareggiava, nonostante, in ogni ramo di scibile con le più fortunate regioni. Gli Scozzesi, de’ quali le abitazioni e i cibi erano meschini al pari di quelli degl’Irlandesi de’ giorni nostri, scrivevano versi latini con maggiore squisitezza che non ne mostra il Vida, e nelle scienze facevano scoperte che avrebbero accresciuta la rinomanza di Galileo. La Irlanda non poteva gloriarsi di un Bucanano o d’un Napier. Il genio, di che i loro abitanti aborigeni erano largamente dotati, mostravasi, come fa tuttavia, nelle ballate; le quali, comunque selvagge e rozze, parvero all’occhio giudizioso di Spenser contenere vene di puro oro poetico.
La Scozia, diventando parte della monarchia britannica, serbò tutta la sua dignità. Dopo d’avere per molte generazioni coraggiosamente sostenuto lo scontro delle armi inglesi, veniva adesso congiunta alla sua più forte vicina con patti onorevolissimi. Ella dava un re in vece di riceverlo. Serbava intatte la costituzione e le leggi proprie. I tribunali e i parlamenti rimanevano affatto indipendenti dai tribunali o dai parlamenti che sedevano in Westminster. L’amministrazione della Scozia era affidata a mani scozzesi; perocchè nessuno inglese aveva cagione di emigrare verso settentrione, e contendere alla più astuta e pertinace di tutte le razze quel poco che vi era da raspare nel più povero de’ tesori. Frattanto, gli avventurieri scozzesi calavano giù verso le regioni meridionali, ed ottenevano in tutte le vie della vita una prosperità che eccitava la invidia, comunque, per lo più, altro non fosse che giusto rimerito alla prudenza e alla industria. Nulladimeno, la Scozia non potè in guisa nessuna sottrarsi al destino inevitabile ad ogni stato che si annette ma non s’incorpora con un altro stato ricco di maggiori mezzi. Quantunque fosse regno indipendente di nome, essa venne, per cento e più anni, veramente trattata per molti rispetti come provincia soggetta.
L’Irlanda fu governata come terra conquistata con le armi. Le sue rozze istituzioni nazionali erano spente. I coloni inglesi, sottostando alla dittatura della madre patria, senza lo aiuto della quale non potevano esistere, si rifacevano calpestando le popolazioni fra le quali vivevano. Il parlamento che ragunavasi in Dublino, non poteva adottare una legge senza che fosse stata innanzi approvata dal consiglio privato di Londra. L’autorità del corpo legislativo inglese estendevasi sopra la Irlanda. L’amministrazione esecutiva era affidata ad uomini inglesi, che venivano considerati come stranieri, ed anche come nemici, dalla popolazione celtica.
Ci rimane a notare la cagione che più d’ogni altra ha rese le sorti dell’Irlanda cotanto diverse da quelle della Scozia. La Scozia era protestante. In nessuna contrada d’Europa il moto popolare contro la Chiesa romana era stato così rapido e violento. I riformatori avevano vinta, deposta dal trono e imprigionata la loro sovrana idolatra. Non vollero nè anche accettare una concordia simile a quella ch’era seguita in Inghilterra. Avevano stabilito la dottrina, la disciplina e il culto di Calvino; e facevano poca distinzione tra il papato e la prelatura, fra la messa e il libro della preghiera comune. Sventuratamente per la Scozia, il principe che essa mandò per governare un’eredità più bella, era stato tanto molestato dalla pertinacia con che i teologi avevano predicato contro lui i privilegi del sinodo e del pulpito, ch’egli detestava la politica ecclesiastica alla quale la nazione era affezionata, odiavala di quanto odio poteva essere capace la sua indole effeminata; ed appena asceso sul trono inglese, cominciò a mostrare intollerantissimo zelo per il governo e il rituale della Chiesa anglicana.
Gl’Irlandesi erano il solo popolo nella Europa settentrionale che fosse rimasto fido alla vecchia religione. Lo che è da attribuirsi in parte a ciò, che essi in cultura rimanevano addietro di parecchi secoli ai loro vicini. Ma altre cagioni vi avevano cooperato. La riforma era stata una rivoluzione politica e morale. Non erano solo insorti i laici contro il clero, ma tutte le schiatte della gran razza germanica contro la dominazione straniera. È fatto significantissimo, che nessuna gran massa di popolo la lingua del quale non sia teutonica, s’è giammai volta al protestantismo; e che dove si parla un idioma derivato da quello dell’antica Roma, la religione della Roma moderna fin oggi prevale. Il patriottismo degl’Irlandesi aveva preso un cammino peculiare. Lo scopo de’ loro rancori non era Roma, ma l’Inghilterra; ed avevano ragioni speciali per abborrire quei sovrani inglesi che erano stati capi di quel grande scisma, Enrico VIII ed Elisabetta. Mentre ferveva la lotta che due generazioni di principi Milesii tennero viva contro i Tudors, lo entusiasmo religioso e l’entusiasmo nazionale si confusero inseparabilmente negli animi della razza vinta. La nuova contesa fra protestanti e papisti riaccese la vecchia contesa tra Sassoni e Celti. Gl’Inglesi vincitori, frattanto, trascuravano ogni mezzo legittimo di conversione. Non si davano pensiero di provvedere la vinta nazione d’istitutori capaci di farsi intendere. Non fu fatta una versione della Bibbia in lingua ersa. Il governo fu pago di stabilire una vasta gerarchia di arcivescovi, vescovi e rettori protestanti, i quali non facevano nulla, e per non far nulla erano pagati con le spoglie d’una Chiesa amata e riverita dalla più parte del popolo.
Le condizioni della Scozia e della Irlanda erano tali da svegliare il timore nel petto d’un preveggente uomo di stato. Nondimeno, eravi apparenza di tranquillità. Per la prima volta tutte le isole britanniche trovavansi unite pacificamente sotto un solo scettro.
E’ sembrerebbe che la importanza dell’Inghilterra fra gli stati Europei avesse dovuto da quell’epoca in poi accrescersi grandemente. Il territorio governato dal nuovo re, era per estensione doppio di quello che ad Elisabetta era toccato in retaggio. Il suo impero era in sè stesso il più compiuto e il più sicuro da ogni possibile aggressione. Ai Plantageneti e ai Tudors era stato mestieri più volte difendersi contro la Scozia, mentre erano implicati nelle guerre continentali. Il lungo conflitto in Irlanda aveva consunti tutti i loro mezzi. Nulladimeno, anche sotto tali svantaggi, que’ sovrani eransi acquistata alta riputazione per tutta la cristianità. Era, dunque, bene ragionevole lo sperare che la Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda, congiunte, avrebbero formato uno stato a nessuno secondo fra quei che allora esistevano.
XXXIII. Tutte coteste speranze divennero stranamente illusorie. Nel giorno in cui Giacomo I ascese al trono, la patria nostra discese giù dal grado ch’essa fino allora aveva tenuto, e cominciò ad essere considerata come potenza appena di secondo ordine. Per molti anni la gran monarchia inglese, sotto quattro principi successivi della casa degli Stuardi, fu nel sistema europeo membro appena più importante di quello che per innanzi era stato il piccolo regno di Scozia. Il che, nondimeno, deve essere cagione di poca doglianza. Può dirsi di Giacomo I, come di Giovanni, che se la sua amministrazione fosse stata savia e splendida, sarebbe riuscita probabilmente fatale al nostro paese, e che noi dobbiamo più alla sua indole debole e meschina che alla sapienza e al coraggio di assai migliori sovrani. Egli ascese al trono in un momento critico. Avvicinavasi rapido il tempo in cui o il re doveva diventare assoluto, o il parlamento doveva infrenare il potere esecutivo. Se egli fosse stato come Enrico IV, come Maurizio di Nassau o come Gustavo Adolfo, un principe strenuo, politico, operoso; se egli si fosse posto a capo de’ protestanti dell’Europa, se avesse riportate grandi vittorie contro Tilly e Spinola, se avesse adornato Westminster con le spoglie de’ monasteri bavari e delle cattedrali fiamminghe, se egli avesse appeso alle mura di San Paolo i vinti vessilli d’Austria e di Castiglia, s’egli si fosse trovato, dopo memorande gesta, a capo di cinquanta mila soldati valorosi, bene disciplinati e devoti alla sua persona; il Parlamento inglese altro non sarebbe diventato che un nome vano. Avventuratamente, egli non era uomo da sostenere tanta parte. Iniziò la sua amministrazione ponendo fine alla guerra che da anni molti ardeva tra la Spagna e l’Inghilterra; e sino da quel tempo schivò le ostilità con tale cautela, da sostenere pazientemente gl’insulti de’ suoi vicini e i clamori de’ suoi sudditi. Fino all’ultimo anno della sua vita, la influenza del suo figlio, del suo favorito, del suo parlamento e del suo popolo, non valse ad indurlo a menare un debole colpo in difesa della sua famiglia e della sua religione. E’ fu bene per i suoi sudditi, ch’egli in siffatto modo non compiesse i loro desiderii. Lo effetto della sua politica di pace, fu che in un tempo in cui bisogno non v’era di milizie regolari, e mentre la Francia, la Spagna, la Italia, il Belgio e la Germania brulicavano di soldati mercenari, la difesa dell’isola nostra venisse tuttavia affidata alla guardia cittadina.
XXXIV. Dacchè il Re non aveva esercito stanziale, e nè anche si provava di formarne, sarebbe stato prudente consiglio lo scansare ogni conflitto col suo popolo. Ma fu tale la sua stoltezza, che mentre trascurava affatto i soli mezzi che lo potessero rendere assoluto, produceva di continuo, nella forma più offensiva, pretese, nessuna delle quali i suoi predecessori avevano mai sognato di produrre. E’ fu in quel tempo che primamente apparvero quelle strane dottrine che Filmer poscia ordinava a sistema, e che divennero la insegna della più violenta classe dei Tory e dell’alto clero. Sostenevano solennemente, che l’Essere Supremo impartiva alla monarchia ereditaria, come opposta ad ogni altra forma di governo, peculiare favore; che la regola di successione in ordine di primogenitura era una istituzione divina, anteriore a Cristo ed anche a Moisè; che nessuna potestà umana, nè anche quella della intera legislatura, nessuna lunga durata di possesso, fosse anco di dieci secoli, poteva privare de’ suoi diritti il principe legittimo; che la sua autorità era necessariamente dispotica; che le leggi le quali in Inghilterra ed altrove limitavano la regia prerogativa, dovevano considerarsi come semplici concessioni fatte liberamente dal sovrano, che ei poteva ad arbitrio ritogliere; e che ogni trattato che facesse il sovrano col suo popolo era una pretta dichiarazione delle sue intenzioni presentì, non un contratto che l’obbligasse a mantenerle. È cosa evidente, che questa teorica, comecchè intesa a rafforzare le fondamenta del governo, le indebolisce affatto. La divina ed immutabile legge della primogenitura, ammetteva ella o escludeva le femmine? In ambedue le ipotesi, era mestieri che i sovrani d’Europa fossero usurpatori, regnanti in onta ai comandamenti del Cielo, e potessero venire giustamente spossessati dagli eredi legittimi. Tali assurde dottrine non erano afforzate dall’autorità del Testamento Vecchio, perocchè in esso leggiamo il popolo eletto avere ricevuto biasimo e pena per aver desiderato un re, e essergli poi stato ingiunto di non obbedire a quel re. Tutta la storia di quello, lungi dal convalidare la idea che la primogenitura fosse d’istituzione divina, parrebbe più presto indicare che i fratelli minori sono sotto la speciale protezione del Cielo. Isacco non era il primogenito d’Abramo, nè Giacobbe lo era d’Isacco, nè Giuda di Giacobbe, nè David di lesse, nè Salomone di David. Vero è che l’ordine d’anzianità tra i figliuoli è rade volte osservato strettamente nei paesi dove costumasi la poligamia. Il sistema di Filmer non poteva nè anche appoggiarsi a que’ luoghi del Nuovo Testamento, ne’ quali il governo è rappresentato come ordinanza di Dio; perocchè il governo sotto il quale vivevano gli scrittori del Nuovo Testamento, non era monarchia ereditaria. Gl’imperatori romani erano magistrati repubblicani, eletti dal senato. Nessuno di loro pretendeva d’imperare per diritto di nascita; e difatti Tiberio, al quale Cristo ordinò doversi pagare il tributo, e Nerone al quale Paolo comandò che obbedissero i Romani, erano, secondo la teorica patriarcale di governo, usurpatori. Nel medio evo, la dottrina del diritto ereditario imprescrittibile sarebbe stata considerata eretica, come quella che era incompatibile con le alte pretese della Chiesa di Roma. Era parimente dottrina sconosciuta ai fondatori della Chiesa anglicana. La omilia intorno alla ribellione premeditata, aveva fortemente e, per vero dire, troppo fortemente inculcata la sottomissione alla autorità costituita; ma non aveva fatta nessuna distinzione tra monarchia elettiva ed ereditaria, o tra monarchia e repubblica. Veramente, la maggior parte dei predecessori di Giacomo avrebbero, per ragioni personali, considerata con avversione la teoria patriarcale di governo. Guglielmo Rufo, Enrico I, Stefano, Giovanni, Enrico IV, Enrico V, Enrico VI, Riccardo III, Enrico VII avevano tutti regnato in onta alla stretta regola di discendenza. Un dubbio gravissimo pesava sopra la legittimità di Maria e d’Elisabetta. Era impossibile che Caterina d’Aragona ed Anna Bolena fossero ambedue legalmente maritate ad Enrico VIII; e la più alta autorità del reame aveva sentenziato che nessuna di esse lo era. I Tudors, lungi dal considerare la legge di successione come istituzione divina ed immutabile, la modificarono spesso. Enrico VIII ottenne dal Parlamento un atto con che acquistava la potestà di disporre della corona per testamento, e difatti testò in pregiudicio della famiglia reale di Scozia. Eduardo VI, senza lo assenso del parlamento, arrogossi una somigliante potestà: di che lo approvarono i più illustri riformisti. Elisabetta, convinta che i propri diritti soggiacevano a gravi obiezioni, e non volendo ammettere nè anche un diritto di riversibilità nella regina degli Scozzesi sua rivale e nemica, indusse il Parlamento a fare una legge, nella quale ordinavasi che chiunque negasse la competenza del sovrano regnante, col consentimento degli Stati del regno, a variare la successione, verrebbe punito di morte come traditore. Ma le condizioni in cui Giacomo trovavasi, erano assai diverse da quelle in cui era stata Elisabetta. Molto inferiore ad essa e per ingegno e per popolarità, considerato dagli Inglesi come straniero, ed escluso dal trono per virtù del testamento di Enrico VIII, il re degli Scozzesi era nondimeno lo erede indubitabile di Guglielmo il Conquistatore e di Egberto. Aveva quindi manifesto interesse ad inculcare la dottrina superstiziosa, che la nascita conferisce diritti superiori alla legge e inalterabili dalla legge. Oltredichè, era dottrina consona alla tempra dello intelletto e all’indole di lui: però trovò tosto molti difensori fra coloro che ambivano il favore del principe, e fece rapidi progressi fra il clero della Chiesa stabilita.