Così, nel momento medesimo in cui cominciava a manifestarsi vigoroso nel Parlamento e nel paese lo spirito repubblicano, le pretese del monarca assunsero una forma mostruosa, che avrebbe disgustato il più superbo ed arbitrario de’ principi che lo avevano preceduto sul trono.

Giacomo vantavasi sempre della sua perizia in quella ch’egli chiamava arte di regno; e nondimeno, riesce quasi impossibile immaginare una condotta che al pari della sua fosse direttamente opposta a tutte le regole dell’arte di regnare. È stata sempre politica de’ principi savi il travestire gli atti vigorosi con forme popolari. In questa guisa Augusto e Napoleone stabilirono le loro monarchie assolute, mentre il popolo li considerava come semplici cittadini rivestiti di magistrature temporanee. La politica di Giacomo procedeva tutta al rovescio. Provocava la rabbia e la paura del suo Parlamento, dicendogli sempre che i rappresentanti della nazione potevano esercitare i propri privilegi finchè egli volesse, e che non ispettava loro di discutere intorno a ciò ch’egli potesse legalmente fare, come non avevano diritto alcuno di discutere sulla legalità delle azioni di Dio. Nulladimeno, egli piegavasi innanzi al Parlamento, abbandonava i suoi ministri, l’uno dopo l’altro, alla vendetta di quello, e pativa d’essere trascinato ad atti direttamente ripugnanti alle sue più forti tendenze. Così crebbero insieme lo sdegno eccitato dalle sue pretese, e lo scherno provocato dalle sue concessioni. L’affetto che egli portava a indegni favoriti, e la sanzione ch’ei dava alla tirannia e rapacità loro, tenevano perpetuamente vivi i malumori. La codardia, la pedanteria, la fanciullaggine sue, la sgarbatezza della persona e de’ modi suoi, il suo accento provinciale, lo facevano segno al pubblico dileggio. Anco nelle sue virtù e nelle sue doti era alcun che di affatto sconvenevole ad un re. Così, in tutto il corso del suo regno, venne sempre più scemando la riverenza tradizionale che il trono ispirava al popolo. Per duecento anni, tutti i sovrani che avevano governata la Inghilterra, tranne lo sventurato Enrico VI, erano stati uomini d’animo forte, di spirito altero e di contegno principesco. Quasi tutti avevano mostrata non ordinaria destrezza. Però non fu cosa di lieve momento, che nella vigilia della lotta decisiva tra i nostri re e i loro parlamenti, la sovranità si mostrasse balbettante, spargendo lacrime imbelli, e tremando innanzi ad una spada sguainata, e parlando or la favella del buffone, ora quella del pedagogo.

XXXV. Frattanto le dissensioni religiose, che fino dai giorni di Eduardo VI avevano affaccendate le fazioni protestanti, erano divenute quanto mai formidabili. Lo intervallo che aveva divisa la prima generazione de’ protestanti da Cranmer e Jewel, era ben corto in paragone di quello che separò la terza generazione dei puritani da Laud ed Hammond. Mentre la rimembranza delle crudeltà di Maria era ancor fresca; mentre la forza del partito cattolico tuttavia ispirava timore; mentre Spagna, serbando ancora la sua preponderanza, aspirava alla dominazione universale; tutte le sètte riformate conoscevano d’avere un interesse comune, ed un comune e mortale nemico. Lo aborrimento vicendevole che sentivano, era lieve in agguaglio di quello che provavano contro Roma. Conformisti e non-conformisti eransi cordialmente congiunti nel fare severissime leggi penali contro i papisti. Ma poichè cinquanta e più anni di indisturbato possesso ebbero resa alla Chiesa stabilita la fiducia in sè; poichè nove decimi della nazione erano divenuti protestanti sinceri; poichè la Inghilterra essendo in pace con tutto il mondo, non eravi più pericolo che il papismo venisse imposto alla nazione dalle armi straniere; ed erano spenti gli ultimi confessori i quali stettero intrepidi innanzi a Bonner; i sentimenti del clero anglicano cangiaronsi. Mitigavasi considerevolmente la loro ostilità contro la dottrina e disciplina cattolica romana, mentre dall’altro canto si accresceva quotidianamente la loro avversione contro i puritani. Le controversie che avevano fin da principio scisso il partito protestante, presero una forma tale, da togliere ogni speranza di riconciliazione; e nuove controversie di assai maggiore importanza si aggiunsero alle vecchie cagioni di dissenso.

I fondatori della Chiesa anglicana avevano ritenuto l’episcopato come un ordinamento di politica ecclesiastica antica, venerabile e convenevole; ma non avevano dichiarato che quella dignità nel governo della Chiesa fosse d’istituzione divina. Abbiamo già veduto quanta poca stima Cranmer facesse dell’ufficio di vescovo. Regnante Elisabetta, Jewel, Cooper, Whitgift ed altri incliti dottori, difesero la prelatura come innocua ed utile, come cosa che poteva essere legittimamente istituita dallo Stato, come cosa che, una volta istituita, doveva essere rispettata da ogni cittadino. Ma non negarono mai che una comunità cristiana priva di vescovo, potesse essere una chiesa pura; che anzi credevansi congiunti ai protestanti del continente in una medesima fede. Gl’Inglesi in Inghilterra, a dir vero, erano tenuti a riconoscere l’autorità del vescovo, nel modo medesimo che erano tenuti a riconoscere l’autorità dello sceriffo o d’altro ufficiale pubblico; ma l’obbligo era soltanto locale. Un ecclesiastico inglese, anzi un prelato inglese, se andava in Olanda, conformavasi senza scrupolo alla religione stabilita dell’Olanda. Ne’ paesi stranieri, gli ambasciatori di Elisabetta e di Giacomo assistevano officialmente a quegli stessi riti che Elisabetta e Giacomo avevano proscritti negli Stati brittannici, e con gran cura astenevansi dal decorare le loro cappelle private secondo il costume anglicano, onde non essere di scandalo ai loro traviati fratelli. Sostenevasi perfino che i ministri presbiteriani avevano diritto di sedere e di votare ne’ concilii ecumenici. Quando gli Stati generali delle Provincie Unite convocarono a Dorf un sinodo di dottori non ordinati dai vescovi, un decano ed un vescovo inglesi v’intervennero, parteciparono alle discussioni, e votarono con essi intorno alle più gravi questioni teologiche.[7] Anzi, molti beneficii in Inghilterra erano occupati da ecclesiastici che erano stati ammessi al ministero secondo la cerimonia calvinistica che usavasi nel continente; nè era creduto necessario, o anche legale, che un vescovo in simiglianti casi conferisse una nuova ordinazione.

Ma sorgeva già nella Chiesa d’Inghilterra una nuova genia di teologi. Secondo loro, l’ufficio episcopale era essenziale al bene d’una società cristiana, ed alla efficacia delle più solenni ordinanze della religione. A quell’ufficio spettavano certi sacri ed alti privilegi, che non potevano essere conferiti nè ritolti da nessuna potestà umana. Una Chiesa poteva esistere senza la dottrina della Trinità o della Incarnazione, come senza gli ordini apostolici; e la Chiesa di Roma, la quale, fra tutti i suoi traviamenti, aveva serbati gli ordini apostolici, era più presso alla primigenia purità, di quel che lo fossero quelle società riformate che avevano arditamente innalzato un sistema inventato da esse, in opposizione al modello divino.

Nei tempi di Eduardo VI e di Elisabetta, i difensori del rituale anglicano eransi contentati di dire che esso poteva usarsi senza peccato, e che quindi niuno, fuorchè un suddito perverso e sconoscente i propri doveri, ricuserebbe di usarlo sempre che gli fosse ordinato dai magistrati. Intanto, quel nascente partito che pretendeva per l’ordinamento politico della Chiesa ad un’origine celeste, cominciò ad attribuire alle sacre cerimonie nuova dignità ed importanza. Concludevano, che se nel culto stabilito vi fosse qualche errore, siffatto errore era la sua estrema semplicità; e che i riformatori, nel calore delle loro dissensioni con Roma, avevano abolite molte antiche cerimonie che si sarebbero utilmente potute serbare. I giorni e i luoghi furono di nuovo osservati con misteriosa venerazione. Talune cerimonie che da lungo tempo erano cadute in disuso, e che comunemente giudicavansi come fantocciate superstiziose, furono richiamate a vita. Le pitture e le sculture che erano rimaste illese dal furore della prima generazione de’ protestanti, divennero obietti di tale venerazione, che a molti sembrava idolatria.

Nessuna parte del sistema della vecchia Chiesa era stata tanto detestata dai riformatori, quanto il rispetto e la onoranza che tributavasi al celibato. Sostenevano che la dottrina di Roma intorno a ciò, era stata profeticamente condannata come diabolica dall’apostolo Paolo; e convalidavano la loro asserzione enumerando i delitti e gli scandali che originavano dalla osservanza di quella dottrina. Lutero aveva manifestata nel modo più chiaro la propria opinione sposando una monaca. Taluni de’ vescovi e de’ preti più illustri i quali, regnante Maria, erano stati arsi vivi, avevano lasciato moglie e figliuoli. Ora, nondimeno, principiava a correre la voce, che il vecchio spirito monastico fosse riapparso nella Chiesa anglicana; che nelle alte classi esistesse un pregiudicio contro i preti ammogliati; che anche i laici ohe si chiamavano protestanti, si fossero prefissi di osservare il celibato con promesse equivalenti quasi a voti solenni; anzi, che un ministro della religione stabilita avesse fondato un monastero, dentro il quale una congrega di vergini dedicate a Dio cantava i salmi a mezzanotte.[8]

Nè ciò era tutto. Una specie di questioni intorno alle quali i fondatori della Chiesa anglicana e la prima generazione dei puritani differivano poco o nulla, cominciò ad apprestare materia alle più virulente dispute. Le controversie che avevano scissa la setta protestante nella sua infanzia, riferivansi pressochè tutte al governo ecclesiastico ed alle cerimonie. Intorno ai punti di teologia metafisica non era stato serio litigio fra le parti contendenti. Le dottrine sostenute dai capi della gerarchia rispetto al peccato originale, alla fede, alla grazia, alla predestinazione, alla elezione, erano quelle che comunemente si chiamano calvinistiche. Verso la fine del regno d’Elisabetta, lo arcivescovo Whilgift, suo prelato prediletto, compose, d’accordo col vescovo di Londra e con altri teologi, il celebre documento intitolato—gli Articoli di Lambeth. In esso le più notevoli fra le dottrine calvinistiche vengono affermate con tale distinzione, che disgusterebbe molti che, nell’età nostra, vengono reputati calvinisti. Un chierico il quale fu di contrario parere, e parlò duramente di Calvino, fu espulso, in pena della sua presunzione, dalla università di Cambridge, e si sottrasse al castigo soltanto confessando di credere fermamente ne’ dogmi della riprovazione e della perseveranza finale, e dolendosi d’avere offeso, con le sue idee intorno al riformatore francese, gli uomini pii. La scuola teologica della quale Hooker era capo, occupava un posto di mezzo tra la scuola di Cranmer e quella di Laud; e nei tempi moderni Hooker è stato considerato dagli arminiani come loro alleato. Ciò non ostante, Hooker affermò Calvino essere stato superiore per sapienza ad ogni altro teologo che fosse mai stato in Francia; essere stato uomo al quale migliaia andavano debitori della cognizione della verità divina, cognizione che egli doveva alla sola grazia peculiare di Dio. Allorchè nacque in Olanda la controversia arminiana, il Governo e la Chiesa d’Inghilterra prestarono vigoroso sostegno al partito calvinista; ed il Governo inglese non è affatto scevro della macchia che la prigionia di Grozio e lo assassinio giuridico di Barneveldt hanno lasciata su quel partito.

Ma anco innanzi la convocazione del sinodo olandese, coloro fra il clero anglicano che erano ostili al governo ecclesiastico ed al culto calvinista, avevano preso a considerare con disgusto la metafisica di Calvino; e siffatto sentimento venne naturalmente a rinvigorirsi per la grossolana ingiustizia, insolenza e crudeltà del partito che prevaleva in Dort. La dottrina arminiana, dottrina meno austeramente logica che non fosse quella de’ più antichi riformatori, ma più consona alle nozioni popolari intorno alla giustizia ed alla benevolenza divina, si estese molto e rapidamente, e giunse alla corte. Quelle opinioni le quali, nel tempo in che Giacomo ascese al trono, nessun ecclesiastico avrebbe osato di emettere senza imminente pericolo di essere privato del sacerdozio, erano ora diventale argomento di merito. Un teologo di quell’età, richiesto da un semplice gentiluomo di campagna cosa tenessero—vale a dire credessero—gli arminiani, rispose, con pari arguzia e verità, che essi tenevano i migliori vescovati e le migliori prebende dell’Inghilterra.

Mentre parte del clero anglicano abbandonava il posto che esso in origine aveva occupato, parte della setta de’ puritani scostavansi, in un cammino diametralmente opposto, dai principii e dalle usanze de’ loro padri. La persecuzione che i separatisti avevano sostenuta, era stata severa tanto da irritare, ma non da distruggere. Non erano stati domi o sottomessi, ma resi inselvatichiti e caparbi. Secondo il costume delle sètte oppresse, scambiando i loro sentimenti vendicativi per emozioni religiose, fomentavano ne’ loro cuori, leggendo e meditando, l’inchinevolezza a non iscordare le ingiurie sofferte; e dopo che si furono assuefatti a odiare i loro nemici, immaginarono di odiare solamente gl’inimici di Dio. Certo il Nuovo Testamento, anche interpretato con aperta mala fede, non indulgeva alle passioni malefiche. Ma il Testamento Vecchio conteneva la storia di un popolo eletto da Dio ad essere testimonio della sua unità e ministro della sua vendetta, ed in ispecie comandato a operare tali cose, che se fossero state fatte senza espresso comando divino, si sarebbero reputate atroci delitti. Agli spiriti cupi e feroci non tornava difficile trovare in quella storia molti fatti che potessero agevolmente stiracchiarsi a significati convenevoli ai loro desiderii. I più rigidi puritani, adunque, cominciarono a sentire per il Vecchio Testamento una predilezione, che essi forse non confessavano chiaramente, ma che traluceva in tutti i pensieri e i costumi loro. Tributavano al linguaggio ebraico quel rispetto che ricusavano alla lingua nella quale sono a noi pervenuti i discorsi di Cristo e le epistole di Paolo. Battezzando i loro figliuoli, adoperavano non i nomi de’ santi cristiani, ma quelli de’ patriarchi e de’ guerrieri ebrei. Sfidando le espresse e ripetute dichiarazioni di Lutero e di Calvino, trasmutarono in un sabato giudaico il giorno festivo settimanale, con cui la Chiesa aveva, fino da’ tempi primitivi, commemorata la risurrezione del suo Signore. Nella legge mosaica cercavano i principii della giurisprudenza, e nei libri dei Giudici e dei Re indaga vano le norme del vivere. I pensieri e discorsi loro versavano sopra azioni che certamente non vengono ricordate come esempi da imitarsi. Il profeta che tagliò a pezzi un re prigioniero, il capitano ribelle che dette a bere ai cani il sangue d’una regina, la matrona che, violando la fede data e le leggi dell’ospitalità orientale, confisse il chiodo nel cranio dell’alleato fuggiasco che aveva pur allora mangiato al desco e dormito sotto la tenda di lei, venivano proposti come esempi da imitarsi ai Cristiani che pativano la tirannia dei principi e dei prelati. La morale e i costumi furono sottoposti ad un codice che somigliava quello della sinagoga, quando essa era nelle sue peggiori condizioni. Il vestire, il contegno, il linguaggio, gli studi, i sollazzi di quella rigida setta, furono regolati secondo principii simili a quelli de’ Farisei, i quali orgogliosi delle loro mani lavate e de’ loro grandi filatterii, insultavano il Redentore come violatore del sabato e bevitore di vino. Era peccato lo appendere ghirlande al maggio, il bere alla salute d’un amico, il lanciare in aria uno sparviero, il dar la caccia ad un cervo, il giocare a scacchi, arricciarsi i capelli, portare trine inamidate, suonare la spinetta, leggere il Fairy Queen. Simiglianti precetti, i quali sarebbero sembrati insopportabili allo spirito libero e brioso di Lutero, e spregevoli al tranquillo e filosofico intelletto di Zuinglio, gettarono sopra la vita il peso di una regola più che monastica. La dottrina e la eloquenza in cui i grandi riformatori eransi resi illustri, ed a cui andavano non poco debitori dei loro successi, venivano da questa nuova scuola di protestanti considerate con sospetto, se non con avversione. Parecchi rigoristi avevano scrupolo d’insegnare la grammatica latina, perchè vi s’incontravano i nomi di Marte, di Bacco, di Apollo. Le belle arti vennero quasi proscritte. Il solenne suono dell’organo era superstizioso; ed era dissoluta la musica allegra delle maschere di Ben Johnson. Mezze le più belle pitture d’Inghilterra erano idolatre, e le altre mezze indecenti. Il rigido puritano a colpo d’occhio distinguevasi dagli altri uomini per il mondo di vestirsi e di andare, i capelli cascanti, l’aspra solennità del viso, gli occhi rivolti in su, il tono nasale della parlatura, e sopra tutto per il gergo peculiare. Servivasi sempre delle immagini e dello stile della Bibbia. Ebraismi intrusi a forza nella lingua inglese, e metafore attinte alla lirica audace dei più remoti secoli e paesi, e applicate agli usi comuni della vita in Inghilterra, formavano il carattere particolare di quel gergo, che provocava, non senza cagione, il dileggio e de’ prelatisti e de’ liberali.